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CORONAVIRUS

Lesignano, «mio marito aveva la febbre. E a Codogno siamo andati a ballare in 50»

25 febbraio 2020, 05:08

Lesignano, «mio marito aveva la febbre. E a Codogno siamo andati a ballare in 50»

LUCA PELAGATTI

LESIGNANO La donna parla senza avvicinarsi, barricata sul balconcino della sua casa a schiera, a cento metri in linea d'aria dalla piazza del Comune di Lesignano. E si sfoga. «Mio marito è ricoverato in ospedale a Parma mentre io e mia figlia stiamo bene, non abbiamo nessun sintomo. Per precauzione, però, restiamo in casa, rispettiamo l'autoisolamento. Ma i vicini ci guardano con sospetto. Come se fossimo degli untori».

Scene di vita quotidiana nell'epoca del Covid-19, quando basta una febbre e una brutta tosse per finire marchiato come un appestato. Magari per colpa di una salute un po' malferma. E, estremo paradosso, della passione per la danza.

«Mio marito nei giorni scorsi ha avuto la febbre, non stava bene e poi ha problemi cronici di salute. La tosse, per esempio, per lui d'inverno è quasi una costante e così domenica, visto che la febbre non passava e, soprattutto non può prendere certi farmaci, abbiamo chiamato la guardia medica».

Fino a due mesi fa, probabilmente, il tutto si sarebbe concluso con la prescrizione di un antibiotico e il solito, bonario consiglio: «Si riguardi». Ma questo era prima: adesso si finisce in isolamento. E insieme alla febbre cresce la paura. «La dottoressa della guardia medica di Langhirano che è venuta per la visita ha chiesto a mio marito se avesse avuto contatti con la Cina o con le zone a rischio infezione della Lombardia. Allora lui ha spiegato che siamo andati a ballare a Codogno l'8 di febbraio». Non è servito altro: è scattato il protocollo d'allarme.

«La dottoressa, infatti, ha subito telefonato, ha chiesto indicazioni e ha atteso a lungo una risposta che è arrivata nel pomeriggio». Sotto forma di una ambulanza che ha preso in consegna l'uomo, una cinquantina d'anni e un lavoro in una azienda di un comune vicino, per portarlo all'ospedale.

«I vicini hanno visto quando lo caricavano, hanno notato che gli addetti usavano delle cautele particolari. E hanno iniziato a sparlare». Piccinerie di paese, chiacchiere di vicini, si potrebbe dire. Ma qui è in ballo più che un pettegolezzo. E nessuno ha più voglia di minimizzare.

«Mio marito, per fortuna, sembra che stia migliorando, la febbre si è nel frattempo abbassata, ci sentiamo per telefono, è in osservazione nel reparto infettivi. Ma prima di andare via ci hanno fatto molte domande sul nostro viaggio a Codogno. E noi abbiamo spiegato che siamo andati a ballare».

E che non erano soli. Il paziente ora ricoverato e la moglie, infatti, sono partiti con un pullman carico di appassionati di danze caraibiche per raggiungere un celebre locale della Lombardia del sud. Una mega discoteca con tre sale da ballo dove ogni sabato sera si celebrava il rito collettivo e festoso della salsa e del merengue. Adesso è tutto sigillato, nel cuore di quella zona rossa da dove non deve uscire neanche uno spillo. Ma l'8 febbraio, ancora, si pensava che il coronavirus fosse una minaccia lontana, storia credibile solo in una metropoli da sei milioni di anime da qualche parte nella sterminata Cina. Non certo un rischio possibile tra le stalle e i campi di erba medica della bassa lombarda.

«Io ho avvisato la responsabile della scuola di ballo che frequentiamo e credo che abbiano preparato una lista di nominativi». Un elenco di oltre una cinquantina di nomi, gente che abita in tutta la provincia di Parma e che era sul bus quel sabato sera. Ma che non per questo, è ovvio, ora deve vivere nel terrore.

«Io per esempio - prosegue la donna - nei giorni scorsi ho avuto la febbre, ho avuto quella che per me è stata una semplice influenza. Non ho neppure chiamato il medico, mi sono curata con le solite cose e poi, nel giro di qualche giorno sono guarita». Tanto che, giusto un paio di giorni dopo, quando il malanno ha colpito il marito, lei ha pensato alla classica situazione che si crea in ogni famiglia: prima si ammala uno. Poi arrivano tutti gli altri.

«Mia figlia, però, non ha avuto nessun problema e ora stiamo entrambe benissimo. Piuttosto ci ferisce l'atteggiamento di chi ci guarda come fossimo untori, non capiamo le malignità di chi ci vive intorno». Gli stessi che si vedono occhieggiare timidamente dai balconi vicini, allungare il collo per cogliere qualche brandello di conversazione. «Per la spesa abbiamo chiesto a qualche parente che ha comprato quello che serviva e ci ha lasciato il sacchetto davanti alla porta», spiega distillando l'unica ricetta possibile per ora: stare rinchiusi e aspettare. Sperando. «Confido che mio marito migliori in fretta, che passato il tempo previsto torni a casa», è il commiato. Poi è tempo di rientrare, di rinchiudersi in isolamento sapendo che il Covid-19 può fare male. Ma che la paura, forse, ancora di più.

LUCA PELAGATTI LESIGNANO La donna parla senza avvicinarsi, barricata sul balconcino della sua casa a schiera, a cento metri in linea d'aria dalla piazza del Comune di Lesignano. E si sfoga. «Mio marito è ricoverato in ospedale a Parma mentre io...

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