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Coronavirus

A Palanzano: «Non sono malata, ma mi hanno trattato come un'appestata»

29 febbraio 2020, 05:07

A Palanzano: «Non sono malata, ma mi  hanno trattato come un'appestata»

LUCA PELAGATTI

«Io sono tra quelli che sono saliti sull'autobus per Codogno. Ma non potevo immaginare che sarebbe stato un bus di sola andata: ché è come se fossi rimasta la. E non potessi più tornare». Chi parla è un ostaggio del virus. O meglio: della paura. E per quella non c'è terapia o quarantena che regga. «Sono andata a ballare l'8 febbraio – spiega questa donna, residente a Palanzano- e da quel giorno non ho avuto ne febbre ne tosse, non ho avuto problemi di salute, non sono risultata positiva a nessun test. Eppure per i vicini, per la gente del paese sono come un untore».

Benvenuti nell'epoca del Covid-19. Quando il contagio non è più una questione medica. Ma diventa materia di psicologia. Anzi, di ossessione. «Almeno nel mio caso è così – prosegue la donna. - Il giorno 22 febbraio, quando si è cominciato a parlare della presenza del virus a Codogno ho chiamato prima la guardia medica e poi il servizio d'igiene spiegando che ero andata due settimane prima a ballare. I medici, al telefono, però mi hanno rassicurato: “Sono già passati 14 giorni e quindi lei, se non ha problemi, può stare tranquilla”».

Lieto fine, quindi? Per nulla. Perché il brutto doveva ancora arrivare. «Il giorno successivo ho saputo che una persona che era con me sul bus era risultato positivo al virus, ed era stato contagiato. Quella persona io l'avevo incontrata di nuovo il giorno 14 e quindi mi sono allarmata».

Con le arie che tirano aver timore è normale. E così questa donna, madre di una ragazza adolescente e impiegata in una azienda della zona, ha ripreso in mano il telefono. «Ho chiamato nuovamente spiegando che avevo avuto un contatto otto giorni prima. E ancora una volta sono stata rassicurata».

Si, perché contatto fugace non significa di certo una condanna. E i medici lo sanno bene. «Tanto che mi hanno consigliato, in via precauzionale, di restare in casa per un totale di quattordici giorni dall'ultimo incontro. In un secondo momento hanno aggiunto di provarmi la temperatura e di segnalare una eventuale febbre resistente agli antipiretici».

Insomma, nulla di più della procedura standard, quella fissata nei protocolli e pensata per proteggere e rassicurare tutti che però non è bastata per i vicini e gli altri abitanti del paese che si sono scatenati. «Ho ricevuto telefonate, messaggi, segnali di ogni tipo. Qualcuno ha persino chiamato i miei datori di lavoro accusandomi di essere un'untrice, qualcuno ha disdetto degli ordini alla ditta sostenendo che i prodotti sono contaminati. Una amica da un bar dove vado a fare colazione mi ha avvisato: “Non farti vedere perché i clienti qui sono fuori di se: rischi di essere aggredita”». Un comportamento assurdo? Certamente; ma anche il delirio sa essere contagioso.

«Mia figlia non ha obblighi di nessun tipo: eppure è stata vista in paese dove era andata a fare spesa e le hanno inveito contro. Hanno persino chiamato i carabinieri».

Tutto questo però, adesso, dovrebbe essere passato. Ma, paradosso estremo, è forse destinato a peggiorare. «Con la mezzanotte del 28, quindi di ieri, il mio periodo di auto quarantena è finito. E io da oggi dovrei tornare a vivere normalmente. Ma come posso farlo se la gente mi scruta come una appestata? Sono assolutamente sicura di essere sana ma ora non so cosa fare. Se per qualche ora ho avuto timore del virus, adesso ho paura di uscire. E questo contagio non so quanto potrà impiegare a svanire».

 

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LUCA PELAGATTI «Io sono tra quelli che sono saliti sull'autobus per Codogno. Ma non potevo immaginare che sarebbe stato un bus di sola andata: ché è come se fossi rimasta la. E non potessi più tornare». Chi parla è un ostaggio del virus. O...

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