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Caso Pesci

Confermata in appello la pena al pusher

04 marzo 2020, 05:08

Confermata in appello la pena al pusher

ROBERTO LONGONI

Non un giorno di più, non uno di meno. Bologna ha confermato la sentenza emessa da Parma il 6 maggio scorso. Anyem Wilson Ndu è stato condannato anche dalla Corte d'appello a 5 anni e otto mesi di reclusione: stesso verdetto, stessa pena stabilita dal gup Mattia Fiorentini. Ma al di là dell'aspetto detentivo al 53enne nigeriano - alla sbarra per quanto una 21enne parmigiana ha denunciato di aver subito tra il 18 e il 19 luglio del 2018, in una notte a base di sesso estremo, alcol e cocaina - è andata ancora peggio.

La Seconda sezione penale, presieduta da Stefano Valenti affiancato dai giudici Valentina Tecilla e Luisa Del Bianco, ha infatti accolto l'appello del Comune e del Centro antiviolenza che si sono costituiti parti civili contro il primo giudizio dal quale non era stato riconosciuto loro alcun danno. Ora, invece, lo spacciatore è chiamato a corrispondere sia al Comune, rappresentato dall'avvocato Livio Di Sabato, che al Centro antiviolenza (difeso dall'avvocatessa Giovanna Fava), provvisionali di cinquemila euro. Inoltre, Ndu, in carcere da fine agosto, dovrà pagare le spese legali delle parti civili. La corte si è presa 45 giorni di tempo per depositare le motivazioni.

La sentenza rappresenta una sorta di doccia fredda per Francesco Saggioro, difensore fin dalla prima ora del pusher nigeriano, e per Fabio Anselmo, subentrato al suo fianco poco dopo aver assunto anche la difesa di Pesci insieme con Mario L'Insalata. «Ci siamo rimasti male - dichiara Saggioro -. Ora valuteremo le motivazioni, per capire perché sia andata così». Deluso, ovviamente, anche Anselmo che meno di tre mesi fa aveva accolto come un segnale favorevole la decisione di Bologna di ammettere nuove prove per il processo in appello a carico di Ndu, il 13 dicembre scorso. «Un enorme passo avanti verso l'accertamento della verità» aveva detto il penalista ferrarese. Aggiungendo: «Un vero e proprio colpo di scena».

Si trattava di prove emerse nelle prime udienze del dibattimento Pesci, il proprietario dell'attico di via Emilio Lepido nel quale i tre avevano trascorso quelle ore. Innanzitutto, la testimonianza della tassista che riportò a casa la ragazza, dopo quella notte. Al collegio parmigiano presieduto da Gennaro Mastroberardino la donna riferì di aver visto camminare senza difficoltà la 21enne e di averle sentito pronunciare al telefono una frase di questo tenore: «Ho appena fatto una serata molto esagerata». Un'altra testimonianza ammessa dalla Corte d'appello è stata quella della ginecologa che visitò Lucia (il nome è di fantasia) senza riscontrare segni palesi di violenza sessuale. Inoltre, i giudici bolognesi hanno preso in esame anche alcuni sms inviati dalla ragazza nei giorni seguiti a quella notte nell'attico.

«Noi continuiamo a ritenere che la verità sia un'altra» dichiara Anselmo, lasciando intendere che ora punterà al ricorso in Cassazione. «Non perdiamo la fiducia: i processi si chiudono in tre fasi. Anyem mi ha ringraziato per l'impegno: andiamo avanti». Fallito il colpo di scena annunciato, viene a mancare anche il contraccolpo sul processo a Pesci a Parma? «No - sottolinea il difensore -. Purtroppo per lui, Anyem non ha potuto godere della perizia delle intercettazioni (non ancora depositate, ndr) su cui potrà contare Pesci. Un punto per noi fondamentale».

Soddisfatta ovviamente la controparte. «Il Comune - dichiara Di Sabato - si era costituito parte civile, dimostrando di perseguire tra i propri scopi la libertà e i diritti delle persone del suo territorio. E lo sottolinea chiaramente nello Statuto. In particolare, ha dimostrato di essere impegnato con numerose iniziative in costanti interventi nella lotta contro la discriminazione e la violenza contro le donne. Da ciò deriva chiaramente l'offesa all'interesse perseguito dal Comune».

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ROBERTO LONGONI Non un giorno di più, non uno di meno. Bologna ha confermato la sentenza emessa da Parma il 6 maggio scorso. Anyem Wilson Ndu è stato condannato anche dalla Corte d'appello a 5 anni e otto mesi di reclusione: stesso verdetto, stessa...

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