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L'operatore del 118 di Fidenza: «Situazione drammatica, sembra un film»

15 marzo 2020, 05:07

L'operatore del 118 di Fidenza: «Situazione drammatica, sembra un film»

MARA VAROLI

«La situazione? È drammatica e peggiora ogni giorno». Simone Guareschi, necroforo, è anche operatore del 118 da nove anni. E ormai le ore di lavoro non le conta più: «Ci sono molte persone ricoverate - dice Guareschi - e Vaio si è trasformato in un ospedale per polmoniti da covid 19. Tutti i reparti sono stati convertiti, a parte neurologia e l'unità cardiaca: quello di Fidenza è di fatto diventato un ospedale per malattie infettive».

Il pronto soccorso è stato chiuso?
«Sì e non era mai successo. Purtroppo gli accessi sono veramente tanti - risponde Guareschi -, per cui i pazienti sono stati dirottati al pronto soccorso di Parma».

E purtroppo anche i decessi sono tanti?
«Moltissimi, per la nostra media. L'età va dai 60 ai 70 anni e gli uomini sono la stragrande maggioranza. E non è vero che sono persone molto anziane. Secondo la mia statistica, dal 2 marzo a Fidenza abbiamo avuto decine di morti».

E i giovani?
«Diversi sono i giovani ricoverati in età compresa dai 20 ai 40 anni. Purtroppo i giovani, forse per la spensieratezza, non hanno la percezione del pericolo, però sono tanti quelli che si trovano all'ospedale».

A livello emotivo, come sta vivendo questa situazione?
«Si va al lavoro pensando a quello che c'è da fare. La paura c'è, è chiaro: la paura di essere contagiati, soprattutto per la salute dei tuoi famigliari, per le persone che hai a casa. Ma si continua a lavorare e si cerca di farlo al meglio: questo è il mio pensiero e quello di tutto il personale sanitario impegnato nell'emergenza Coronavirus. In fondo c'è un'incredulità generale per quello che sta accadendo, anche se ci si comincia ad abituare a questa situazione. All'inizio però sembrava a tutti un film. Anche perché tutti i malati sono uguali: abbiamo sempre avuto a che fare con diverse patologie, mentre ora arrivano a decine al pronto soccorso con febbre e tosse. Sembra una fabbrica».

Ma qual è l'iter?
«L'ambulanza arriva alla tenda del triage della protezione civile, davanti al pronto soccorso che è allestita per i sospetti covid 19; quindi viene provata la febbre e fatta una specie di intervista, per sapere dove è stato il paziente, con chi è stato a contatto; dopodiché viene provata la saturazione per misurare l'ossigeno nel sangue. E alla fine viene fatta una tac: se viene diagnosticata la polmonite, il paziente viene ricoverato, oppure viene rimandato a casa con terapia e in quarantena. E in queste settimane abbiamo visto di tutto: la gente continua a morire e la preoccupazione è tanta. Si vive nell'angoscia».

Quindi le giornate sono interminabili?
«Sì, se penso a una settimana fa, mi sembra che siano passati dieci anni. I turni non esistono più e si lavora no stop, così in tutti i reparti dell'ospedale: si inizia alla mattina e non si sa quando si finisce. Quando posso, cerco di dormire un po' su una barella. Mi dispiace dire che la gente non aveva capito in che situazione ci trovavamo tre settimane fa. Forse c'era anche una specie di pudore a dire che non era una semplice influenza. Speriamo che con le nuove disposizioni presto comincino ad arrivare dei risultati».

Cos'è che vi dà la forza per andare avanti?
«L'affetto delle persone nei confronti del personale sanitario è molto importante. Un affetto grande e noi sentiamo e che dà coraggio per andare avanti. Un affetto che non dovrà mancare: se la città è vicina noi siamo più motivati».

Ma quando finirà questa «guerra»?
«Per ora la fine non solo non si vede, ma non si riesce nemmeno a immaginare. Parlare adesso di ritorno alla normalità è impensabile, vedendo l'evolversi della situazione all'ospedale. Forse, ci vorranno mesi. L'affetto dei cittadini deve essere però seguito da un grande senso di responsabilità di ognuno di noi: stiamo a casa e in casa si sta bene. Più la gente sta in casa e meno gli operatori devono essere prigionieri di quella tremenda tuta di plastica: sembriamo dei palombari e otto ore rinchiusi così è difficile resistere».

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