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CORONAVIRUS

Snelli, medico in trincea: «Servono strutture intermedie per i pazienti dimessi dall'ospedale»

20 marzo 2020, 05:05

Snelli, medico in trincea: «Servono strutture intermedie per i pazienti dimessi dall'ospedale»

GEORGIA AZZALI

C'è la trincea dell'ospedale, dove si cerca di dare respiro a chi ha i polmoni distrutti. E c'è il fronte degli ambulatori sparsi sul territorio: medici di famiglia travolti da un'infinità di chiamate al giorno e costretti a correre a casa dei pazienti che li preoccupano di più, spesso con un velo di mascherina che potrebbe fare passare qualunque cosa. Ma la guerra al virus è unica. L'impegno, le preoccupazioni e anche le paure sono le stesse. Lo sa chi ha provato a vedere e toccare cosa c'è anche dall'altra parte. «Domenica scorsa ho fatto la notte in Clinica medica come volontario, un impegno che mi è stato chiesto dal primario Riccardo Volpi, collega e amico a cui ho dato volentieri la mia disponibilità - racconta Gianluca Snelli, 56 anni, medico di medicina generale a Colorno -. Non posso dimenticare il volto di una giovane specializzanda che doveva correre da un letto all'altro e di quel rianimatore straordinario che è rimasto per 5 ore accanto a un uomo di 49 anni per farlo riprendere a respirare».

Dodici ore in corsia, poi di nuovo in ambulatorio. Con pazienti che telefonano impauriti, altri da andare a visitare o «sorvegliare» a domicilio. «Nessuno vuole passare da eroe, faccio ciò che mi sembra giusto, ma mi sono reso conto che per tentare di fare argine contro il virus bisogna tentare di fare qualcosa di più. Sarebbe necessario creare delle strutture intermedie tra ospedale e casa. I pazienti che non presentano particolari criticità vengono giustamente dimessi dall'ospedale, perché c'è bisogno di posti letto, ma si tratta di persone positive al Covid che poi tornano a casa, dove molto spesso ci sono mogli, mariti, figli e nel caso degli anziani anche le badanti. E il rischio di infezione è altissimo».

La catena che non si spezza. Un anello che si aggancia all'altro, mentre la pandemia corre. «Il problema è che sono pochi quelli che possono tornare in un appartamento tutto per loro o che hanno case così grandi da poter separare nettamente gli ambienti. Alberghi, ma anche palestre, potrebbero essere attrezzati per ospitare queste persone dimesse dagli ospedali: basterebbero letti, materassini e bombole d'ossigeno. Le risorse umane? I pazienti potrebbero per esempio essere seguiti, per verificare che non abbiano crisi respiratorie, dai giovani medici di medicina generale in formazione. E noi medici "anziani" ci metteremmo a disposizione».

Un periodo di isolamento sotto controllo. E soprattutto niente rischi per familiari o badanti. «Ma quelle potrebbero essere strutture utilizzabili anche per monitorare la fase pre-ospedaliera, dove fare la sorveglianza attiva dei pazienti e anche i tamponi».

Una voce dei medici di famiglia, Snelli, dopo settimane di lotta contro un virus che richiede competenza, dedizione ma anche un grande sforzo corale. «Tutti dobbiamo sentirci coinvolti: medici ospedalieri, noi medici di famiglia, tutti gli operatori sanitari, che stanno facendo uno sforzo enorme, e le istituzioni naturalmente. Serve una sanità unita: una grande alleanza terapeutica».

Una proposta sul campo che è anche un grido d'allarme, per poter reggere all'onda d'urto di un'emergenza mai vissuta. «Ormai si va avanti per 10-12 ore al giorno, anche senza mangiare, ma mi chiedo quanto si possa continuare in queste condizioni. Le nostre protezioni sono quelle che sono: mascherine che non sono certo quelle che ci vorrebbero e i camici sono contati. Non voglio condannare nessuno, ma la situazione è questa. Insisto: servono queste strutture intermedie. La dobbiamo bloccare questa pandemia».

Ognuno sul proprio fronte. Ma tutti parte di un unico grande sistema. Che rischia il collasso.

 

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