Sei in Gweb+

Coronavirus

«Io sono stato il primo paziente: e sono guarito»

21 marzo 2020, 05:06

«Io sono stato il primo paziente: e sono guarito»

LUCA PELAGATTI

«Sono a casa mia. E posso dirlo: sto bene, sono guarito».

In questi giorni di epidemia in apparenza incontrollabile ci sono anche pazienti che, per fortuna, lasciano l'ospedale. E non sono pochi. Ma quello che parla e che racconta di essere di nuovo a casa non è un paziente come gli altri: è il primo ad essere finito al Maggiore, il numero uno della nostra provincia, il paziente di Lesignano di cui tutti hanno scritto e parlato. Quello che, come dice la moglie che lo accarezza con dolcezza con lo sguardo, «ha fatto come Russell Crowe nel film: ha scatenato l'inferno».

«Inferno o no, è stata dura», racconta oggi sorridendo, ripercorrendo le ore infinite passate da solo in quei dodici giorni tra gli infettivi. «Ore lunghe, con la febbre altissima e il fiato rotto. Ore che sembravano non passare mai».

Tutto era cominciato mercoledì 18 febbraio: prima un po' di febbre, poi quella tosse stizzosa. E poi un sospetto, sempre più molesto. «Ho chiamato il medico senza dare troppo peso alla cosa. Ma visto che dopo tre giorni non era ancora passato ho avvisato anche la guardia medica - prosegue. - Ho detto loro che 10 giorni prima ero andato a Codogno con un gruppo di amici della mia scuola di ballo. Ed è allora che è scattato l'allarme».

Già, perché in quel momento - era il 23 febbraio - la storia del virus sembrava confinata laggiù, nella Bassa lombarda. Non si sapeva ancora che la zona rossa avrebbe inghiottito tutti noi. E che, in breve, nulla sarebbe mai più stato come prima.

«Mi sono venuti a prendere con l'ambulanza, mi hanno ricoverato e sottoposto ad una serie di esami. E subito è emerso che ero positivo, che avevo la polmonite». Lui in ospedale rinchiuso in una stanza; la moglie e i figli in auto quarantena nella loro casa a schiera di Lesignano. E intorno, inutile crudeltà, gli sguardi acidi della gente. «Ci sono state persone in paese che hanno sparso malignità, altri che ci hanno trattato come untori - spiega la moglie. - Ma la realtà è che nessuno di noi tre ha avuto tosse o febbre. Siamo stati sempre bene e infatti siamo liberi di uscire e muoverci».

Liberi di andare ma non, fino a poche ore fa, di poter vedere il padre, il marito, chiuso dietro un sipario di vetro e precauzioni. «Per cinque giorni ho avuto la febbre a 40, mi sembrava di delirare. La macchina mi regalava la possibilità di respirare. Ma il cervello andava. E in quei momenti galoppa male, ti vengono le idee più nere, i pensieri più amari. E non puoi certo dire a chi vuoi bene, dall'altra parte di un telefono, che hai paura».

No, non puoi. E allora tieni dentro il magone e ti aggrappi al respiro fioco che però, piano piano, sembra riprendere vigore. «Dopo cinque giorni la febbre è calata, mi hanno tolto l'ingombrante apparecchio che mi dava l'aria. E lentamente ho iniziato a guarire». Tanto che pochi giorni fa i medici hanno deciso che poteva tornare a casa, che non serviva più stare rinchiuso tra quelle mura, controllato quasi a vista. «Il personale che mi ha curato, i medici, gli infermieri, sono stati bravissimi: professionali, umani, attenti. Certo, anche per loro non è facile. Ma hanno fatto il massimo. E continuano a farlo».

Ora, quindi, è tempo di rilassarsi, di riprendere le forze, nella propria casa, con le persone care intorno. «Nelle prossime ore avrò il risultato dei due tamponi che dovranno sancire la guarigione. Ma già adesso non ho più nessun sintomo, non assumo più farmaci». Adesso, allora, è il tempo di dire grazie a chi è stato vicino («Come le amiche del gruppo "Effetto serra" che mi hanno coccolata - aggiunge la moglie) e di ricominciare a pensare al futuro. «Vorrei vedere presto i nostri maestri, Gigi e Michela, e i gestori della scuola di ballo - conclude - Ci sono stati vicini, si sono comportati da veri amici. Ma il vero sogno è poter andare in un campo intorno a casa a camminare, con i miei cani. Allora si che potrò dire che è davvero finita».