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Coronavirus

Giulia Ghiretti: «Ora niente piscina. La gara è stare in casa»

21 marzo 2020, 05:04

Giulia Ghiretti: «Ora niente piscina. La gara è stare in casa»

ROBERTO LONGONI

La vasca degli allenamenti? Il miraggio di un'oasi nel deserto. Le Olimpiadi? Un traguardo lontano come l'orizzonte in alto mare. Poco male, quando c'è un mondo da riscoprire tra le braccia di chi ti vuole bene. È tempo di porti sicuri, tempo di quiete familiare. Potrà sembrare un ossimoro, al pensiero dei tanti appartamenti ridotti in pentole a pressione dalla convivenza forzata, ma non è il caso di Giulia Ghiretti. Sbaglia di grosso chi immagina la 26enne nuotatrice paralimpica come un pesce fuor d'acqua privata della piscina: per lei, vivere bene a casa con genitori e fratelli è quanto di più naturale. «Io qui non mi trovo per niente male - sorride -. È un momento che toglie, ma che restituisce anche tanto». Peccato ci sia voluta un'emergenza mondiale per riunire tutta la famiglia più a lungo di un weekend, più di una vacanza estiva. La clausura imposta può essere non solo un obbligo di legge e un dovere etico per fermare la pandemia.

UNA CASA NEL VERDE
La residenza della medaglia d'argento a Rio 2016 è una bifamiliare a San Ruffino circondata dal verde, affacciata sull'azienda agricola del nonno e dello zio. Latte e parmigiano a chilometri zero («con le verdure, ora che mio fratello aiuta la zia nell'orto: siamo quasi all'autarchia»), lasagne, tortelli, anolini e brodo fatti in casa. Oltre agli sguardi, alle voci e agli abbracci, la pace domestica ha i propri sapori. I propri ritmi, con indulgenze rispetto alla routine. «A partire dalla sveglia - ammette Giulia -. Quando sono a Milano, dove mi alleno e studio, la devo puntare alle 6, per essere in vasca alle 7. Qui lascio aperti gli scuri perché sia la luce del sole a svegliarmi alle 8 e mezza, massimo 9». Se le imposte garantissero il buio a oltranza, chissà fino a quando tirerebbe dritto. «Ma c'è l'università, con i corsi online» ricorda lei, iscritta al primo anno di specialistica, dopo aver conseguito la laurea triennale in Ingegneria biomedica. Costretta a uno stop l'atleta, la studentessa tira dritto. Mentre la Giulia figlia, sorella e compagna di scuola si concede un viaggio nel tempo. «Stiamo rimettendo ordine in soffitta: ci sono i ricordi dell'infanzia da sistemare. La classica operazione rimandata da sempre». Altro che la quindicina di medaglie vinte in tutto il mondo: da lustrare ci sono le testimonianze del passato da ragazza.

LA LEZIONE A COLAZIONE
La sveglia non proprio all'alba, e poi? La colazione e quindi l'accensione del computer, per i corsi del Politecnico. «Stamattina (ieri per chi legge, ndr) a dire il vero la lezione l'ho seguita facendo colazione: era alle 8,30 - ride -. Ma in genere ho il tempo di lavarmi e cambiarmi». All'università non si va in pigiama. Nemmeno per un corso virtuale. Nemmeno se la lezione è registrata. «Per nostra fortuna - spiega Giulia - la professoressa la scarica sul sito, così possiamo recuperarla in un secondo tempo». Una bella comodità, anche se «i rapporti umani ci perdono. Così come i laboratori e le esercitazioni: è ovvio che abbiano un valore diverso, se non sono dal vivo».

RICREAZIONE IN GIARDINO
Concluse le lezioni, può farsi sentire il richiamo della soffitta con i suoi tesori. O del giardino, con la palla da basket da passare con il fratello Pietro, 20 anni, e la sorella Anna, 24, all'ombra del canestro affisso sotto la finestra del primo piano. Il modo migliore di farsi venire appetito. Intanto, il padre Gian Paolo, biologo e responsabile del controllo di qualità da Rodolfi, rientra per il pranzo. «Mia mamma Roberta è insegnante, e papà è rimasto l'unico ad avere impegni fuori. È molto scrupoloso: si cambia i vestiti a ogni ritorno a casa. La media è di due o tre lavatrici al giorno». Dopo pranzo, ci può stare il riposino pomeridiano. «Me lo concedo da quando gli allenamenti sono raddoppiati. E poi è anche un buon modo per aiutare la circolazione delle gambe: non devo stare sempre seduta». I «compiti» del pomeriggio, dopo il risveglio? Finito con lo studio, tempo permettendo, si va di nuovo in giardino. «Faccio esercizi in compagnia dei miei fratelli e di mio cugino che abita nell'altra metà della nostra bifamiliare. Un po' di pesi alla panca, addominali, elastici... Cerco di mantenere il muscolo attivo». Verso sera, si fa poi fronte unito in vista della cena. «Tutti e quattro ai fornelli, per preparare da mangiare: in cucina trascorriamo ogni giorno due o tre ore. Siamo appassionati dei piatti della nostra tradizione. E mangiamo anche troppo in questi giorni: ci sarà da smaltire». Dopo cena, è il turno del divano, tutti insieme. «Di fronte a un film a sera, scelto a turno da me e dai miei fratelli. Se non piace? Devono essere almeno in due a opporre il veto: altrimenti non si cambia». Con i titoli di coda del film scorrono anche quelli della giornata: tutti a letto tra le 23 e mezzanotte.

LA LETTERA DAL MAGGIORE
In mezzo a questo verde, sotto il sole, davanti agli alberi fioriti e all'erba che cresce come ogni primavera viene da pensare che l'emergenza da coronavirus sia un incubo dal quale ci si risveglierà all'improvviso. Tutto è un po' come ovattato. Ma ogni tanto capita che anche a San Ruffino l'altoparlante di un'auto del Comune ricordi gli obblighi dell'emergenza. «È passata stamattina (ieri per chi legge, ndr) e mi è tornata in mente Città del Messico, ai tempi dei Mondiali del 2017, dopo il terremoto: era un continuo viavai di megafoni e sirene». In questa periferia di campagna non basta uscire di casa, per rendersi conto del dramma collettivo che stiamo vivendo. Non ci sono strade o piazze svuotate dal decreto. Ma le cose si sanno in presa diretta anche per i racconti di uno zio che «lavora al Pronto soccorso e ogni tanto ci dice: "Voi non v'immaginate..."». E allora, viene ancora più voglia di reagire. Non solo di indignarsi nei confronti di chi non prende sul serio i divieti: «Sembra che qualcuno non si sia reso conto che non è una vacanza». Nei giorni scorsi, Giulia ha scritto a Ermanno Giombelli, il responsabile di Neurochirurgia del Maggiore che l'ha avuta in cura dopo l'incidente. «Era difficile trovare le parole - racconta lei -. I medici stanno facendo il loro dovere, ma è come lo fanno a renderli preziosi ora». Giombelli le ha risposto ricordando anche ai suoi collaboratori il carattere e la forza di questa paziente speciale, i traguardi da lei raggiunti «che ne fanno motivo di orgoglio personale, per questa città e per l'intera nazione, visto i successi internazionali». Per concludere con un'esortazione: «Come Giulia ha saputo rinascere così potremo farlo anche noi tutti, continuando giornalmente a impegnarci nel nostro lavoro come lei fa per gli allenamenti».

STOP ALLO SPORT
Tasto dolente, gli allenamenti. «Ora, l'unica cosa da fare è stare a casa - ricorda la nuotatrice -. Già l'Europeo di maggio è saltato, così come tutte le gare fino a giugno». E Le Paralimpiadi? «Dovevano cominciare il 25 agosto, ma mi auguro le spostino. Sono altre le priorità». Speranza condivisa con tutti gli atleti italiani che non possono più prepararsi («Per recuperare un mese di stop, ce ne vogliono tre o quattro di duro lavoro»). Intanto a Giulia, in quanto italiana, è arrivata la solidarietà di alcune rivali. «Mi ha scritto una nuotatrice ungherese. E così una norvegese: mi ha detto che anche da lei hanno chiuso le piscine». C'è da mettersi il cuore in pace, anche se poi scopri che la torcia olimpica è arrivata a Tokyo. «E allora ti dici: "Oddio, sono in ritardo!" A parte tutto, penso che le Olimpiadi debbano essere un gioco, un divertimento: non le puoi fare con questa situazione. Ora, prima che atleti bisogna essere persone responsabili». Testimonial dell'intelligenza oltre che dello sport, Giulia così ha risposto con orgoglio alla chiamata di Rainews 24 che le chiedeva un video e ha aderito alla campagna #distantimauniti. «Sono anche coinvolta in Parma 2020, e secondo me è stato uno splendido segnale che uscisse il portale di Parma ritrovata. Da parmigiana, ho anche apprezzato molto chi ha portato da mangiare a chi sta in trincea al Maggiore. Si sta riscoprendo quanto possiamo essere vicini e solidali». E che cosa è emerso dalla soffitta della memoria? «Un diario di terza media, di prima dell'incidente. Su una doppia pagina c'era scritto: "Allora, quando vai alle Olimpiadi?" Me lo chiedo anche adesso».