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Parlano i volontari dell'Assistenza Pubblica

«Noi, in prima linea contro il coronavirus»

23 marzo 2020, 05:03

«Noi, in prima linea contro il coronavirus»

LUCA PELAGATTI

«Quando è scoppiata l'emergenza abbiamo, per un attimo, temuto che i nostri volontari facessero un passo indietro, avessero una comprensibile paura. Non è stato così, anzi: si sono presentati in servizio come al solito. Come prima e, forse, più di prima».

Luca Bellingeri è il presidente della Assistenza Pubblica di Parma. E anche in questi giorni di frenesia, quelli in cui le cose da fare sono tante e le forze sembrano non bastare mai, non nasconde la fierezza con cui parla della Pubblica. E della sua gente. Quelli che, ogni giorno, vivono la prima linea con tute e mascherine addosso. E soprattutto con la voglia di aiutare fissa nella mente.

«Stiamo operando su più fronti: c'è l'emergenza Covid su cui siamo particolarmente concentrati ma c'è anche l'attività quotidiana: purtroppo infarti e malori non sono scomparsi e dobbiamo prestare soccorso a tutti. E poi ci sono dimissioni di malati e pazienti dializzati da trasportare. Per questo ci siamo organizzati destinando al Covid una parte dei mezzi che sono stati adattati: abbiamo tolto gli apparecchi non indispensabili, sigillato il vano guida, fatto in modo che il mezzo, dopo l'utilizzo, possa essere reso disponibile di nuovo in tempi brevi».

Interventi necessari quando le chiamate si susseguono senza sosta. E i mezzi, si sa, non sono infiniti. «In questi giorni riusciamo a gestire tredici ambulanze. Una è nuova, l'abbiamo appena ricevuta e subito l'abbiamo messa in campo. Ma ci sono stati momenti in cui, viste le esigenze, abbiamo usato anche i pulmini normalmente usati per il trasporto dei disabili come mezzi di emergenza».

Ma questa è come una guerra. E in guerra ogni strumento è indispensabile. «E' vero, ma senza gli uomini non si farebbe nulla. Ora in una giornata possiamo disporre di una settantina di volontari che ci permettono di fare interventi in tempi ragionevoli: se un paziente è grave arriviamo subito. Se può attendere, comunque, interveniamo in un arco di tempo accettabile». E questo giorno dopo giorno, anche se la stanchezza, ovviamente, pesa. Poi c'è il problema dei dispositivi di protezione: «Noi facciamo in modo che tutti i volontari abbiamo gli strumenti necessari per la loro e l'altrui sicurezza e per questo li abbiamo formati anche grazie alla dottoressa Cristiana Madoni. L'Ausl ci rifornisce ma noi abbiamo attivato anche canali nostri di approvvigionamento. E cerchiamo di essere sempre pronti ad intervenire».

Rimandando, è sottinteso, la stanchezza a quando finalmente si potrà tornare a sorridere.

IL COMANDANTE MORDACCI

Filippo Mordacci è il comandante dei militi dell'Assistenza Pubblica di Parma e nella sua carriera ha sicuramente visto eventi di ogni genere. Ma anche lui allarga le braccia: «Si tratta di un evento senza precedenti». Ma anche se nuovo, anche se drammatico va affrontato. E Mordacci sottolinea con orgoglio: «Lo stiamo facendo forse meglio di come si potesse pensare. I nostri volontari, per esempio, stanno facendo un lavoro eccellente, stanno dando davvero il massimo. Per questo dobbiamo ringraziarli». Ma la buona volontà non basta, serve una regia, una gestione. E anche questa funziona. «Abbiamo fatto sistema e stiamo collaborando bene con le Pubbliche Assistenze della provincia: anche grazie a questa sinergia stiamo resistendo. Ma un altro aspetto che è fondamentale è che sentiamo che la città ci appoggia, ci sostiene. Riceviamo mail di persone che ci ringraziano, messaggi di cittadini che ci domandano se abbiamo bisogno, se possono fare qualcosa per noi. Ecco, questo è un segnale fondamentale e un grande sprone che si sostiene ora. Siamo certi che ci servirà ancora di più in futuro: quando passata l'emergenza e calata l'adrenalina sentiremo di colpo il peso di tutto questo. E ne sentiremo la fatica».

IL RACCONTO DEI MILITI IN PRIMA LINEA

«Lo abbiamo scelto. E ora dobbiamo esserci». Se ci fosse una frase, una sola, che può raccontare chi sono e come vivono questi giorni i volontari della Pubblica Assistenza di Parma sta tutta in queste parole. Che più o meno, con piccole sfumature, tutti ripetono con la stessa passione.

FABRIZIO BERTOZZI: «Io, per esempio, ho iniziato come volontario solo da due mesi e mezzo – spiega Fabrizio Bertozzi. - Sono andato in pensione e da sempre ho cercato di fare qualcosa per gli altri. E cosi, avendo più tempo, sono diventato volontario. I primi tempi, quando l'emergenza non era ancora scoppiata, facevo due turni a settimana. Ora sono passato a cinque». Da lunedì a venerdì con la tuta addosso. E la tensione nelle vene. «Si perché, vista dal di dentro, l'epidemia è diversa: è terribile. Non c'è il filtro della tv, del racconto. Quello che vedi è tutto vero, è il dolore nella sua forma più crudele. Certo, facendo la scelta di diventare volontario metti in conto che ti confronterai con la sofferenza. Ma questo è peggio: nessuno di noi ha mai vissuto una simile tragedia. Non foss'altro perché i pazienti, stavolta, sono soli: si muore separati dai propri cari». Poi il racconto si ferma, occorre salire sull'ambulanza per il prossimo servizio. «Se ho paura? Delle volte si, soprattutto quando torno a casa la sera e ritrovo mia moglie. I miei nipoti no, loro non li posso vedere e mi mancano da morire. Ma non posso smettere. Ho scelto di farlo: e continuerò».

GIULIO AIMI: «Sembra di affrontare qualcosa che va oltre le umane possibilità, qualcosa di mai visto prima. Io non ero ancora volontario nel 2003 quando c'è stato il caso della Sars ma i miei colleghi mi dicono che ora è peggio». Giulio Aimi indossa la divisa della Pubblica Assistenza da da 8 anni. Ma questi giorni non li dimenticherà mai. «Quando vai a prendere i pazienti capisci che loro sanno di essere contagiati, sentono il rischio. Sanno che da quel momento saranno soli. E ovviamente hanno paura. Un timore ovvio: è una malattia che progredisce spesso velocemente. Mi è successo di arrivare da una persona che parla, ti apre la porta e sembra stare abbastanza bene. Poi, magari nel giro di poche ore l'ho ritrovato sotto ossigeno. E sono esperienze che restano dentro». Così come rimane la sensazione che basta poco per infettarsi, che le protezioni sono necessarie. Anzi indispensabili. «Sono dell'idea che se uno ha fatto la scelta di aiutare gli altri, di entrare nella Pubblica non si può tirare indietro. Per questo motivo questa esperienza mi ha fatto capire che io voglio esserci, dare il mio contributo. Oggi e anche in futuro».

AURORA SCARDUZIO: «Sono entrata nell'Assistenza che ero ancora minorenne, ora ho 20 anni. E credo che ne io ne i miei colleghi avremmo potuto immaginare una simile emergenza». Aurora Scarduzio parla con l'entusiasmo dei suoi pochi anni. Ma quello che sta vivendo sarebbe un incubo anche per uomini scafati e con la scorza dura. «Abbiamo fatto formazione, incontri: ma forse all'inizio non era chiara la portata dell'emergenza. Poi ci siamo trovati nel vortice ma siamo un gruppo, una squadra e reagiamo e lottiamo insieme. Ci vuole la forza di tutti per non cedere, per non farsi abbattere. Alla sera, quando si finisce il turno ci stringiamo l'uno con l'altro: in fondo anche questo è un modo per darci un aiuto per affrontare il grosso impegno mentale e psicologico che affrontiamo». Poi dopo la pausa dell'ennesimo servizio la conclusione: «Quello che sappiamo è che non si può mollare. Siamo un gruppo. E insieme faremo la nostra parte». lu.pe.

 

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