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Coronavirus

I più resistenti al Covid? I bambini: finora sette ricoveri al Maggiore

24 marzo 2020, 05:07

I più resistenti al Covid? I bambini: finora sette ricoveri al Maggiore

MONICA TIEZZI

Sono sette i bambini finiti all'ospedale Maggiore (tutti nei reparti pediatrici, tranne uno ricoverato in neonatologia) per curare gli effetti del coronavirus. La degenza è stata per tutti breve, da due a sette giorni, e nessuno ha avuto bisogno di ossigenoterapia, come spiega Icilio Dodi, direttore della pediatria generale dell'ospedale. Più di 50 sono i bambini verosimilmente positivi, curati a casa ma a cui non è stato fatto il tampone.

Una conferma che, dopo la pandemia, il mondo ripartirà più che mai dai bambini. Sono loro infatti i più resistenti al virus.

«Covid 19 nei bambini ha sintomi di minore gravità. Ma c'è il rischio che i casi positivi, se non riconosciuti come tali e adeguatamente isolati fino alla negativizzazione del tampone, possano infettare interi nuclei familiari, nonni inclusi» spiega Susanna Esposito, direttrice della Clinica pediatrica dell'ospedale Maggiore, ordinario di pediatria all'Università di Parma e presidente dell'Associazione mondiale per le malattie infettive e disordini immunologici.

Per questo la pediatra è pronta a proporre un progetto pilota su un gruppo di famiglie di Parma per testare un metodo rapido per la rilevazione di Covid-19 integrato con un'app di tracciamento dei contatti dei soggetti positivi così da contenere più rapidamente ed efficacemente la circolazione del virus. Esposito chiederà anche alla Regione di aumentare il numero dei tamponi.

Da un lato una buona notizia, la «resistenza» dei bimbi al Covid, dall'altro il sospetto (visto che non sappiamo ancora se gli asintomatici sviluppano anticorpi protettivi, e quanto la protezione possa durare, fa notare la Esposito) che i soggetti sotto i 14 anni possano rappresentare un elemento importante di contagio. Anche se Dodi fa notare che diversi bambini Covid-positivi vengono da famiglie con soggetti già infettati, e in questo senso i più piccoli «non sembrerebbero il serbatoio del contagio», dice.

«Paradossalmente, i bambini sono più tutelati perché hanno un sistema immunitario immaturo. L'infettività del virus è uguale per l'adulto e per il bambino, ma nel bimbo c'è una ridotta risposta infiammatoria, ed è questa risposta "inefficace" a rendere meno conclamate le manifestazioni cliniche e a preservare i piccoli da conseguenze peggiori» dice la Esposito.

Lo spiega anche Emanuele Voccia, segretario della Cipe (Confederazione italiana pediatri) di Parma. «Il sistema immunitario dei bambini è costruito per fronteggiare virus sconosciuti. I bambini hanno più linfociti, cellule che contrastano i virus, e riescono a sopportare anche sei vaccini iniettati in contemporanea. Questo tutela la fascia pediatrica, così come gli immunodepressi, da una reazione infiammatoria forte. Ecco perché non ci sono indicazioni che gli immunodepressi debbano sospendere, per via del Covid, le terapie immunosoppressive».

«Se il 50-60% degli adulti presenta sintomi bassi o nessun sintomo, la percentuale sale all'80% nei bambini. Che sono comunque i meno esposti al contagio» aggiunge Voccia.

Nel dubbio se i bambini possano rappresentare un rischio di contagio, «meglio non portarli dai nonni, nei limiti del possibile - consiglia Voccia - E anche al pronto soccorso pediatrico del Maggiore si deve andare solo per casi gravi o problemi chirurgici».

Lo stesso vale per le visite negli ambulatori pediatrici. «Il nostro lavoro è cambiato da quando è scoppiata l'epidemia e si svolge in gran parte al telefono. Solo dopo un triage telefonico decidiamo chi deve presentarsi» dice Andrea Canali, segretario di Parma e vicesegretario regionale della Fimp (Federazione italiana medici pediatri). L'invito ai genitori, anche in questo caso, è di non andare in ambulatorio con i figli senza prima aver contattato lo specialista.