Sei in Gweb+

la testimonianza

«Io, ex infermiera di nuovo in prima linea dopo 20 anni»

25 marzo 2020, 05:08

«Io, ex infermiera di nuovo in prima linea dopo 20 anni»

CHIARA CACCIANI

«Quanto ci ho messo a decidere? Tre giorni: il tempo di trovare il mio diploma di infermiera seppellito da due traslochi».

E con le braci di una passione che scottavano ancora - che hanno scottato sempre, a ben sentire -, è bastato avere quel foglio tra le mani per riaccendere istantaneamente il fuoco e non poterlo più ignorare. «Ho subito scansionato il documento e l’ho inviato insieme al mio curriculum a un’agenzia specializzata. Era un venerdì, l’8 marzo alle 11.30: tre ore dopo mi hanno chiamata e il lunedì pomeriggio successivo ero attesa al mio primo turno di lavoro». Padiglione Barbieri, reparto Covid-19: il cuore dell’emergenza.

E’ lì che - 20 anni dopo aver lasciato il Pronto soccorso del Maggiore - Sabrina Silvi, nevianese, ha messo da parte il mestiere di commerciante ed è tornata in prima linea. «Di fatto era già tutto pronto - spiega - : sono sempre rimasta iscritta all’Albo, ho continuato a seguire i corsi di aggiornamento e a impegnarmi nell’ambito della Protezione civile con il Seirs Croce Gialla, guidato da uno dei colleghi conosciuti proprio in servizio, Luigi Iannaccone». La compensazione che fino a questo inverno bisesto e surreale era quasi riuscita ad acquietare il cuore.

Dopo il primo pomeriggio al Barbieri sono arrivate le notti, e poi ancora i giorni, e i ritmi serratissimi. E due giorni fa l’inizio di un’altra esperienza nei reparti Covid-19, al Valparma Hospital di Langhirano.

«Tra vestizione e svestizione sono quasi 10 ore di lavoro. Ne esci con le ulcere al naso, i lividi sulla fronte e i solchi sul viso a causa delle maschere di protezione». E tutto il carico interiore, ben più complicato da gestire di un cambio d’abito. «Ci aiutano anche i pazienti - racconta, e la voce si incrina come accadrà tante volte durante questa telefonata - : nonostante la difficoltà della solitudine, sono i primi a capire che corriamo tutto il giorno e chiedono il nostro intervento solo quando ne hanno proprio bisogno. Gli tengo la mano un paio di minuti mentre ci guardiamo negli occhi, e poi sono loro a dirti: vai..». Quegli occhi che «sono la sola cosa che vedono di noi, tutti bardati». Ma in mezzo al ronzio continuo e infernale dei ventilatori polmonari e la luce perennemente accesa restano, gli occhi, le voci più preziose di quel dialogo.

Infermiera, Sabrina lo è diventata a 21 anni. «E pensare che è tutto cominciato per caso… Finite le superiori, non avevo voglia di sedermi in un ufficio e cercavo un’idea. Un giorno incontrai un’amica, teneva in mano il modulo di iscrizione alla scuola infermiere. Fu un’illuminazione». Dal 1990 al 1998, salvo un anno in Chirurgia, ha lavorato al Pronto Soccorso e nell’emergenza. A mandare in crisi le scelte di vita fu la morte - a poca distanza - di due medici a cui «ero incredibilmente legata: Carlo Maiorano, professionista geniale, diventato un secondo padre per me, e ancora prima Giorgio Spadini. Con la loro scomparsa e con altri cambiamenti in corso, era venuta a mancare quella famiglia a cui sentivo di appartenere. Quando mi fu offerto di aprire un negozio di abbigliamento a Langhirano, accettai».

«Ero consapevole che non mi sarebbe mai più successo di trovare un secondo lavoro così amato… - e qui torna la commozione - Non mi sono mai pentita di questi 20 anni da commerciante, mi è anche piaciuto. Ma nel cuore c’era quello, solo quello».

Del suo secondo debutto dice che «ricominciando a fare prelievi ed emogasanalisi ho capito, per fortuna, che è come per la bicicletta: una volta che sai pedalare, poi è impossibile disimparare. Nel giro di qualche turno la ruggine, quella grossa, è andata via». Non solo: «Ho avuto la fortuna di capitare in turno con una ragazza assunta a ottobre che ha capito che doveva seguirmi passo dopo passo e darmi tutte le indicazioni».

«Mi hanno colpito la caparbietà degli specializzandi, il senso del dovere che porta ad avere assenze per malattia quasi nulle, e l’empatia che mostrano tutti: nessuno escluso. Ci sono medici che vanno in giro col telefono per far comunicare i pazienti coi parenti, li chiamano davvero appena possono. E’ dura - ammette - nessuno di noi era ed è pronto a una situazione del genere. A volte ti viene da piangere, hai gli occhiali e non puoi permettertelo. Così come trattieni la pipì, la sete e la fame e esci dal reparto una sola volta per turno per non doverti svestire e rivestire dovendo utilizzare nuovo materiale di protezione, così prezioso in questo momento».

A casa - a giusta distanza per evitare rischi - la aspetta il figlio 17enne: «Ha capito la mia scelta, e anche quella del padre, che non vede da settimane perché impegnato giorno e notte come volontario della Croce Rossa. Ci ha dimostrato di essere veramente in gamba nel gestire la quotidianità». «Mi infastidisce il termine eroi - si congeda -. In alcuni momenti lo sono i vigili del fuoco, in altri la protezione civile, in altri ancora le forze dell’ordine. Ma prima e dopo, degli eroi ci se ne dimentica. Più che eroismo, in realtà è responsabilità del ruolo. In questo momento tocca agli infermieri? E allora noi ci siamo. E' nel nostro Dna professionale». E nelle braci mai spente.