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Coronavirus

Le paure, le incertezze, la nostalgia: i parmigiani che vivono a Londra si raccontano

26 marzo 2020, 05:03

Le paure, le incertezze, la nostalgia: i parmigiani che vivono a Londra si raccontano

«Lockdown» e «Business as usual»: ai tempi del coronavirus, due concetti lontani anni luce. Alla buon’ora, tra i due, i leader mondiali stanno finalmente prestando maggiore attenzione al primo. Tra questi, il contestatissimo Boris Johnson, che fino a pochi giorni fa non voleva mollare la presa: tant’è che ha tenuto aperte le scuole fino a venerdì 20 marzo, così come pub, ristoranti, palestre, teatri, cinema.

Ora che tira un'altra aria - è di ieri la notizia che il principe Carlo è risultato positivo al test - e anche le città di Sua Maestà stanno chiudendo le attività e vietando gli assembramenti in una corsa per contenere il contagio, quali le reazioni dei parmensi che vivono e lavorano a Londra? Andrea Convalle, Margherita Serpagli, Elisa Tambini, Stefano Iacoppi e Raffaele Mocellin raccontano qui come si vive all’ombra del Big Ben nella morsa del Covid-19. Testimonianze che ci consegnano visioni diverse ma accomunate dal timore della diffusione: c’è chi non nasconde la paura di dovere per forza prendere i mezzi pubblici (ancora molto affollati) per andare a lavorare, chi invece dichiara di avere comunque fiducia nel sistema; c’è chi denuncia apertamente i deficit del sistema sanitario inglese e chi non nasconde di valutare il rientro in Italia.

GLI SMART WORKER

«Sono preoccupato, visto l’inefficacia nell’affrontare altre crisi come la recente alluvione e l’incendio del Greenfell Tower - dichiara Andrea Convalle, designer parmigiano che vive a Londra dal 1983 -. Quando il consigliere di Johnson ha poi parlato di immunità di gregge, ho pensato fosse una follia! Mi è poi sembrato che inventassero continuamente scuse per rimandare le necessarie restrizioni. E ora temo sia tardi. Credo tra l’altro che l’Nhs (la Sanità, ndr) non sia in grado di contenere la crisi».

Nel marasma, però, Convalle, che lavora da casa, plaude alla decisione del Governo «che pagherà fino all’80% dei salari, entro le 2.500 sterline, per chi non potrà più lavorare» ma al contempo ammette di considerare il rientro in Italia: «Non mi sento sicuro. Calcolando la lentezza degli interventi, qui sarà un disastro».

«Essendo informata su quello che stava accadendo in Italia, ho cominciato a essere preoccupata e a rendermi conto di quello che sarebbe successo ben prima dei miei colleghi. Purtroppo, credo che nessuno si preoccupi davvero fino a quando il problema non bussa alla porta di casa propria.

Ora, anche l’incubo è realtà ed è arrivato il giro di vite - racconta Elisa Tambini, classe 1991, borgotarese impiegata in un’agenzia immobiliare -. Ho fiducia: credo che il Governo stia cercando di “guidare” l’emergenza con misure graduali, per evitare il picco di contagi e soprattutto il panico e favorire così il graduale afflusso di pazienti negli ospedale».

Elisa poi svela che, lavorando per un’agenzia con filiali in altri paesi, aveva già potuto vedere le ripercussioni sui mercati. «È stata presa la decisione di far lavorare da casa la maggior parte dei dipendenti. Molti uffici rimarranno aperti, ma con riduzione del personale e l’introduzione di turni e rotazioni. Sono preoccupata ma penso che il Governo troverà la giusta via d’uscita. L’importante è rispettare le regole. Mi si chiede se vorrei essere in Italia ora... dopo sei anni passati a Londra, ho imparato a gestire la nostalgia, ma sempre con la certezza di poter prendere il volo del giorno dopo. Ecco perché adesso a spaventarmi di più è il pensiero di non poterlo fare e dire alla mia famiglia “ci vediamo stasera“».

 

IN FAMIGLIA

«Sapendo fin troppo bene come sarebbero progrediti i vari stadi della pandemia, vedere gli sviluppi per gli Italiani in Inghilterra è stato doppiamente angosciante. Stiamo aspettando che scoppi il bubbone e siamo preparati al peggio», fa sapere Margherita Serpagli, 50enne originaria di Bedonia e a Londra dal 1987, dove vive tutta la famiglia, compresi i genitori ormai anziani.

Margherita è fra gli italiani che hanno subito preso seriamente la diffusione del contagio: una settimana prima che il Governo inglese emanasse le restrizioni, raccontava su Facebook di essere andata a fare la spesa da Sainsbury’s indossando (responsabilmente) guanti usa-e-getta e mascherina.

Scelta che le sono valse, come dichiara nel post, occhiate di riprovazione e perplessità. «Ho subito pensato che qui stavano prendendo tempo e mentendo al pubblico per proteggere gli interessi dei più influenti. Hanno gestito il lockdown consigliando alla gente di non frequentare luoghi pubblici, ma allo stesso tempo non hanno ordinato la chiusura dei “business.” Così facendo, pare che le compagnie assicuratrici possano non pagare i danni che la pandemia causerà. Come sempre, a rimetterci saranno le classi più fragili e gli indifesi. Io intanto, dal 14 marzo, mi sono chiusa in casa. L’ultima volta che sono uscita, è stato appunto con la mascherina e i guanti per fare la spesa. Lavoro da casa, ma la mia vita è confinata in una camera all’ultimo piano: mio padre ha 80 anni e molti problemi di salute; anche mia mamma è ultra 70enne e io devo proteggerla. Scendo a farmi da mangiare ma rimango in cucina il tempo necessario per la preparazione, indossando la mascherina e stando a debita distanza. Anche mio figlio, che è tornato a casa dall’Università, deve stare lontano da mio papà per precauzione per cui dorme da mia sorella. Al momento, stare qui per noi è meglio: se fossimo stati a Bedonia, mio papà avrebbe frequentato molto di più i locali pubblici e forse si sarebbe ammalato prima che la pandemia scoppiasse. Sono preoccupata: dicono non facciano il tampone nemmeno al personale ospedaliero, che peraltro tutti noi apprezziamo e ringraziamo per il lavoro che fa nonostante le difficoltà. Sono persone meravigliose».

 

I LAVORATORI DELLA RISTORAZIONE

«La notizia della diffusione del Covid-19 circolava già verso la fine di dicembre: all’inizio parlavano solo di un’influenza stagionale, magari un po’ più forte - fa sapere Raffaele Mocellin, 44enne compianese e ristoratore -. Poi però le notizie dall’Italia hanno cominciato a farsi sempre più allarmanti. Eppure, in Inghilterra, fino allo scorso 20 marzo, sembrava che le persone non fossero assolutamente preoccupate: c’era ancora pochissima gente che girava con mascherine e i guanti».

Mentre molti possono lavorare a casa, Mocellin invece è fra quelli che devono per forza recarsi sul posto di lavoro. «Gestisco uno “Starbucks” all’interno dell’ospedale di St. Mary’s in Paddington, nel centro di Londra. Abbiamo un contratto con l’Nhs per distribuire cibo e bevande allo staff sanitario, quindi noi dobbiamo lavorare. E per poterci andare, devo prendere i mezzi pubblici, dove passo quasi 3 ore al giorno: non mi sento al sicuro, però non ho alternativa. Intanto, per quanto io preferisca rimanere qui in Inghilterra, dove ho la mia famiglia, penso ai miei genitori e a mio fratello che sono in Italia. Credo però che se rimarremo uniti, senza fare distinzioni tra nazioni, vinceremo la battaglia contro questo nemico».

Che cosa racconta invece un giovanissimo come Stefano Iacoppi, borgotarese, 24enne che lavora in un locale londinese dal 2016? «Questa è una città cosmopolita. Avevo visto molte persone andare in giro con la mascherina e anzi, considerata la concentrazione demografica e il costante passaggio di persone da tutto il mondo, mi ha sorpreso che il Covid-19 non avesse attaccato prima qui. Credo però che non si possa giudicare adeguatamente la situazione senza basi scientifiche. Mi permetto di dire che quando una città come Londra rallenta, si crea un effetto domino che colpisce tutti: tante metro sono ferme; i locali chiudono e si tagliano le ore di lavoro, mettendo in ginocchio molti italiani che operano proprio nella ristorazione. Ma lo Stato ha detto che aiuterà chiunque abbia perso il lavoro. In questo momento, preferirei essere a casa, in Italia, per una questione di appartenenza e affetti. Pur essendo convinti che andrà tutto bene, ci aspettiamo anche grandi cambiamenti».