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Coronavirus

«Io, anestesista in servizio no stop dal 22 febbraio»

28 marzo 2020, 05:08

«Io, anestesista in servizio no stop dal 22 febbraio»

MONICA TIEZZI

Lavora ininterrottamente dal 22 febbraio, senza lasciare l'ospedale e senza tornare a casa dal marito. Elena Bignami, direttrice della Seconda anestesia e rianimazione dell'ospedale Maggiore, è uno dei tanti medici in prima linea contro il virus. Con grinta e voglia di farcela, ma ogni tanto anche con momenti di sconforto.

Uno di questi, confessa, è stato il 14 marzo scorso, giorno del compleanno che ha trascorso come al solito in corsia, fra i malati. «Ho avuto una crisi fortissima quando ho visto alcuni colleghi anestesisti piangere. Ancora oggi ripensandoci mi vengono le lacrime», confessa. «Abbiamo stretto i denti consolandoci a vicenda, dicendoci che per tante persone siamo l'unica speranza, che non abbiamo altra scelta che continuare a fare quello che facciamo, curando i pazienti come fossero i nostri genitori. Per fortuna ho un team e un marito fantastici», aggiunge.

I post it incoraggianti sulla bacheca del reparto e le foto di gruppo, bardati come sommozzatori in un mare dove l'insidia è tanto più paurosa perché invisibile, sono frammenti di una straordinarietà diventata quotidiana nelle rianimazioni di tutta Italia.

Ci sono gli ultraottantenni che ce la fanno, trasferiti nei reparti pre-dimissioni. «C'è la signora incinta che scopre di essere contagiata e che, grazie alle cure della ginecologia e della brava direttrice Tiziana Frusca, si è stabilizzata e negativizzata. Un successo doppio perché erano in ballo due vite» dice Bignami. Ma c'è anche il 27enne che ha bisogno di cure intensive e con davanti un percorso di guarigione ancora lungo.

Sono un centinaio gli anestesisti e rianimatori (equamente divisi fra specialisti e specializzandi) che stanno lavorando per fronteggiare l'emergenza al Maggiore. Non solo nei reparti dedicati alla specialità, ma nei tre padiglioni (ex pediatria, ortopedia e clinica medica e Torre delle medicine) trasformati dall'azienda ospedaliero-universitaria in reparti Covid. In tutto circa 650 malati, oltre a quelli nelle due terapie intensive.

In ciascuno dei tre padiglioni Covid ci sono in servizio due anestesisti al mattino, uno o due al pomeriggio, e uno di notte. «Questo ci consente di provare ad assistere subito i malati con la ventilazione non invasiva e di seguirli con trattamenti sub-intensivi in modo da raccordarsi con le due rianimazioni per decidere l'eventuale ricovero in trattamento intensivo nel momento più opportuno» spiega Bignami.

Un modello di collaborazione fra medici e di cogestione dei pazienti che si sta imponendo in altri ospedali universitari e che fa tesoro anche dell'esperienza di lotta al coronavirus dei medici cinesi.

Se l'esercito è ben schierato, le armi da usare sono oggettivamente poche, e vanno usate con oculatezza. Oltre ai respiratori, ci sono i caschi per la terapia CPAP (pressione positiva continua delle vie aeree) e la ventilazione meccanica non-invasiva, le mascherine con diverse frazioni di ossigeno, le maschere per la ventilazione BIPAP (Biphasic positive airway pressure).

Smentita l'ipotesi che il Covid colpisca in modo grave solo gli anziani (che comunque restano i più esposti), Bignami spiega che è ancora troppo presto per capire contro chi il virus si accanisca di più, e perché. «Abbiamo però notato che essere uomo e in sovrappeso sono due fattori associati ad un peggior andamento della malattia» dice la direttrice della Seconda anestesia e rianimazione.

Nella guerra al contagio però non si contano solo i caduti. «C'è una flebile speranza: dal nostro osservatorio da qualche giorno non vediamo più l'aumento esponenziale dei casi» dice Bignami. Una speranza alla quale aggrapparsi per trovare forza e motivazione.

 

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