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CORONAVIRUS

Parmigiani all'estero: «Vorremmo solo rivedere le nostre famiglie»

29 marzo 2020, 05:06

Parmigiani all'estero: «Vorremmo solo rivedere le nostre famiglie»

CAMILLA DALLA CHIESA

«Desidero solo tornare a casa, dalla mia famiglia e dai miei cari»: queste le parole e il grido di aiuto lanciato a migliaia di chilometri di distanza da Camilla Dalla Chiesa, bloccata in Australia da giorni.

E’ l’invito che viene ripetuto da settimane, la raccomandazione più importante per poter sconfiggere la pandemia: «restate a casa» ma c’è chi, la casa, non ce l’ha e non riesce a raggiungerla.

Sono tanti, tantissimi gli italiani bloccati all’estero, tra questi anche numerosi parmigiani come appunto Camilla, giovane colornese poco più che ventenne che nel nuovissimo mondo si era trasferita un anno fa per un’esperienza lavorativa.

Un viaggio che doveva terminare proprio in questi giorni quando il mondo è cambiato e gli aeroporti hanno iniziato a cancellare i voli. «Avevo prenotato il mio rientro mesi fa, quando tutto questo non era nemmeno immaginabile- racconta Camilla-, ora mi trovo in una situazione paradossale perché ho perso il lavoro a causa della chiusura dei locali (Camilla lavorava come cameriera, ndr), il visto turistico scade il 6 aprile e per essere rinnovato devo dimostrare di avere un lavoro e le compagnie aeree non partono a meno che io non abbia 12000 euro per pagarmi il volo con Qatar, unica compagnia che in questo momento viaggia ma che comunque non garantisce l’arrivo in Italia».

Camilla, che si trova in compagnia della mamma che l’aveva raggiunta poco prima che scoppiasse la pandemia, non è la sola a condividere questa situazione, anche Isabelle Rodolico, sempre di Colorno, si trova in difficoltà.

«Ho pagato oltre 3000 dollari per voli che hanno annullato e mi ritrovo ancora bloccata a Melbourne- spiega-. Per partire occorre il tampone ma il tampone viene fatto solo se si hanno sintomi e il mio passaporto italiano al momento mi tiene bloccata. Non ho più una casa perché avevo dato la disdetta e nemmeno un lavoro. Ci aiutiamo con altri italiani ma la situazione è davvero critica».

Camilla si è ovviamente rivolta al Consolato ma quest’ultimo ha deciso di fornire agli italiani in Australia solo il 10% di sconto per acquistare il volo: un bel gesto ma dati i prezzi non particolarmente utile.

«Sono andata direttamente al Consolato aperto dal lunedì al venerdì solamente dalle 9 alle 12: su 6 sportelli ne funziona uno solo. Ho chiesto aiuto ma non ho ricevuto soluzioni concrete se non alcune che mi costringevano a dover pagare moltissimi dollari».

In questo momento Camilla vive in una stanza che condivide con altri italiani, un ragazzo messicano e uno tedesco: «Siamo nella stessa situazione e ci aiutiamo l’un l’altro ma si fa fatica anche a trovare i soldi per mangiare perché non sappiamo per quanto dovremmo rimanere qui e gli affitti non vengono abbassati- conclude -. Siamo sconfortati e ci sentiamo abbandonati, l’unica cosa che vorremmo è tornare a casa». Nicole Fouquè

 

FRANCESCA VUOLO

Bloccata in Giappone, senza sapere quando potrà tornare a Parma a rivedere la famiglia, e soprattutto con l'angoscia che l'epidemia possa coglierla ad Okinawa, da sola. Francesca Vuolo, 23 anni, diploma al liceo delle scienze umane Sanvitale e studentessa di lingue all'università di Bologna, è una di quei 40mila italiani all'estero che vorrebbero tornare in Italia, secondo i dati della Farnesina. La ragazza è nell'isola di Okinawa dal 7 febbraio scorso per perfezionare il giapponese, che studia all'università, ospite di amici che ricambia guardando i loro bambini.

«Prima di partire ero molto incerta - spiega - Ma la Farnesina mi aveva rassicurato che non c’erano problemi e che la situazione era ancora stabile. Sarei dovuta tornare il 6 maggio, con una compagnia aerea finlandese che al momento ha cancellato tutti i voli per l'Italia e dal Giappone. Ho chiamato la Farnesina ma non mi hanno risposto, così come l’ambasciata italiana a Tokyo».

Giornate di angoscia, mentre dai media rimbalzavano le notizie dell'aumento esponenziale del contagio in tutto il Nord Italia, e soprattutto a Parma, dove vivono i genitori e la sorella.

«Tramite un amico mi sono fatta dare un numero per le emergenze e questa volta qualcuno mi ha risposto. Le proposte che mi sono state fatte son due: tornare in Italia il prima possibile comprando il volo Alitalia Tokyo-Roma, con un prezzo "agevolato" di 700 euro; o rimanere fino a scadenza del visto e al massimo rinnovarlo per un altro mese e vedere se qualcosa possa cambiare a mio favore».

Il biglietto originario di ritorno, spiega Francesca, era stato acquistato ad un prezzo molto più vantaggioso, poco più di 500 euro, «ma la compagnia aerea finlandese ha spiegato di non essere tenuta a offrire un’altra tratta, ma solo un rimborso o un voucher da utilizzare a fine anno. In questo momento non ho la possibilità economica di acquistare un altro biglietto. E non posso chiedere i soldi a mio padre, che da due mesi è senza lavoro».

Nel frattempo, continua Francesca, «Alitalia ha annunciato, con pochi giorni di anticipo, che l’ultimo aereo da Tokyo per Roma sarà oggi, 28 marzo (ieri per chi legge, ndr). Poi se ne riparlerà, forse, a maggio. Anche se avessi potuto acquistare il biglietto, avrei comunque perso quel volo perché non sarei riuscita ad organizzare in tempo il viaggio per Tokyo, che dista più di duemila chilometri da Okinawa».

Le prospettive di rientrare a Parma, quindi, per ora sono sempre più incerte.

«Ho rinunciato a raggiungere Tokyo e ho deciso di restare ad Okinawa. Credo che Tokyo diverrà presto pericolosa per l'aumento dei contagi e temo anche qui una quarantena collettiva forzata.

Fino a pochi giorni fa a Okinawa, e in generale il Giappone, ufficialmente si registravano pochi casi, rispetto ai nostri numeri, ma questo solo, credo, per il basso numero di tamponi» dice Francesca.

«Forse solo con l'annuncio del rinvio delle Olimpiadi i giapponesi si stanno rendendo conto della situazione. Staremo a vedere». Monica Tiezzi

 

MARIO ALBERTO FRIGO

Oltre seimila chilometri in linea d’aria. Ovvero: tre voli e almeno nove ore dietro fila su Boeing zeppi di persone. Ecco la distanza tra un adolescente della «Covid-generation» e la sua Parma.

«E’ stato un viaggio da incubo. Ma tendo ad essere sempre positivo: vivere un periodo in America è stata un’esperienza che mi ha aperto gli occhi e per cui non ringrazierò mai abbastanza». Parola di Mario Alberto Frigo, 17 anni, uno dei tanti studenti che stanno rientrando dall’estero in ordine sparso. Frequenta il liceo Marconi e ha fatto dietrofront da Boston nei giorni scorsi. Oggi è in isolamento precauzionale.

La sua mansarda è off limits anche per mamma Veronica che ammette: «Ho vissuto sulla pelle la peggiore delle angosce: un figlio lontano mille miglia, circondato da una famiglia che non è la sua e col rischio di ammalarsi. Mentre io ero appesa al filo di ben due governi e altrettante associazioni per l’interscambio culturale. Mi ritengo davvero una privilegiata perché ora è al piano di sopra. Non vedo l’ora di tornare ad abbracciarlo».

Il ragazzo, che ha dimostrato ben oltre i suoi 17 anni, è decollato lo scorso 27 agosto, destinazione: Arlington, Massachusetts, vicino a Boston e ripercorre l’escalation di follia collettiva vissuta tra Usa e Italia. A fare da spartiacque anche qui il focolaio nel lodigiano: campanello d’allarme per molti americani: «Sono riuscito a seguire cosa stava accadendo a Parma grazie a Fox News e alla solidarietà della mia famiglia ospitante – chiarisce il 17enne -. In particolare la mia “madre americana” aveva una parente sulla Diamond Princess, la nave da crociera tenuta per due settimane in quarantena in Giappone. Per questo capiva esattamente la mia preoccupazione e comprava costantemente Boston Globe e New York Times. Appena ho saputo della chiusura scolastica italiana ho chiamato subito i miei nonni e gli zii per supplicarli di stare in casa». Anche il 17enne ha assistito alla corsa alla scorta: «interi scaffali vuoti per giorni. Era desolante, ma a far paura è stata soprattutto la penuria di mascherine. Sono riuscito a partire solo perché la “madre ospitante” mi ha ceduto l’unica che era riuscita a scovare per tutta la famiglia. In sostanza mi sono barricato in casa fino a quando ho ricevuto la chiamata dell’associazione per lo scambio interculturale».

«Mi hanno comunicato che sarei rientrato in Italia due giorni prima del decollo – dice – e tanto mi è bastato: ho subito preparato la valigia. Sapevo che mi sarebbe occorso un giorno intero per prepararmi psicologicamente al grande viaggio». Sospirone e prosegue: «ho dovuto prendere tre voli: Boston- New York, New York-Roma, Roma-Milano e mentre ero in attesa al gate newyorkese nessun operatore indossava la mascherine. Non solo: eravamo tutti stretti come sardine, in attesa che aprisse l’imbarco». Sull’aereo Alitalia la situazione non è migliorata: «eravamo in 175, tutti vicini. Per bere acqua ci hanno invitato a servirci da soli, peccato che la stragrande maggioranza delle persone non indossasse guanti. Le bottiglie sono passate tra le mani di molti».

Poi finalmente l’atterraggio: e mamma Veronica era ad attenderlo per riportarlo a casa in auto. Niente abbracci: anche se uno sguardo vale moltissimo in certi casi. Oggi Mario Alberto è ottimista: «E’ stato proprio durante uno dei corsi che ho seguito in America, che ho scoperto la passione per l’economia che spero diventi la mia strada futura. Rimane un pizzico d’amarezza per lo spring break - le due settimane di ferie a marzo intoccabili per gli studenti americani ndr -, ma questa è un’altra storia». Chiara Pozzati