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CORONAVIRUS

Le voci amiche della centrale di Parmasoccorso

30 marzo 2020, 05:04

Le voci amiche della centrale di Parmasoccorso

ROBERTO LONGONI

Basta quel filo di fiato a dire ogni cosa. Fa pensare al tono di chi teme di disturbare, quando invece è l'ultimo sforzo di un petto invaso dal virus. Gente che chiede aiuto e al tempo stesso non lo vuole.

«L'ospedale? Mah, ora vedo... Forse passa». No, passa solo il tempo: ne basta pochissimo, perché l'operatore del 118 richiami come d'accordo e nessuno risponda. Ora è il silenzio a dire tutto. Quell'ultimo filo di fiato era di chi forse senza saperlo stava chiedendo il permesso di andarsene per sempre.

Ecco, oltre una porta chiusa, al civico tale della tale via, si è appena spenta un'altra vita: un uomo o una donna che respirava fino a poco prima, fino a quando i polmoni se li è presi il covid-19. Oppure, risponde la moglie, il marito, un figlio appena accorso e tu sai già che cosa ha da dirti, oltre al grazie per aver richiamato. E per un attimo anche tu ti ritrovi con un filo di fiato, perché il nome di un'altra vittima stringe ancora di più il nodo alla gola. Ma la voce va ritrovata, e in fretta, perché il telefono squilla già di nuovo: un altro ha bisogno, e speri di poter fare qualcosa per lui. Ora che il contatto è vietato, è la voce a farsi corpo. Allunga carezze, attraverso un abbraccio può scaldare con un barlume di fiducia anche chi sta morendo.

LOTTA CON LE LACRIME

Una telefonata dopo l'altra, senza posa. Mentre per chi ti sta accanto - cuffie con microfono e viso coperto dalla mascherina anche lui - devi fare di tutto per evitare di piangere. Ne va della tenuta di tutti. Mai come in questi giorni gli operatori del 118 hanno formato una squadra così compatta. Un equipaggio. Più che di una barca, di un sommergibile: questo è la centrale operativa di Parmasoccorso di via del Taglio. Il diluvio di richieste d'aiuto li ha immersi in un dolore che sembra senza fine.

Tra il 22 e il 23 febbraio, quando le zone rosse erano ancora limitate, ma già vicine, si superavano le duemila chiamate al giorno. È stato necessario quasi raddoppiare gli operatori (tutti infermieri specializzati nella gestione di questo avamposto delle emergenze): da sei per turno si è passati a dieci o undici. Con il tempo si è anche capito quando bisognava essere più coperti, ricordando che intanto continuano ictus e infarti, emergenze nell'emergenza.

NESSUNO SI TIRA INDIETRO

I picchi delle richieste d'aiuto legate al coronavirus sono quasi sempre tra le 10 e le 13 e tra le 16 e le 19. Come se la pandemia guardasse l'orologio. Un lusso non concesso e nemmeno voluto da chi sta in centrale. «Gli operatori sono straordinari - dice Marco Boselli, uno dei coordinatori -. Qui non si ha paura di lavorare 12 ore. Tutti si sono messi a disposizione: la flessibilità è la dote più importante. Spiace usare questa parola, ma siamo in guerra, e il nostro impegno va al di là di tutto, anche della famiglia. È capitata una cosa molto più grande di noi e molto diversa da quanto c'era stato detto. Abbiamo una gran voglia di piangere, ma non si può... Si aspetta solo di contare una telefonata in meno per vedere il clima cambiare». C'è chi si è messo al proprio posto di combattimento anche con qualche acciacco. Magari ortopedico, perché alla prima linea di febbre, al primo colpo di tosse, il gioco di squadra pretende che si faccia un passo indietro. Il luogo che riceve le richieste di soccorso di Parma, Piacenza e Reggio Emilia non può permettersi di ammalarsi a sua volta. Così, si è smesso di ruotare i turni di chi va sulle ambulanze e sull'elicottero: una delle prime contromisure al dilagare del contagio.

CONTINUA SANIFICAZIONE

Sebbene così presidiata, la centrale operativa garantisce tra un operatore e l'altro una distanza di sicurezza di tre metri. Inoltre, è sottoposta a una costante sanificazione: i pavimenti vengono disinfettati tre volte al giorno, mentre gli operatori si lavano le mani di continuo. I rari momenti di stacco vengono usati per «lavarsi» la mente con una battuta, una risata. Poi, si torna in linea. Si viaggia su una media di 1.500 chiamate al giorno. Non è cambiato solo il numero delle telefonate, ma anche il contenuto. Prima, era inevitabile chiedere al cittadino se fosse stato in contatto con qualcuno della zona rossa, specie di Codogno.

Convinto che il virus fosse con gli occhi a mandorla, in quei giorni c'è chi ha chiamato per chiedere informazioni per un «amico». «Si è fatto fare un "massaggino" da una ragazza cinese: rischia di ammalarsi?» ha domandato. Per poi tradirsi al «ma ora come sta?» sparato a bruciapelo dall'operatrice. «Sto bene, sto bene». Già, l'amico... Ora non si parla più di geografia o di frequentazioni, si indaga il respiro.

LE DOMANDE DI RITO

Le domande sono: «Fatica a respirare? Si stanca subito? È paonazzo in volto?». Se poi qualcuno ha subìto una sincope, i dubbi aumentano: le polmoniti possono causare svenimenti. A volte le risposte sono corredate da dati specifici: c'è chi si è munito di saturimetro. Ma perché sia affidabile, lo strumento non può costare meno di 60-70 euro.

Molti medici sono malati, alle case di riposo sono venuti a mancare punti di riferimento. Numerosi pazienti vengono sentiti più volte: al loro nome corrisponde una scheda, per seguire l'evoluzione della malattia. Qualcosa che si fa davvero fatica a prevedere. Persone che stavano abbastanza bene fino a un momento prima precipitano all'improvviso. Si è visto morire chi non si sarebbe mai detto e guarire chi sembrava non ce la potesse fare. E poi c'è chi resta. Il figlio o la figlia che i primi giorni, quando ancora non era stato organizzato l'Urp dell'ospedale per le famiglie, richiamava per dire: «Io mio padre l'ho salutato e non l'ho più rivisto».

La risposta sarebbe venuta con una busta nera con gli effetti personali di chi non c'era più. Dolore, troppo dolore. Che a volte ha anche un nome e un viso conosciuti. Quasi tutti in centrale hanno perso un amico, un parente.

LA CITTÀ AL NOSTRO FIANCO

A confortarli almeno un poco, la conferma di avere una città accanto. «L'ospedale ha fatto un grandissimo lavoro - dice Boselli - e la risposta del volontariato è stata straordinaria. Tutte le associazioni rispondono al meglio. Anche in questo, la chiusura delle attività ci aiuta. Anche con la Polizia locale, nostra dirimpettaia qui in via del Taglio, abbiamo creato un'ottima collaborazione».

Come quando ha chiamato un cittadino preoccupato perché non aveva più notizie di un conoscente in quarantena. Le ambulanze erano tutte già impegnate, e al nome della segnalazione corrispondevano due persone. Che si trattasse di un falso allarme è stata una pattuglia della Polizia locale a verificarlo, bussando a entrambi gli indirizzi.

Poi, ci sono i singoli: quelli che telefonano ogni giorno non per chiedere aiuto, ma per offrirlo, che mandano mail. O che ringraziano. Come la nonna che ha chiamato per dire a un operatore: «Che Dio la conservi adesso e le riservi un posto in Paradiso per quello che sta facendo». Cittadini che donano dolci, gelati, pasta al forno, casse di banane e arance. Cibo in aggiunta a quello a sua volta preparato con il cuore dalla Protezione civile, altra vicina di casa ancora più preziosa in questi giorni. «Siamo ingrassati - aggiunge il coordinatore della centrale operativa -. E ci fa piacere, perché non ci viene donato solo del cibo. No, sono carezze». Ce n'è un bisogno assoluto ora che non ci si può toccare, ora che non si può nemmeno piangere.