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INTERVISTA

Pupi Avati: «Il virus ha toccato i miei affetti ma sono fiducioso»

30 marzo 2020, 05:01

Pupi Avati: «Il virus ha toccato i miei affetti ma sono fiducioso»

MARA PEDRABISSI

 

«E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi, che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga... E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato». Pupi Avati entra dalla porta principale nella sostanza delle cose: così stiamo, se vi pare. Lo fa nella bella lettera - bella perché ben scritta, bella perché piena di bei pensieri - pubblicata dal "Corriere della Sera" in prima pagina qualche giorno fa e rilanciata da tanti altri giornali e siti. Diventata "virale" diremmo, senonché questa parola già non ci piaceva prima, e figuriamoci adesso.

Maestro Avati, una lettera piena di poesia ma anche di brutale buon senso, come nella riflessione sul servizio pubblico della tivù, un appello ai vertici Rai.

«Tutto è nato dalle sollecitazioni di Alessandro Gnocchi, giornalista per Il Giornale, che chiedeva le mie considerazioni su questo periodo. Ho cominciato a pensare al mio settore, alla difficoltà di dare un contributo mentre ci sono eroi, e non sto a farvi l'elenco che lo sapete, che rischiano la pelle perché 60 milioni di italiani possano andare avanti. Ecco allora: e noi? E la televisione cosa sta facendo? Se ne sono accorti in viale Mazzini che è cambiato qualcosa? Al di là che i dibattiti avvengono via Skype, in studi deserti, non è che i palinsesti siano mutati. Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il Paese? Questo senso del limite, questa dolorosa lezione che ci è stata impartita, ci dota anche di una percettività enorme...».

E qui si dovrebbe innestare il servizio pubblico...

«Palinsesti che pigramente reiterano gli stessi format. Perché invece non pescare all'interno di quel baule delle meraviglie in cui stanno le cose straordinarie realizzate dagli esseri umani che ci hanno preceduti?».

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«Sono piattaforme élitarie. E' come se ci si vergognasse. Io parlo del mio settore, il cinema italiano: va ripescato perché è ignorato. Vede, tengo lezioni di recitazione e, quando dico "De Sica", mi rispondono "Ah, Christian"...».

Partirebbe dal neorealismo, dunque...

«Sicuramente ma anche le grandi commedie successive. Non un palinsesto penitenziale: Totò, gli sketch di Troisi, i concerti di Paolo Conte, Miles Davis, Arturo Toscanini, Arturo Benedetti Michelangeli, della Callas... Potrei farle una lista da qui a stanotte. Approfittiamo del momento, ora che il cerbero Auditel, che ha mortificato la qualità, ha le unghie spuntate».

Maestro, come vive il presente?

«Vivo con dolore immenso, anche per situazioni di vicinanza. I mio figlio vive a Londra, dove l'epidemia è stata sottovalutata, e si è ammalato con tutta la famiglia. Sono stati momenti di tensione molto forte, adesso sembra stiano bene. Ho perso anche un carissimo amico. Vivo con paura e rispetto però in qualche maniera dobbiamo trarre una lezione di fronte a qualcosa che ci fa capire quanto siamo impreparati, piccoli, quanto con molta superficialità ci siamo sentiti onnipotenti. E' stato un risveglio brusco. Noi ora stiamo guardando negli occhi la verità delle cose».

Quando «avranno aggiustato il film in cabina», per riprendere una sua metafora, come saremo?

«Sono fiducioso, ci ritroveremo migliori. Sublimiamo questo momento negativo per farlo diventare un'opportunità».