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Medico di base

Elisa Rasori: «Pochi dispositivi. Rischiamo la salute»

01 aprile 2020, 05:08

Elisa Rasori: «Pochi dispositivi. Rischiamo la salute»

ANNA MARIA FERRARI

Due mascherine filtranti e giusto il cambio dei camici. Come dire, affrontare disarmati il nemico coronavirus, costretti a rischiare la salute (e la vita) per dovere professionale. E' impari la guerra dei dottori di famiglia al nemico Covid-19, loro, presenti ogni santo giorno negli ambulatori, primo presidio cui il paziente si rivolge: a raccontare questi giorni tragici è Elisa Rasori, medico di base nella zona di via Montebello, oltre 20 anni di lavoro alle spalle, una lista infinita di pazienti che la cercano, la chiamano, hanno bisogno della sua voce. Un'impresa professionale e umana, quella di resistere alle ondate di ansia e dolore dei pazienti, racimolando sapere e empatia, ricette e parole di conforto. Eppure non si sente un «angelo», ribadisce, allergica alla retorica, ma solo «una professionista che vuole lavorare in sicurezza»: anche se nei fatti un' eroina la è, al fronte del suo ambulatorio. Sacrifici personali, tanti. Ad esempio ha scelto di isolarsi dai figli e dai familiari, anche se è sempre stata bene. Dalla sua postazione in camice bianco ha una visione d'insieme di quanto sta succedendo e la sua fotografia, forte dell'esperienza sul campo, ci fa capire i numeri reali dell'epidemia anche a Parma: «Controllo i pazienti che ho ammalati per sospetto Covid-19 a domicilio: sono tre volte superiori a quelli ricoverati. E sono solo i sintomatici».

Come sta vivendo questi giorni a livello professionale e personale?
E’ un momento per me molto difficile. Quotidianamente monitoro i pazienti che hanno i sintomi Covid-19, anche due volte al dì per telefono. Vedo morire persone che conosco da una vita in un modo così assurdo e straziante, lontane dagli abbracci e dall’affetto dei loro cari. Ho rinunciato da più di un mese a vedere la mia famiglia, amiche e amici, per paura di poter essere fonte di contagio.

Ha paura di ammalarsi?
Sì, certo, ho paura. E voglio esprimere la mia rabbia per come siamo stati abbandonati.

Riesce ad assistere i pazienti con i dispositivi adeguati?
Ho scritto più di una volta all’Asl e per conoscenza all’Ordine (la prima volta un mese fa), lamentando la carenza di dispositivi di protezione e sollecitarne l’invio: ad oggi, ho ricevuto dall’Asl 2 mascherine filtranti, 2 camici usa e getta e una manciata di mascherine chirurgiche. La categoria dei medici di medicina generale è stata finora la più esposta e presenta il maggior numero di sanitari deceduti: come ho scritto nell’ultima lettera siamo stati mandati «a mani nude e viso scoperto» a fronteggiare questa terribile epidemia, rischiando paradossalmente anche di essere vettori del contagio. Ai sanitari, così come a tutti quei lavoratori che devono continuare a lavorare, non credo interessi essere definiti eroi: vorremmo solo lavorare in sicurezza, come è giusto che sia.

Cosa ci ha fatto capire questa epidemia?
Credo che questa immane tragedia a livello personale ci debba portare, come ha detto Giuseppe Conte, a ripensare alla nostra vita; e, aggiungo, a riconsiderare quali siano per ciascuno di noi le cose per cui valga davvero la pena di vivere, di impegnarsi e di lottare. A livello generale credo che, ad epidemia sotto controllo - faccio fatica a dire “finita” - andrà fatta qualche riflessione sulle responsabilità di chi ai vertici sovranazionali e nazionali (e la politica c’entra relativamente in questo caso, visto che in genere i politici passano e i dirigenti restano) avrebbe dovuto essere pronto a fronteggiare questa emergenza annunciata.

Cosa si sarebbe dovuto fare?
Ad esempio, aver predisposto un piano perché non ci trovassimo così impreparati ed inermi. Le epidemie di SARS (2002) e di MERS (2012) avrebbero dovuto suonare da campanello di allarme. Sto pensando alla formazione del personale, alle misure di isolamento sociale, alle riserve di dispositivi di sicurezza. Tutto andava e va a tutt'oggi studiato a tavolino e predisposto nei dettagli. Sempre nell'ottica di non farsi sorprendere dall'emergenza.

A chi viene fatto il tampone?
I tamponi attualmente vengono eseguiti solo ai malati che arrivano in ospedale e ai loro contatti; ritengo che, per arginare in parte l’epidemia, andrebbero eseguiti almeno ai soggetti ammalati di probabile Covid-19 che seguiamo a domicilio e ai loro contatti.

Quando ha identificato i primi casi tra i suoi pazienti?
I primi pazienti ammalati li ho visti nell’ultima settimana di febbraio, quando ancora le indicazioni ricevute ci dicevano di considerare come sospetti casi quelli di persone che venivano dalla Cina o avevano avuto contati con persone di ritorno dalla Cina: il virus purtroppo era già invece ampiamente dilagato.

Quando finirà questa emergenza?
Impossibile fare serie previsioni. Di questo virus sappiamo ancora pochissimo, tranne il fatto che è estremamente contagioso. Ogni giorno però aggiungiamo un piccolo tassello alle nostre conoscenze e apprendiamo qualcosa in più.

 

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