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Intervista

Argentero: «Il camice del medico? È una divisa»

02 aprile 2020, 05:01

Argentero: «Il camice del medico? È una divisa»

FILIBERTO MOLOSSI

 

«Lo sento il peso del camice: è come se fosse una divisa, un'uniforme. Esige rispetto. L'ho portato per mesi e anche ben prima di questa emergenza io e gli altri interpreti lo abbiamo indossato sapendo cosa comportava: con un senso di responsabilità». Medico per finta, a breve padre (per davvero) per la prima volta (sarà femmina), Luca Argentero stasera farà quello che faranno moltissimi altri italiani: guarderà su Rai 1 la seconda puntata di «Doc-Nelle tue mani», il medical drama di cui è protagonista e che all'esordio ha incollato al televisore oltre 7 milioni di persone.

Il tuo personaggio in «Doc» è ispirato a Pierdante Piccioni, il primario lombardo che a causa di un incidente perse 12 anni di ricordi: e se fosse successo a te? Ci hai mai pensato?

«Sarebbe stato un casino, davvero...: 12 anni fa facevo già l'attore, ma mi sarei ritrovato completamente fuori fase. La cosa che mi ha colpito di più della vicenda di Pierdante è il fatto di come fosse cambiato velocemente il mondo in quei dodici anni: pensa solo a risvegliarti nell'epoca dello smartphone mentre tu sai usare solo il telefono coi tasti...Fosse successo a me sarei rimasto spaesato quanto lui, ma più che per la vita privata o professionale per i cambiamenti tecnologici e sociali».

C'è qualcosa che ti lega a Piccioni, credi di avere qualche affinità con lui?

«In realtà siamo due persone molto diverse: però mi piace moltissimo il suo genuino entusiasmo nei confronti della vita, che condivido. Ecco sì, questo ci accomuna, ci rende in un certo modo simili».

Ma ti aspettavi che la serie avesse così successo?

«Aspettarmelo no, ma diciamo che ci speravamo tutti. È un momento difficile da decifrare, però diciamo che siamo arrivati al momento giusto: ho la casella di posta elettronica piena di messaggi di ringraziamento. Sia da parte di chi mi ha scritto che gli abbiamo fatto passare bene due ore, sia di medici e infermieri che si sono sentiti ben rappresentati dalla nostra finzione. Questa è la cosa che ci ha fatto più piacere: volevamo che la storia fosse credibile. Poi certo, nessuno di noi poteva aspettarsi quello che è accaduto: e così abbiamo finito per raccontare una storia di medici in un momento assolutamente surreale, dove i medici sono i veri protagonisti del presente. Questo ha sicuramente portato alla serie un valore aggiunto: come ti dicevo ho ricevuto tantissimi messaggi di ringraziamento da parte di addetti ai lavori. E questa è l'unica vera grande soddisfazione che volevo avere in questi giorni così particolari».

E tu ti sei piaciuto nel rivederti?

«Guarda, non ho mai rivisto una cosa che ho fatto senza avere voglia di rifarla in modo diverso: è la maledizione di noi attori. Noti sempre quello che non ti piace rivedendoti: mai quello che hai fatto bene».

Con questa serie confermi il tuo interesse per le storie vere...

«Sì, è sempre stato così: le storie vere mi interessano di più, anche da spettatore. Penso a «Toro scatenato» o a «Papillon» Il personaggio di "Doc" è arrivato in un momento molto giusto per me, anche da un punto di vista anagrafico. La mia carriera è stata sempre così: sono sempre salito su treni in corsa e spesso mi è andata bene. Poi certo: le biografie per un attore sono sempre una sfida tripla, in questo caso quadrupla perché il protagonista è un medico straordinario».

Ci dai qualche anticipazione su quello che accadrà nella puntata di stasera?

«Posso dire che quello di stasera è il vero inizio della storia. Dopo la presentazione del personaggio, si entra a regime. E nel vivo. Il protagonista ricomincia a fare il medico dal gradino più basso, viene tenuto ai margini: ma senza il suo aiuto gli altri medici non riuscirebbero a risolvere alcuni casi. La grande empatia che dimostra coi pazienti lo porterà a volte sulla strada giusta, ma altre no. D'altra parte, è proprio questa la parola magica dell'intera serie: empatia. Insieme alla speranza: la sua di tornare a essere il medico che è stato e la nostra che questo brutto periodo passi».

A proposito come trascorri le tue giornate? So che ami i libri: cosa stati leggendo adesso?

«Sono in fissa per i manuali per giovani papà (ride, ndr): ne sto leggendo due o tre che mi hanno consigliato gli amici. Ti dirò, sono interessanti e divertenti: ed è un buon modo anche per stare accanto a Cristina».

E i social, li usi?

«Per lavoro soprattutto: non ho mai avuto un profilo Facebook, solo una pagina pubblica. Uso Instagram e Twitter, ma soprattutto per promuovere i miei progetti. E sul web ho la mia onlus, www.1caffè.org: abbiamo sostenuto tanti progetti, in questo momento il 100% delle nostre donazioni va alla Protezione civile.

Le ultime 4 puntate della serie andranno in onda in autunno: non avete pensato di cambiare la sceneggiatura, magari facendo lottare il tuo personaggio - così come il vero Piccioni - contro il coronavirus?

«In realtà ci manca pochissimo da girare, 4-5 giorni al massimo: ora però è veramente impossibile capire quando potremo tornare a lavorare sul set. Credo che questa emergenza abbia dimostrato come lo smart working sarà la deriva la naturale per il lavoro di domani, producendo vantaggi inestimabili dal punto di vista ambientale e contenimento dei costi. ma certe professione, come la mia, non si possono fare da remoto: quindi attendiamo. Non credo che però a questo punto cambieremo quello che è stato scritto: potrebbe però essere una buona idea per una seconda serie. Magari: farla significherebbe che la prima è andata benissimo!».