Sei in Gweb+

CORONAVIRUS

Sandra Rossi: «Terapia intensiva, è qui il nuovo fronte contro il virus»

02 aprile 2020, 05:06

Sandra Rossi: «Terapia intensiva, è qui il nuovo fronte contro il virus»

PIERLUIGI DALLAPINA

La marea sta calando. È un calo lento ma costante e i primi a rendersene conto sono stati i medici e gli infermieri del pronto soccorso, che da qualche giorno non sono più travolti dalle ondate dei contagiati. Ora la lotta al coronavirus si è spostata nei reparti di terapia intensiva, la nuova prima linea, come spiega chi ogni giorno deve fare i conti con la sofferenza dei pazienti, con il dolore dei loro familiari e con la frustrazione di chi si sente impotente quando vorrebbe salvare vite. Ma nonostante la fatica e il pianto, al Maggiore si combatte ogni giorno contro il virus e si prova a immaginare come cambierà l'organizzazione dell'ospedale stesso quando sarà finita la tempesta. Nel frattempo, i posti di terapia intensiva sono raddoppiati: a quelli della 1ª Anestesia e rianimazione si sono aggiunti i posti letto ricavati nell'ex osservazione breve del pronto soccorso e nell'ala Ovest del Maggiore.

GUERRA DI NERVI

«Questa è una guerra. Non ho mai visto così tanti colleghi piangere come in questi giorni. Stiamo vivendo una situazione estrema che ha cambiato il nostro modo di vivere e ha creato legami potentissimi fra di noi», ammette Sandra Rossi, primario della Rianimazione, il reparto dove ora si combatte 24 ore su 24 per salvare la vita a quei pazienti incapaci di respirare a causa di questo terribile virus. «Normalmente dedichiamo tanto tempo ai colloqui frontali con i familiari per dare loro notizie spesso estreme. Purtroppo ora questo non è possibile. Tutto avviene telefonicamente, ed è uno strazio», rivela il primario di Rianimazione, mostrando a tutti come quella contro il coronavirus sia anche una guerra di nervi. «Sui nostri reparti la pressione è molto tosta. Dobbiamo dosare le forze, perché non sappiamo quanto durerà ancora l'emergenza», aggiunge Silvia Grossi, del coordinamento della terapia intensiva Covid dell'ala Ovest dell'ospedale, che alla fine del turno rivela cosa vuol dire lavorare a stretto contatto con i pazienti infetti. «Ogni giorno impieghiamo 40 minuti per vestirci e per toglierci i dispositivi di protezione individuale. La svestizione è il momento più complicato. Paura? Ora non più - garantisce - perché iniziamo a vedere qualche risultato. Serve però sempre molta attenzione». E non solo in ospedale. «Sarà da circa un mese e mezzo che non bacio i miei figli per precauzione», racconta.

LA NUOVA PRIMA LINEA

«In totale abbiamo 63 posti letto. Di questi, 53 sono per i pazienti Covid e sono tutti occupati. Gli altri dieci sono riservati ad altre emergenze ed è qui che ci teniamo ancora qualche posto libero», spiega il primario. «Circa due settimane fa abbiamo visto il picco di trasporti in ambulanza al pronto soccorso, con circa 175 accessi in un giorno. Per i quattro o cinque giorni successivi gli accessi si sono mantenuti attorno ai 150, mentre da venerdì scorso abbiamo avuto la conferma che la curva è in netta e costante riduzione. Domenica gli accessi al pronto soccorso sono stati 75 e ora viaggiamo tra i 100 e i 70 al giorno. Possiamo dire che iniziano a farsi sentire gli effetti delle misure di distanziamento sociale adottate nelle scorse settimane», ricorda Rossi, che però ha ben presente come l'emergenza non sia cessata, ma si sia solo spostata all'interno dell'ospedale. «In questo momento il reparto che è più sotto pressione è la terapia intensiva», assicura. «In tempo di pace l'ospedale aveva 30 posti letto in terapia intensiva, mente ora ne ha 63. Abbiamo fatto un lavoro enorme di riorganizzazione».

QUANDO MANCA L'ARIA

«All'inizio erano ricoverati in terapia intensiva soprattutto pazienti anziani con più patologie, forse perché erano i più fragili e quindi i primi ad aver bisogno di essere ospedalizzati. Ora però abbiamo anche dei 40enni e dei 50enni, tanto che l'età media dei nostri ricoverati è tra i 62 e i 63 anni», spiega, ricordando che tra i letti della terapia intensiva non c'è mai un momento di tregua. «Finché sono da noi, ogni momento vissuto da questi malati è un momento critico. Tanti di loro non ce la fanno. Questa è poi una malattia dal decorso lunghissimo, perché da noi le persone si fermano anche per due o tre settimane». Altri numeri possono dare l'idea di quanto sia duro il lavoro in terapia intensiva. «Nell'ala Ovest dell'ospedale abbiamo dieci posti letto - aggiunge Silvia Grossi - e il rapporto infermieri-pazienti è di uno a due, perché stiamo parlando di persone che hanno tanto bisogno di aiuto».

OLTRE L'EMERGENZA

«Dopo questa emergenza nulla sarà come prima. Dobbiamo prepararci al fatto che il coronavirus continuerà ad essere una presenza strisciante, in quanto non abbiamo ancora né un farmaco in grado di curarne gli effetti né un vaccino in grado di debellarlo. Per questo l'azienda ospedaliero universitaria sta già ragionando sul dopo, per prepararsi ai diversi scenari possibili prevedendo, ad esempio, spazi appositi per questi malati, garantendo la continuità a tutte le altre funzioni svolte in questo grande policlinico».