Sei in Gweb+

CORONAVIRUS

Il primario Stocchetti: «Il mio motto contro l'emergenza? Ne usciremo»

03 aprile 2020, 05:03

Il primario Stocchetti: «Il mio motto contro l'emergenza? Ne usciremo»

PIERLUIGI DALLAPINA

Nino Stocchetti è un uomo schietto che affronta l’emergenza coronavirus con pragmatismo. «Non mi riconosco nello slogan “andrà tutto bene”, perché la situazione non va bene per nulla. Mi piace invece pensare che “ne usciremo”», rivela il medico originario di Busseto chiamato a dirigere la terapia intensiva del nuovo ospedale alla Fiera di Milano. Dal ’96 la sua carriera si è spostata nel capoluogo lombardo, ma il legame con Parma, dove è stato allievo di Paolo Zuccoli (primario storico della Rianimazione all’ospedale Maggiore), e dove si è laureato nel ’78, resta forte. «Sono grato ad un’università tosta e ad un ospedale che mi ha permesso di perfezionarmi».

Cosa ha di speciale quella che è stata definita la più grande terapia intensiva d’Italia?
Questo è un ospedale costruito in tempi record, speciale anche per dimensioni e tecnologie disponibili. Tra pochi giorni si parte. Sono già pronte quelle che chiamiamo le astronavi, cioè otto sub-unità da sette letti l’una, per un totale quindi di 56 posti. Il progetto prevede di poter ampliare i blocchi fino ad arrivare ad oltre 200 posti letto di terapia intensiva.

Come è stato possibile realizzare questa struttura in meno di due settimane?
Il merito va ai circa 500 operai che hanno lavorato tutti i giorni, 24 ore al giorno distribuiti su tre turni, e a chi ha finanziato l’opera, perché tutto è stato pagato con donazioni private. In mensa, a gestire e a servire in questi giorni c’era Carlo Cracco. È un volontario. Sono dettagli come questi che danno l’idea della risposta della città all’emergenza.

Quali tecnologie avete a disposizione?
Oltre a quelle che chiamiamo astronavi, abbiamo ventilatori, monitor, gas analizzatori, ecografi, una completa attrezzatura di laboratorio, un simulatore per la didattica, un angiografo e una Tac dedicata ai malati di coronavirus. In linea con questo disegno, è stata acquistata una seconda Tac per quando l’ospedale si amplierà. Visto il periodo, è stato un miracolo riuscire a reperire le migliori tecnologie. Ora abbiamo tutto il necessario per curare e per studiare la malattia.

Quale sarà il suo ruolo e perché lo ha accettato?
Sarò il primario della terapia intensiva e sono qui perché c’è bisogno. Fino a pochi giorni fa dirigevo la terapia intensiva del Policlinico di Milano per i pazienti non-Covid, ma quando il Policlinico ha accettato questo ospedale come dono da parte dell’Ente Fiera, sono stato chiamato a organizzare una squadra. Non sono un esperto di coronavirus, anche perché nel mondo non esistono ancora esperti di questa malattia, dato che è totalmente nuova, ma spero di essere un buon organizzatore, un buon ricercatore e di motivare una grande squadra. Qui ci stiamo preparando al meglio ad affrontare questa terribile novità. Siamo fiduciosi. Con una dose extra di entusiasmo.

Come cambierà la sua vita nei prossimi giorni?
Insieme ad un gruppo di medici del Policlinico ci trasferiremo a vivere in un albergo attiguo alla Fiera, finanziati dalla Regione Lombardia. Questo ci permetterà di essere agevolati negli spostamenti e sempre immediatamente disponibili. Questo è in assonanza con l’impegno dei colleghi, degli infermieri e dei tecnici che permettono alla macchina complessiva di funzionare.

Fino ad ora di cosa si è occupato?
Mi sono sempre occupato di pazienti gravi, ricoverati in terapia intensiva, all’inizio in terapia intensiva generale. Poi mi sono dedicato prevalentemente a traumi cranici o malati con altri tipi di danno cerebrale acuto. Questo è anche il campo principale della mia attività di ricerca.

A proposito di carriera, lei ha studiato e lavorato a Parma?
Mi sono laureato all’Università di Parma nel ’78. Era un’università molto tosta ed esigente, che mi ha fatto studiare seriamente e di questo sono grato. Mi sono formato con il professor Paolo Zuccoli e la mia tesi verteva sui pazienti in coma. Fino al gennaio 1996 ho lavorato in Rianimazione a Parma, poi mi sono trasferito al Policlinico di Milano dove era presente una terapia intensiva neurologica, che mi è stata affidata. Nel 2002 sono passato all’università, perché mi è sempre piaciuto fare ricerca e insegnare, e dal 2006 insegno all’Università di Milano come professore ordinario.

Cosa le resta degli anni di lavoro all’ospedale Maggiore?
Ho imparato a fare il medico nell’ospedale di Parma. Un ospedale che aveva una visione giusta: incoraggiare i medici volonterosi a studiare e perfezionarsi. Per questo mi mandarono a studiare a Richmond, in Virginia. È stata un’esperienza importante, decisiva per la mia formazione, nata dalla lungimiranza di un ospedale che, anche se collocato in una piccola città, aveva una visione di ampio respiro.

ll suo legame con Parma però passa anche dalla famiglia e dalla musica.
Ho la fortuna di avere due figlie fantastiche che vivono a Parma. Quanto alla musica, è vero, sono un pessimo pianista. Mentre sono un discreto chitarrista. Sono allievo di Cristina Bersanelli, presidente di «Parma Lirica». Lei vive a Milano e ha la pazienza di dare lezioni ad alcuni allievi senza speranza come me. Pare che l’età giusta per imparare a suonare il piano sia attorno ai sei anni, mentre io ho iniziato un po’ tardi, a sessanta.

Qual è il suo augurio per il futuro?
Dobbiamo uscire da questa emergenza e ne usciremo. Trovo corretta la strategia di evitare i contatti sociali per fermare il contagio. Mi auguro che il nuovo ospedale non abbia bisogno di essere ampliato fino a 200 posti letto. Ora l’importante è salvare la vita ai malati, poi bisognerà far ripartire l’economia ed il Paese.