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CORONAVIRUS

Il capo della Dda: «Epidemia e crisi, le cosche potrebbero infiltrarsi in aziende e appalti»

04 aprile 2020, 05:07

Il capo della Dda: «Epidemia e crisi, le cosche  potrebbero infiltrarsi in aziende e appalti»

GEORGIA AZZALI

È una mafia che preferisce le quinte. Il lavoro dietro il palcoscenico, senza fare troppo rumore. Non si fa rumore, si fanno affari. La 'ndrangheta sa da più di trent'anni che questa terra ricca e laboriosa può garantire lavoro. Lavoro e fiumi di soldi. E ancora di più le cosche sanno come mostrarsi generose, per poi rivelare il loro vero volto. Un altro virus che rischia di essere maledettamente contagioso. «È possibile che la crisi diventi un'ulteriore opportunità per chi ha soldi, cioè le organizzazioni criminali, dall'altro bisogna avere la consapevolezza che certe attività criminali, che non sono quelle da strada, proseguono», spiega Giuseppe Amato, procuratore capo di Bologna e numero uno della Direzione distrettuale antimafia.»

Meno reati «visibili», ma sotto traccia cosa sta andando vanti?

Tutti i reati di natura economico-finanziaria e quelli che io definisco "di sistema". Per intenderci, la criminalità che organizza le grandi importazioni di stupefacenti non si pone certo il problema del coronavirus e delle modalità di spostamento. Allo stesso tempo, però, vorrei anche dire che se gran parte delle udienze è stata rinviata, la nostra attività va avanti: intercettazioni e anche richieste di misure cautelari.

Ma qual è il rischio nel nostro territorio?

In Emilia Romagna non abbiamo una criminalità organizzata tendenzialmente violenta, da occupazione militare del territorio, ma è una criminalità che passa soprattutto attraverso gli appalti, l'infiltrazione nelle società. E quindi in una regione ricca che vive o vivrà una crisi economica, il rischio c'è. Un imprenditore in difficoltà economica - per una scorciatoia, per una necessità, per un calcolo sbagliato di vantaggi e svantaggi o per una moralità che si può discutere - potrebbe rivolgersi alla criminalità organizzata perché potrebbe servirgli il finanziamento di comodo.

Reati economico-finanziari soprattutto: è lì che va puntata l'attenzione?

Sì, è ciò che abbiamo già fatto a livello di protocollo distrettuale: non ci si focalizza sui reati come danneggiamento o incendio, bensì su quelli di natura economico-finanziaria, come l'intestazione fittizia ma anche il fallimento. Aemilia ci ha insegnato tutto questo.

Perché il fallimento?

Perché può essere sintomatico, nel caso, per esempio, di una società che non ha un'attività economica vera, ma magari serve solo per la produzione di fatture.

Usurai che potrebbero correre in soccorso di chi è in difficoltà economica, ma anche lavoratori in nero che ora potrebbero essere «assunti» dalla criminalità organizzata: esiste anche questo pericolo?

Certo. Un tema molto importante, sul quale abbiamo già fatto delle indagini, è quello del caporalato, perché queste modalità di lavoro in "outsourcing", che pure per alcuni aspetti sono lecite, vanno monitorate con attenzione, perché a volte quando si va a investigare non tanto chi "riceve" il lavoratore ma chi lo gestisce, puoi trovare il lavoratore sfruttato, contributi non versati e una società che nel giro di qualche mese sparisce. Un fenomeno spesso sintomatico di attività riconducibili a organizzazioni mafiose.

Ma quali scelte governative o istituzionali dovrebbero essere fatte per scongiurare il rischio che le organizzazioni mafiose diventino ancora più aggressive in questo periodo?

Non c'è bisogno di una legislazione d'emergenza. Penso, invece, che ci siano due aspetti fondamentali, partendo dal tema delle risorse: le indagini sofisticate, come quelle sulla criminalità organizzata, richiedono uomini e tecnologia. Chi ha i cordoni della borsa, cioè le amministrazioni centrali, dovrebbero porsi questo problema. Si tratta di indagini che durano anni, non hai risultati immediati. Il punto è che sotto un certo limite, per quanto riguarda le risorse, non puoi scendere.

E l'altro aspetto su cui insistere?

La seconda cosa è quella di mettersi tutti attorno a un tavolo - istituzioni politiche, magistratura, prefettura - per arrivare a dei protocolli di legalità, che non devono essere chiacchiere al vento ma un modo per individuare quelle tre-quattro metodiche operative che possono consentire alle norme di essere applicate in modo puntuale per contrastare questo rischio in modo più preciso. Lo si è fatto dopo il terremoto, sapendo che c'era la necessità di interventi pubblici, e questa potrebbe essere una nuova occasione. Senza fare proclami, perché può essere una cosa utilissima o un titolo su un giornale, ma io credo che tra persone serie, come ce ne sono in questa regione, questa sia una strada da percorrere.