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La storia

Un'infermiera in trincea a Vaio: «Vicini ai malati anche con una carezza»

04 aprile 2020, 05:02

Un'infermiera in trincea a Vaio: «Vicini ai malati anche con una carezza»

SABRINA BADALOTTI

 

 

«Si arriva in reparto al mattino, ci si veste e copre completamente con le tute protettive, si mette la maschera, si coprono gli occhi, si prende la consegna del collega del turno precedente e si inizia con la rilevazione dei parametri vitali. Niente di nuovo e sorprendente, niente di mai fatto prima anche se, certamente, in situazioni differenti».

Così Daniela Bujor, infermiera del reparto di medicina interna all’ospedale Vaio di Fidenza, ora interamente destinato alla cura del Covid-19, racconta una giornata tipica di queste. «Le dico la verità, voglio sfatare questo mito che siamo degli eroi. Lavoriamo come abbiamo sempre fatto, è cambiato solo il fatto che lavoriamo in condizioni particolari ma il nostro rapporto con il malato non è diverso. Anche dal punto di vista dell’orario lavorativo non ci sono stati grandi cambiamenti, ci sono meno riposi settimanali ma abbiamo sempre mantenuto le nostre otto ore al giorno».

Dopo il forte impatto dell’emergenza sanitaria che ha trasformato, nell’arco di tre settimane, sia l’ospedale sia le modalità di lavoro e una prima, motivata e naturale, paura del contagio, Daniela (come tutti i suoi colleghi) ha cercato di avvicinarsi sempre più ai pazienti che, oltre a necessitare di assistenza sanitaria, hanno anche bisogno di un sostegno psicologico. È assolutamente importante che i pazienti non si sentano soli. Anche prima della comparsa di questo virus essere ricoverati in ospedale comportava una sorta di isolamento ma ora, in questa situazione, si entra in uno stato di solitudine che possiamo solo immaginare quanto possa arrecare disagio e sconforto.

«Lo sguardo, la carezza, sono tutti elementi comunicativi che mettiamo in atto. Anche se siamo coperti da dispositivi di protezione individuale riusciamo lo stesso a comunicare. Comunicare con queste persone è molto importante. Hanno bisogno di sentirsi ascoltate, di raccontare quello che stanno passando, quello che sentono e aggiungerei anche bisogno di piangere».

Dopo tutte le perdite subite, le famiglie spezzate, l’economia così come la normalità completamente al tracollo e i racconti come quello di Daniela che lasciano una sensazione di amaro, rincuora e dona speranza il calo di ricoveri, segno che queste misure restrittive stanno realmente funzionando.

Utilizziamo la forza di questa speranza e della solidarietà mostrata dalla comunità per resistere e impegnarci a rispettare le disposizioni finché ce ne sarà bisogno. Questo è anche il messaggio che l’infermiera Daniela vuole trasmettere: «Stare a casa per uscire da questa situazione e dare una mano a tutti, anche a se stessi, per evitare il contagio e di ammalarsi perché non si ammala solo il fisico ma anche la mente. Stare isolati in una stanza d’ospedale dove non puoi vedere altro che medici e personale ospedaliero è una cosa che non ho vissuto personalmente ma immagino sia tragico».