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Reportage

Ambulanze, con i militi della Croce Rossa per aiutare chi ha bisogno

05 aprile 2020, 05:01

Ambulanze, con i militi della Croce Rossa per aiutare chi ha bisogno

LUCA PELAGATTI

Non è vero che i coraggiosi non piangono. La verità è che i coraggiosi piangono di nascosto. E poi vanno avanti lo stesso.

Gianni Domenichini, vicepresidente della Croce Rossa di Parma, questa verità l'ha imparata in 40 anni passati aiutando gli altri sulle ambulanze. «Poi è arrivato il virus. E scopri che tu, che credevi di aver visto tutto, in realtà, non sei preparato a questo». Non lo sei anche se indossi guanti e calzari, maschera e tuta, se ti proteggi. «Perché ti difendi il corpo. Ma poi basta guardare negli occhi i pazienti. E quegli occhi opachi, che sembrano cercare la luce senza trovarla, sono quelli di persone che stanno per spegnersi. In un modo che non avevi mai visto prima».

Una giornata con le ambulanza della Croce Rossa nei giorni amari del Covid-19 è anche questo: un tuffo nella fatica del coraggio. Ma forse, soprattutto, un viaggio tra gli ingranaggi di una meccanismo sofisticato, pensato per affrontare con il massimo dell'efficacia qualcosa che è assai difficile prevedere. Perché non c'è mai stato prima.

«In un pomeriggio come questo abbiamo in servizio quattro ambulanze dedicate Covid – spiega Domenichini. - Si tratta di mezzi preparati appositamente, da cui viene tolto tutto quello che non è indispensabile per permetterne la bonifica nel minor tempo, nel modo più completo». Non solo le macchine; anche gli uomini vanno difesi. Ed ecco che pure gli operatori sono a ranghi ridotti: due al posto dei soliti tre. C'è l'autista, che deve restare il più possibile sterile, e il soccorritore. Che, in pratica, è la persona che entra nelle case, che si avvicina al paziente. Che gli misura il respiro.

Ogni intervento inizia nella sede della Croce Rossa di via Riva dove si attende che il 118 smisti la chiamata. Inutile dirlo: in questi giorni le attesa sono poche. Le emergenze tante. «Venerdì abbiamo avuto 30 interventi in un giorno. La settimana scorsa siamo arrivati anche a 100». Numeri ora, forse in calo; e il pomeriggio di ieri, infatti, sembra più tranquillo.

Ma ben presto squilla il telefono: destinazione San Secondo. L'ambulanza corre nelle strade semideserte e spegne la sirena davanti alla casa. Dove inizia un rituale minuzioso e gelido: quello della vestizione. «Indossiamo tutti i dispositivi di protezione nell'eventualità di entrare in contatto con il virus», spiega Matteo Costa, da dieci anni volontario alla Croce Rossa. I guanti sono doppi, la tuta viene attentamente sigillata, sulla testa cappuccio e visiera. Così i volontari sembrano marziani senza volto. E anche questo è un simbolo della cattiveria di questa malattia. «Chi sta male è abituato ad essere aiutato da persone che vede in viso, che gli parlano. In questo caso protezioni e schermi fanno crescere la paura», prosegue Costa.

Respiro corto, batticuore sono sintomi vaghi: i test sull'anziana che ha chiesto aiuto servono a capire quali siano le sue reali condizioni. E per stavolta gli apparecchi sembrano bonari. «La saturazione è sufficiente», è il responso del soccorritore. La paziente sarà monitorata, controllata in remoto: non serve l'ospedale.

Ma per una corsa che si conclude con un accenno di sorriso troppe hanno un altro finale. Poco dopo l'ambulanza guidata da Fadi Elmekawi frena davanti ad una palazzina di San Lazzaro: in casa, stremato un anziano con la solita fame d'aria. Il soccorritore lo accompagna, lo sostiene mentre un respiratore gli regala più ossigeno. Ma anche questo non può togliergli il senso di vuoto.

«Questo è uno degli aspetti più dolorosi dell'infezione - prosegue Domenichini. - Solitamente il paziente viene caricato sull'ambulanza ed è accompagnato da un familiare, seguito da qualcuno che gli vuol bene. I pazienti Covid no: sono soli e resteranno soli. E tu che li prendi in carico senti il peso di questo. Perché ti chiedi quanti di loro non potranno più essere abbracciati da nessuno».

Ma, ora, non c'è tempo per riflettere, per farsi domande. L'anziano deve essere portato al più presto al Maggiore, affidato ai responsabili del triage che stabiliranno cure, reparto, terapia. Intanto che il paziente scivola sulla lettiga, l'ambulanza scende di un piano più in basso. La macchina verrà sigillata e collegata ad un apparecchio che la bonificherà, la renderà di nuovo operativa.

Mentre anche autista e soccorritore saranno sanificati, sottoposti ad una procedura sempre uguale: prima vapore sulle tute, poi ci si spoglia e quindi ci si lava. E' necessario per proteggere i volontari ma anche per difendere i prossimi pazienti che aspettano.

La battaglia con il virus è ancora lunga. I coraggiosi lo sanno. E si preparano a ricominciare.