Sei in Gweb+

Coronavirus

Quelli che ce l'hanno fatta: «Ma la paura resta»

05 aprile 2020, 05:07

Quelli che ce l'hanno fatta: «Ma la paura resta»

CHIARA POZZATI

Brandelli di quotidianità e cocci di speranza. Ecco cosa si raccoglie dopo lo tsunami Covid-19, pezzi preziosi per ripartire nella ricostruzione. Gaia, Luca, Vittoria, Carlo e Manuela sono i volti di chi ce l’ha fatta e racconta il «post».

Tra alti e bassi, abbracci e paure, ma soprattutto con la voglia di infondere coraggio, ma anche un sano timore. «Perché è vero tutto quel che si dice: non è una banale influenza e quando il nemico ce l’hai dentro puoi solo resistere», ti ripetono dopo un mese abbondante di quarantena. C’è chi si aggrappa al pensiero del tanto che rimane ancora da fare, chi si raggomitola sognando l’abbraccio dei familiari e chi si affida al proprio angelo custode. Per sconfiggere la peste dei giorni nostri occorre coraggio, per evitarla responsabilità. I guariti, sopravvissuti concordano su un aspetto: nessun vaccino riuscirà a cancellare i segni del Coronavirus, che ha squassato animi e abitudini. Gli strascichi sono lunghi, e non solo sotto il profilo della salute. L’angoscia di ripiombare nel baratro c’è, «ma sconfiggere la malattia si può e non bisogna lasciarsi abbattere. Solo occorre attuare tutte le misure necessarie. Non sono semplici slogan, ma le uniche munizioni a nostra disposizione». Un messaggio di speranza che ha il sapore dell’urgenza: «ciascuno di noi può fare la sua parte per diminuire i contagi e indebolire il virus. Stare a casa, uscire (davvero) solo se necessario è il più autentico antidoto in questi giorni che sembrano sospesi».

GRAZIA MARIA LAURIA

«Ho già fatto i conti con l’incertezza della vita: mi sono ammalata di cancro, per la seconda volta, l’estate scorsa. So cosa significhi lottare (anche) contro il coronavirus, e credo che per uscire sia necessario tenere sempre a mente una meta da raggiungere. Esiste un traguardo che ti spinge ad andare avanti, anche nei momenti più duri: quello che voglio raggiungere io è la pubblicazione di un libro». Mentre l’inchiostro sgorga per completare il suo romanzo, Grazia Maria Lauria, Gaia per tutti, si svela col sorriso. Si sente miracolata «perché sono una paziente oncologica, una di quelle più a rischio, ma anche più sottocontrollo. Tuttavia il Covid si è manifestato con un potente raffreddore e non l’avevo riconosciuto». «Ho avuto una febbre altissima, ma respiravo bene. Così il mio ricovero è durato solo un giorno». Ma per smaltire gli strascichi del virus ci son volute ben più di 24 ore. «Arrivata a casa, ero spaventata: ero sola per l’isolamento obbligatorio e la febbre è schizzata fino a 39,8°». Allora che fare? «Affidarsi agli antichi rimedi di mia nonna: una delicata spugnatura su braccia e gambe per abbassare la temperatura». L’esperta in comunicazione, al timone dell’agenzia Vibrissae, infonde coraggio ricordando a tutti il valore del tempo: «Ecco perché non bisogna accantonare ciò che è importante e ci rende felici. Ma tengo anche a mettere in guardia chi non si è ammalato: lavarsi le mani, indossare la mascherina non basta. Restare in casa è l’unica arma che abbiamo».

MANUELA BATTILOCCHI

«E’ un virus micidiale che ti entra dentro e ti tiene in ostaggio. Perfino i sensi vengono stravolti: non sentivo più i sapori e gli odori. Oggi ne sono fuori: ma ho attacchi di panico, la notte non riesco a prendere sonno perché temo di ricaderci. Ecco perché a tutti dico: non sottovalutiamolo, perché è attorno a noi. Occorre un briciolo di responsabilità: stiamo in casa per il bene nostro e degli altri». Epperò Manuela Battilocchi, 52anni, impiegata, ha un asso nella manica: «Direi un angelo custode che anche in quest’occasione si è dimostrato tale». Il suo papà Luigi, «Gigi» («perfino per il postino, come avrebbe scherzato lui») mitico guardalinee parmigiano nonché componente della leggendaria terna di Alberto Michelotti. «Mi sono affidata a lui nei momenti più duri, quando disperata ho chiamato il 118 per andare in Ospedale». Un rebus difficile da sciogliere, quello della sua storia clinica: «Mi sono ammalata una prima volta a febbraio - riavvolge il nastro la 52enne -: tosse, due o tre linee di febbre, mal di gola. Tutto ciò che poteva esser scambiato per una banale influenza».

Ad avvalorare la tesi del male di stagione «lo stop di sintomi per dieci giorni, non si esclude nemmeno che sia guarita del tutto e che io abbia preso il Covid successivamente. La febbre è tornata a salire altissima e i dolori muscolari a bruciare dentro. Dopo 13 giorni ho ceduto e sono andata in pronto soccorso e il verdetto mi ha spaventata. Ma uscirne si può, tutti insieme».

LUCA CONTINI

«Ho 29 anni e faccio il magazziniere, mi sembrava di essere un novantenne. I dolori muscolari non mi davano tregua: non riuscivo ad alzarmi da letto. Ero sfiancato da febbre e spossatezza, ma almeno non ho avuto difficoltà respiratorie. Mi sento un privilegiato: ne sono uscito, ma vivo col timore di ricadere nel baratro». Parla a raffica Luca Contini, una passione per i cani da caccia e una vita a Lesignano. Lui è un’altra vittima legata al circuito dei balli latini. «Ma guai a chi me li tocca: ballare è una passione e diventiamo un vero e proprio gruppo affiatato. Mettiamola così: ho frequentato tutti i luoghi, Codogno compreso, dove il virus circolava maggiormente».

Come riesce a fare pace con l’angoscia di una recidiva? «Mi aiuta moltissimo il lavoro: ho una responsabilità nei confronti della comunità. Faccio il magazziniere per una ditta che produce guanti monouso e altri presidi medici. Se ci fermiamo noi, vengono a mancare ancor di più quei dispositivi essenziali per la sicurezza. E comunque di mollare non se ne parla». Anche secondo Luca è essenziale rimanere a casa, «questo maledetto Covid non si vede, ma ti uccide. Senza contare che si può stare vicino in tanti modi. Per esempio in questo mese abbondante di quarantena, ho ricevuto tante chiamate che mi hanno fatto piacere».

VITTORIA

Ha vinto la battaglia contro il Covid-19, «ma ho pagato un prezzo altissimo. Ora convivo con attacchi di panico, d’ansia e depressione. Ho vissuto attimi di puro terrore, ho temuto per la vita e ho visto persone come me, senza nessuna patologia, entrare in Ospedale, ma non uscirne. Ecco perché esorto tutti a rimanere a casa: non è un’influenza qualunque». 32 anni che di colpo sembrano settanta, Vittoria (il nome è di fantasia, ma il resto no ndr) è un’insegnante con due figlie di 3 e 7 anni.

Racconta di come ha vissuto questi mesi in cui si è sentita “pioniera”: «ero la seconda arrivata al reparto Covid degli Infettivi, l’ho praticamente inaugurato». Una battuta dal retrogusto amaro: «perché credo di aver vissuto sulla pelle i momenti più pesanti, anche per il personale medico sanitario. Aleggiavano incertezza e caos: vedevo medici che non sapevano che fare e infermieri crollare. La tensione circolava nell’aria. Oggi penso siano più preparati, anche se naturalmente l’affollamento non aiuta». Al netto di tutto, Vittoria ha vissuto il ricovero in uno stato di semitranquillità: «ho avuto una febbriciattola costante, ma fortunatamente i medici mi hanno detto che avevo una forma lieve. Tutto è cambiato il giorno delle dimissioni: la mia compagna di stanza, una signora che non aveva mai avuto null’altro, non ce l’ha fatta e lì sono andata in pezzi anch’io». Lo stimolo più grande: «Sicuramente le mie figlie e mio marito. Mi auguro che le scuole riaprano solo quando i contagi saranno a quota zero».

CARLO BORRERI

Carlo Borreri in Ospedale ci bazzica ogni giorno: è il “medico” dei pc. «Ma per fortuna agli Infettivi c’erano i camici bianchi veri: sono stati grandiosi». Il 55enne parmigiano, tecnico informatico del Maggiore con l’hobby della danza africana, insegna kizomba a Fidenza insieme alla moglie e compagna di ballo Alessandra Aschieri. E proprio lei è stata la sua stella polare nell’ora più buia. Negli anni hanno partecipato a tanti eventi e conquistato premi per performance di ballo, ecco perché era inimmaginabile quello che sarebbe accaduto dopo una trasferta a Cremona.

«Credo che questa malattia lascerà un segno indelebile, a livello fisico ma anche mentale – prosegue -. E’ qualcosa che ti mangia dentro: sono dimagrito sei chili, ho avuto la febbre alta, 38,5° costanti, per dieci giorni. Devo dire che le cure ospedaliere sono state eccezionali». Ma di certo non è stata una passeggiata, «ogni giorno mi ripetevo: resistere, resistere, resistere. Cosa che ho fatto anche tornando a casa e vivendo da recluso. Per una persona dinamica come me non è semplice rimanere rinchiuso fra quattro mura, ma ciascuno deve fare la sua parte». E a tal proposito ricorda quanto «restate a casa, non sia un semplice slogan, ma un grido di supplica e allarme da parte di chi lavora per contrastare l’epidemia: è l’unico modo che abbiamo per fermare i contagi».