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Coronavirus

Rianimazione, la Dallara e la maschera anti-Covid

05 aprile 2020, 05:04

Rianimazione, la Dallara e la maschera anti-Covid

ROBERTO LONGONI

Questione di flussi, di aria che scorre: non lungo il profilo di un bolide a quattro ruote, ma verso i polmoni di un uomo. Anche questa è una corsa, ma per la vita: richiedeva un'alleanza strategica, tra i rianimatori del Maggiore, gli ingegneri dell'aerodinamica della Dallara e altri tecnici vicini. Insieme hanno dato vita a una «galleria del respiro», tra notti insonni e intuizioni, videochiamate su Skype, prove condivise a distanza accanto a stampanti tridimensionali. Pochi giorni, e il traguardo è stato tagliato: la maschera da snorkeling della Decathlon, quella che ci faceva sorridere perfino al mare, è diventata uno strumento salvavita. A tutti gli effetti una C-pap, ma con il vantaggio di poter essere quasi «fatta in casa» a basso costo e in breve tempo, per venire in soccorso di migliaia di pazienti dal fiato spezzato dal Covid-19. Ovunque. Una semplicità frutto di un prezioso lavoro di squadra.

Massima resa con la minima spesa. «Proprio così - spiega Francesco Minardi, medico della Prima anestesia del Maggiore -. Volevamo ottenere un respiratore non invasivo con bassissime risorse, in modo da poter aiutare il maggior numero possibile di pazienti che non richiedono l'intubazione». Trasformare un accessorio da spiaggia in un'arma contro il coronavirus: l'idea era venuta ai medici bresciani. A lanciarla era stato Renato Favero, primario in pensione della Valtrompia. Idea geniale, ma nata tra chi aveva davvero l'acqua alla gola, in tutta fretta. Provando il respiratore, Minardi ha presto capito che poteva essere migliorato. E con lui i colleghi Luciano Bortone e Marco Baciarello (della Seconda anestesia). Nel frattempo, era bastato far sapere che poteva essercene bisogno, per ritrovarsi sommersi dalla materia prima. Centinaia di pezzi donati al Maggiore in poche ore: la maschera da snorkeling è diventata un ritratto di generosità. Si trattava di adattarla al meglio.

IL GRANDE ABBRACCIO

È a questo punto che si è chiesto aiuto a Giampaolo Dallara. Il fondatore e presidente del gruppo di Varano Melegari ha risposto con una totale condivisione: «Tenete presente che tutta la mia équipe di ingegneri è a vostra disposizione». Un'ora dopo, medici e tecnici erano riuniti in un laboratorio virtuale, ai computer di una conference call. I primi a sottolineare i limiti da superare, gli altri a prendere nota, per lavorare al progetto su modelli matematici. Poi, messe a fuoco le esigenze, domande e risposte hanno cominciato a rincorrersi da entrambe le parti.

«Ci siamo subito messi all'opera - racconta l'ingegner Luca Vescovi, responsabile del centro di ricerca dei materiali compositi della Dallara - e devo ringraziare Giampaolo Dallara e Andrea Pontremoli di averci permesso di farlo senza se e senza ma. Abbiamo coinvolto anche altre aziende della nostra zona. Anche chi non avevo mai sentito prima ha aderito con uno slancio e una generosità meravigliosi». A eccezione delle rare puntate al Maggiore, per portare i nuovi componenti, tutti hanno lavorato da remoto, in uno smart working davvero smart. Al progetto hanno partecipato anche Francesco Soncini (3dpr), Luca Monica e Giovanni Mazzocchi (Fip spa), Gianluca Namaziano (Formartis), Roberto Rancati e Giovanni Losi (Lmi) e Alessio Lorusso (Roboze).

«SOLUZIONI IN ECONOMIA»

Innanzitutto, è stato ottimizzato il raccordo dell'ingresso e dell'uscita della maschera. Tenendo sempre presente che ogni modifica doveva essere compatibile con le tecnologie di stampa di basso impatto economico. Cercando di sfruttare al massimo il pezzo originale. Così, uno degli elementi utilizzati nel raccordo come valvola di non ritorno è una membrana in silicone già presente nella maschera. «È stato lo stesso Francesco (Minardi, ndr) a suggerirci soluzioni di questo tipo» sottolinea Vescovi.

«Il grosso problema della respirazione non invasiva - prosegue Minardi - è l'inquinamento ambientale. Bene, con questa maschera, grazie al filtraggio dell'espirazione, si abbatte il più possibile l'emissione del droplet (le goccioline del respiro particolarmente contagiose, ndr) da parte dei pazienti». Ma anche un altro obiettivo è stato raggiunto: quello di garantire il supporto pressorio attraverso la stessa bombola d'ossigeno». Il progetto piace.

«UN PROGETTO CONDIVISO»

E piace per come si è sviluppato. «Sono commossa e sorpresa» esclama Sandra Rossi. La direttrice della Prima rianimazione sottolinea come il suo alla Dallara non possa essere «solo un ringraziamento. C'è stata una stimolazione vicendevole. Questo progetto ha un padre e una madre». Ed è pronto a muovere i primi passi. Da questa settimana, le maschere modificate per aiutare i pazienti Covid-19 cominceranno a essere impiegate al Maggiore. «Per ora - spiega il primario - non sono ancora considerate dispositivi medici (a differenza di quelle bresciane presentate prima, ndr): stiamo facendo gli ultimi passaggi attraverso la Direzione sanitaria, che ci è stata molto vicina nel progetto. Faremo firmare un consenso informato ai pazienti ai quali proporremo di usarle». Per il via libero definitivo, ci sono da superare gli ultimi passaggi burocratici. Mentre la notizia della maschera riconvertita ha già fatto il giro del mondo: Minardi è stato contattato dall'americana Cbs e da un'azienda newyorchese specializzata in tagli ad acqua. «Intanto - sottolinea lui - la Dallara sta mettendo a disposizione i dati del progetto su una piattaforma open source. Non c'è stato alcun fine di lucro nel nostro studio. Chiunque possieda una stampante 3d deve essere in grado di avvalersene. Pensiamo ai Paesi più poveri, a loro volta esposti al rischio coronavirus». Ha un padre e una madre, questo progetto: ed è pronto ad adottare il mondo.