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Coronavirus

In prima linea, tra la Rianimazione e il Barbieri

09 aprile 2020, 05:08

In prima linea, tra la Rianimazione e il Barbieri

ROBERTO LONGONI

 

I primi giorni, usciva dall'ospedale con tosse e mal di gola. Quanto basta per avere più di un sospetto e resistere all'assalto gioioso dei tre figlioletti trattenendo il respiro. Tosse e mal di gola: a tanti l'incubo si è annunciato così. Per non parlare della stanchezza. A procurarla sono il senso di oppressione e i movimenti forzati nella tuta di protezione. E poi, peggio ancora, il peso dell'ombra del Covid che ti segue passo a passo, in agguato a ogni tuo gesto. Tutto nuovo anche per un medico in forza in uno dei reparti in cui da sempre ogni giorno la vita combatte la morte. «Dopo i primi timori, scoprii che tutti i colleghi, e così mia moglie Ilaria Rossi che lavora con me, avevano i miei stessi "sintomi" - racconta l'anestesista Edoardo Picetti -. Quando lo scoprimmo, tirammo un sospiro di sollievo». Non era coronavirus, ma stress da mascherina, da vita in un reparto ampliato e specializzato nel contrasto al Covid-19: la Prima anestesia e rianimazione diretta da Sandra Rossi.

Quando tutto cominciò anche a Parma, Picetti non lo dimenticherà mai. Era il 23 febbraio: lui era di guardia, e da Piacenza arrivò il primo paziente. «Ancora non erano chiare le regole: tutto era per sentito dire» racconta. Ora lui sa che le prescrizioni di allora sono giuste, sottoposte centinaia di volte alla prova dei fatti. Ma quel giorno si affrontava l'ignoto. «Mi vestii con tutte le protezioni e il mio sguardo incontrò quello dell'infermiera di turno con me. Anche lei ha figli piccoli: ci siamo abbracciati, prima di andare incontro al paziente. In quei momenti ti senti come prima di un esame. Puoi aver studiato quanto vuoi, ma ti sembra di non sapere troppe cose».

E pensare che la Prima anestesia veniva da giorni già difficili. Nessuno avrebbe mai immaginato il peggio che stava per arrivare. Picetti avrebbe visto altri 75 pazienti dopo quel 23 febbraio. Tutti con la stessa patologia e, al tempo stesso, ognuno diverso dall'altro, anche per età, a differenza di quanto si sbandierava i primi tempi.

«Il mio reparto e il Maggiore in generale - sottolinea il medico - hanno saputo affrontare nel migliore dei modi questa emergenza. Ma mai avrei pensato a una città e a un ospedale così sovvertiti. Noi, in brevissimo tempo, siamo passati da 14 a 21 posti letto: la Prima rianimazione ha curato 116 persone. Poi, ci sono i 14 posti di terapia intensiva Obi, i 10 del comparto ospedaliero dell'Ala B e gli 8 della Tipo». Lunghe e pesanti le cure richieste da chi finisce intubato. Il piacentino del primo accesso che oggi sembra lontano anni da poco è uscito dalla terapia intensiva.

Intanto, si è scatenata la guerra, «un'emergenza più grande di quanto ci si potesse aspettare. E ancora non è finita». Una guerra: piaccia o meno, questo hanno dovuto affrontare i nostri ospedali. Con l'obbligo di prendere, e in fretta, una decisione lacerante dopo l'altra. «Per procedere con il ricovero in Rianimazione - spiega l'anestesista - si deve prima valutare l'anamnesi del paziente: non solo l'età, ma anche le condizioni fisiche. Persone che si aggravano troppo non possono avvalersi della terapia intensiva: sarebbe un accanimento terapeutico». E qui la voce si abbassa: si parla di morti, di case invase dal dolore. Figlio di un medico di base di Varese Ligure, Picetti lo sa bene. Ogni nome una storia. E ogni nome va dato un perché.

«Tante sono le cose difficili da spiegare. Ci confrontiamo tra noi del reparto e con i colleghi in chat quotidiane. D'accordo, il Covid-19 aggredisce i polmoni, ma non solo: c'è anche un coinvolgimento dei vasi; molti decessi sono provocati da embolie polmonari. Ora che lo sappiamo, siamo più preparati anche a questa evenienza. Serve il massimo dell'umiltà e dell'attenzione su ogni dettaglio, per vincere questa battaglia».

Sul fronte scientifico si fanno progressi. Ma i limiti su quello umano sembrano invalicabili. Per il malato, la famiglia e gli stessi operatori sanitari. «A me piace toccarlo, il paziente: stabilire un contatto. Ed è importante anche il rapporto con i parenti, che in una terapia intensiva normale hanno pure un accesso». Qui c'è solo un incontro di distanze, ognuna avvolta in un bozzolo. «Sei bardato, hai tanti strati addosso: le percezioni sono alterate». Per fortuna alla fine si può abbassare la mascherina e gustare il cibo, il vino, le torte portate da tanti parmigiani riconoscenti. «E tutto questo ha il sapore fantastico della condivisione». Questo resterà, oltre «all'eterna riconoscenza nei confronti dei medici, degli infermieri, degli Oss, degli amministrativi e del personale delle pulizie: tutti hanno fatto squadra». E, superati i primi timori, ci sono le magie ritrovate oltre la porta di casa. I due gemelli di 4 anni e il primogenito di 8 che ti corrono incontro ogni sera. «Il tempo di una doccia, e poi ci possiamo abbracciare».

 

TERAPIA INTENSIVA

Manca il tempo, manca il respiro. E c'è troppo da dire, per potersi permettere un discorso vero e proprio. Non sai da dove cominciare: e così parti dalla fine. «Il dottore ora mi addormenta. Volevo salutarti...» Che quelle parole possano essere le ultime ormai è risaputo. Magari ci sarebbe da chiedere scusa o da perdonare per qualcosa, ma riesci solo ad aggiungere un «ti amo» che racchiude tutto e suona come un addio. Magari non lo è, magari dal sonno indotto dall'anestesista per intubarti ti risveglierai. O forse no.

«La telefonata a casa è uno dei momenti più toccanti - spiega Chiara Binaschi -. Chi non ce la fa più a respirare nemmeno con i supporti, dal reparto di degenza deve essere portato in Rianimazione. Così, subito dopo che il medico glielo ha annunciato, il paziente raccoglie le ultime forze e chiama i propri cari. Ci arriva solo e stremato: dopo una settimana o dieci giorni di lotta. E riceve questo colpo».

Ma c'è chi non ha nemmeno il fiato per la telefonata. E chi decide non farla. Come quel paziente che alla moglie in cura in Oncologia aveva tenuto nascosto il proprio ricovero. «Dimessa, non trovando nessuno a casa, è stata lei a chiamarci: il marito era da noi, intubato».

Sempre più sono gli occhi a mettere a nudo il cuore del paziente. E sono i medici e gli infermieri che gli stanno attorno, a misurarsi fino in fondo con la sua paura e il suo dolore. «C'è un concentrato di spavento, spossatezza e rassegnazione in quegli occhi». Chiara Binaschi, coordinatrice infermieristica della Terapia intensiva di Prima anestesia e rianimazione del Maggiore, di quegli sguardi ne ha viste decine. Ci si è specchiata e ci si è immersa, dimenticandosi i propri timori, ogni volta che varca la soglia dell'ospedale. «La sento più fuori, la paura - racconta -. Qui dentro viene allontanata da quello che c'è da fare».

Al di là dei gesti ormai automatici legati all'autoprotezione, non c'è quasi il tempo di pensarci. Così come alla ferita dentro che si apre ogni giorno un po'. «Alla fine, questa terribile esperienza avrà cambiato la vita di tutti noi, ne sono certa». Ci sarà un prima e un dopo Covid per tutti: specie per le famiglie decimate. E per chi a queste morti ha assistito indossando la fragile corazza di un camice. «Qui - prosegue la coordinatrice infermieristica - non è come nelle degenze normali, quando i pazienti vengono ricoverati dopo grandi traumi, ictus o infarti e ti puoi rapportare con le famiglie. No, qui è un sovrapporsi di solitudini, isolamenti e quarantene».

Le famiglie, già. Quelle barricate come tutte le altre in casa, ma con il pensiero chiuso fuori, aggrappate al telefono. A farlo squillare è il medico dell'Urp istituito dall'Azienda ospedaliera, per il bollettino della speranza quotidiana. O a chiamare è chi deve far sapere che dal sonno dell'anestesia il congiunto non si risveglierà più. Troppe sono le telefonate fatte da Chiara Binaschi, per pronunciare frasi che ogni volta feriscono la gola. Con l'aggiunta della consolazione che no, il paziente non ha sofferto: è scivolato in un altro tipo di sonno, senza ritorno.

Chiedere come recuperare gli effetti personali di chi non c'è più, per chi resta sarà solo una scusa per condividere qualche attimo in nome della persona amata e perduta. O per uno sfogo. Come la donna che si è rammaricata per l'ultimo ricordo del marito. Magari lui sperava di rincuorarla con un selfie dal letto d'ospedale. E invece le ha fatto avere un ritratto «spaventatissimo». Solitudini e fragilità. Ci siamo scoperti tutti appesi a un filo. «Una donna mi ha raccontato del padre uscito di casa per un esame di routine. Aveva due linee di febbre. Niente di che, vista la stagione». Niente di che, se quella febbriciattola non fosse stato l'annuncio di qualcosa di peggio. Ricoverato dopo il prelievo, il pensionato è morto in pochi giorni. Alla figlia non rimarrà altro che un sacchetto di effetti personali da ritirare. Chiara Binaschi ne ha almeno 25 da riconsegnare. Pieni di chiavi, occhiali, cellulari, fedi e orecchini, cambi d'abiti destinati a restare puliti per sempre. Pieni di troppe parole rimaste senza fiato e senza tempo.

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BARBIERI

Passione e adrenalina. Anche i medici e gli infermieri hanno i loro farmaci. Senza, non riesci a sopportare 18 ore consecutive di battaglia. «Eppure, quando è stato necessario lo hanno fatto tutti. Va così, quando ti trovi in un clima di guerra». Marco Baciarello è uno dei medici della Seconda anestesia il cui compito è portare la Rianimazione al Barbieri: un servizio ideato dalla sua primaria Elena Bignami d'intesa con Paolo De Rio, direttore del Dipartimento chirurgico generale e specialistico.

Baciarello, dal 10 marzo è in forza al padiglione che rappresenta uno dei fronti roventi, con almeno 1.200 ricoverati dall'inizio della pandemia. Prima del 10 marzo gli era impossibile:, con la compagna-collega Giada Maspero, con la quale ha un figlio di 7 anni, è dovuto stare in isolamento (aveva frequentato un corso con una persona positiva). «I primi giorni - racconta l'anestesista - la situazione era molto preoccupante: non facevi in tempo ad assistere un paziente che già un altro aveva bisogno. Ci sono stati momenti in cui ne abbiamo avuti anche 350 divisi nelle varie stanze da due o da quattro letti. Era sconfortante vedere tanta gente che non riusciva a respirare».

Uguale la trafila. A casa per al massimo 10 giorni con febbre, tosse, astenia e a volte con sintomi influenzali. «Poi, una volta qui al Barbieri, idratati e curati con farmaci antivirali, antipiretici, idrossiclorochina e, in alcuni casi, cortisonici». Quando il respiro si fa ancora più affannoso, entra in scena l'ossigeno. Prima con le cannule nasali e poi con la maschera, quindi con la C-pap (il casco). Con eccezioni. «Come un quarantenne con un emogas terribile: gli veniva il fiatone anche solo ad alzarsi sul letto. Siamo corsi da lui per mettergli il casco, ma lui ha rifiutato». Forse per claustrofobia, forse per non infilare la testa in un attrezzo rumoroso come una pentola a pressione. Un paziente (solo nel senso del sostantivo) recalcitrante, tanto da dire ai medici, mentre continuava a giocare con il telefonino: «Sotto quel coso io non ci vado, lasciatemi in pace». Gli è andata bene: è migliorato senza doverlo usare.

E si parla di uno strumento che ha salvato parecchie vite. Anche di chi assicurava di essere in punto di morte. «C'è chi l'ha detto sbagliandosi, ma tanti no - prosegue l'anestesista -. Ci sono stati momenti in cui il numero delle C-pap sembrava insufficiente: è bastato segnalarlo, perché la Farmacia le cercasse ovunque: Chiara Linguadoca è stata encomiabile; così come Valentina Lumini e Tiziano Bolsi di Ingegneria clinica che si sono dati da fare per trovare ventilatori».

Chi sotto il casco non vuole andare e chi fa a gara a starci più del vicino. «Due pazienti sulla cinquantina, vicini di letto, si sono fatti coraggio a vicenda: ci hanno anche scherzato su. E sono migliorati insieme». Non si conoscevano prima del ricovero e ora che vedono la fine dell'incubo sembrano voler anche aprire un'attività insieme.

E legate ai caschi sono le gioie maggiori vissute da Baciarello in questa emergenza. «Sono stati tanti i momenti felici: ogni volta che si può liberare la testa di un paziente che riprende a respirare. E poi a rincuorarci c'è l'atmosfera di fratellanza e di condivisione che si è creata tra noi. Qui a Parma il sistema ha tenuto e ha dato il meglio di sé. Ma non è finita e a tutti voglio raccomandare di stare in casa. Questa malattia è terribile».

rob.lon.