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Coronavirus

Con la Pubblica, tra i pazienti dimessi dall'ospedale

10 aprile 2020, 05:05

Con la Pubblica, tra i pazienti dimessi dall'ospedale

ROBERTO LONGONI

La sirena non serve, stia leggero l'acceleratore: nessuna urgenza, nessun respiro soffocato. Che Carlo si goda il tragitto dal Maggiore alla sua Corcagnano. Rossana Barbacini, impiegata e da due anni autista volontaria (dopo altri 8 da milite) della Pubblica assistenza, guida piano e fa assaporare al paziente non più paziente la parentesi tra il chiuso dell'ospedale e il chiuso della casa. Due settimane, e il 72enne pensionato potrà dirsi del tutto guarito.

Non solo l'andata, ma anche il ritorno dall'incubo Covid è in ambulanza. «E sono i viaggi migliori, necessari per compensare ogni ricovero». Luca Saviotto, 31enne siracusano, ingegnere chimico alla Cerve e milite in addestramento alla Pubblica, ne ha appena avuto conferma, con Tariku Petrolini, 23 anni (volontario da 4, in parallelo al lavoro di cameriere al San Martè). Al pensiero di partire per una dimissione, i due hanno barattato volentieri la mascherina chirurgica tenuta in sede con quella per gli ambienti contaminati e si sono bardati con tuta, copricapo, occhiali e calzari, per poi sigillare ogni apertura con giri di scotch. Isolata nel vano guida, Rossana tiene solo la mascherina. Accanto a sé ha tutto quanto deve restare «pulito»: zaino, tute, collari, defribillatore.

Carlo aspettava i volontari come fossero figli assenti da tempo. Salutati gli infermieri e i dottori di Clinica medica che lo hanno rimesso in sesto in sette giorni, ha accolto Luca e Tariku con un «ce l'ho fatta». Si è alzato in piedi come per magia. E con lui, presto si sono ritrovati a piangere tutti.

Lacrime di gioia, ma anche di paura e rabbia: la sua guerra contro il Covid, lui non l'ha vinta del tutto. Il coronavirus tiene in ostaggio la moglie. «Ma ora che ne sono uscito io - sottolinea, salendo sull'ambulanza con la sedietta tenuta dai militi -, so che può farcela pure lei». Chiusi quasi come palombari, i volontari nel retro dell'ambulanza con lui ascoltano; da dietro gli occhiali protettivi cercano i suoi occhi stanchi e arrossati.

Non c'è un vero ritorno a casa, se a rientrare è solo metà della coppia che ci abita. E sono tanti che non possono nemmeno aspettare: la loro casa è stata svuotata dal lutto. Quasi in contemporanea, altri militi della Pubblica assistenza dal padiglione Barbieri riportano Roberta Pisani in via Colorno. È guarita dal coronavirus, ma non dal dolore. Il marito Ottorino, l'ortolano di via Venezia, pilastro del quartiere ricoverato prima di lei, è morto il primo aprile a 64 anni. Il figlio e la nuora la salutano alla discesa dall'ambulanza. Ma nessuno sorride. Le due settimane di isolamento, Roberta le affronterà sul confine della solitudine.

Carlo, invece, torna con la speranza. La moglie lo ha accudito per una settimana, quando la febbre era tra i 38 e i 39 gradi. Intanto, si è contagiata anche lei. Così, poco dopo il ricovero del marito in Clinica medica, è stata a sua volta portata alla Città di Parma, dove ancora si trova.

Per scaldare davvero il cuore al pensionato servirebbe l'abbraccio che nessuno può dare. Se lo devono ricordare le due figlie in sua attesa davanti a casa. Anche la nipotina di 7 anni, a sua volta in mascherina, deve trattenersi dal desiderio di andargli incontro. Ci si saluta a distanza di sicurezza. E cercando di mostrarsi forti. Carlo rifiuta la sedietta, risponde al bentornato della vicina affacciata alla finestra e punta dritto verso il portone. Si volta ancora: ringrazia, sorride e applaude all'indirizzo dell'autista e del giovane milite. Le scale fino all'appartamento al piano rialzato, le salirà da solo. Per tutta la dozzina di gradini, Luca gli sta dietro, pronto a sorreggerlo. «Anche io sono volontario: della Protezione civile. Spero di potermi rendere presto utile» dice il 72enne. È il suo saluto al giovane milite in addestramento che in poche settimane ha già collezionato i servizi per l'esame.

Qui ogni giorno è un esame. Anche per l'attenzione moltiplicata negli interventi. Ma di paura non parla nessuno. «Se ne avessi - dice Tariku - me ne starei sul divano. Anzi, a dirla tutta, vorrei che dal divano si alzassero molti giovani come me. C'è sempre bisogno di nuovi volontari». In questa emergenza, la paura è un'altra. «Quella di sentirsi inutili: sarebbe così, se fossi a casa» spiega Rossana. Luca parla di un timore maggiore «sugli altri interventi: quando vai su un Covid certo, sai che cosa ti aspetta». Anche se il primo è stato il peggiore, «con un'anziana così grave da strapparsi dal volto la mascherina dell'ossigeno».

Prima del rientro in sede, è d'obbligo il passaggio dal Maggiore, per la sanificazione del retro dell'ambulanza sotto il Pronto soccorso (bastano 7-8 minuti): gettata la tuta e il resto, anche i militi si sottopongono a un getto di vapore sui vestiti, davanti e dietro. È la prassi, al termine di ogni intervento Covid. Ma il virus ha solo oscurato le altre emergenze. Che continuano. E così, oltre a due contagiati lasciati comunque a casa (la febbre non è preoccupante), l'equipaggio risponde ad altre chiamate. Per una dipendente dell'Esselunga della Crocetta colpita da una crisi di panico. Si riprenderà senza ricovero. E per un immigrato preoccupato per l'ipertensione. Dopo che gli sono state misurate pressione e saturimetria, gli si spiega che nemmeno nei momenti normali le sue condizioni sarebbero tali da farlo portare al Maggiore. «Sicuro di voler essere ricoverato proprio adesso?» L'uomo ci ripensa su: sorride e scuote il capo.