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CORONAVIRUS

Turrini: 'La morte al tempo del Covid-19 lascerà traumi profondi'

11 aprile 2020, 05:05

Turrini: 'La morte al tempo del Covid-19 lascerà traumi profondi'

ANNA MARIA FERRARI

Come un campo di battaglia, con migliaia di sopravvissuti a terra, che non riescono e non vogliono rialzarsi. Troppo doloroso ricominciare a camminare. Nella tragedia della pandemia da Covid-19, sotto gli occhi di tutti c'è il dato oggettivo dei decessi: oltre 18mila morti in Italia, più 2000 in Emilia Romagna, circa 500 a Parma. Ma sottotraccia, nel buio, ci sono i sopravvissuti, gli invisibili, cioè i familiari e gli amici dei deceduti, mutilati dalla perdita improvvisa, privati del calore di un abbraccio, di una carezza, dei funerali.

Un lutto nel lutto: «Tutte le culture e le epoche hanno sempre avuto dei riti funebri, supporti sociali che favoriscono l'elaborazione del lutto e ne evitano la complicazione, cioè aiutano a far sì che il dolore non sfoci in malattia. Fin dagli egizi, dai sumeri. Oggi tutto questo è andato perso di colpo. Come in tempo di guerra. Quando arrivava una targhetta a casa e allora sapevi che tuo marito, tuo figlio, non sarebbero più tornati. Ma non avevi una bara su cui piangere».

Lo spiega lo psichiatra Giuliano Turrini, direttore sanitario della clinica Maria Luigia di Monticelli, tra i primi in Italia ad occuparsi delle patologie dell'elaborazione del lutto: «Le studio dal 1994, dalla prima sentenza al riguardo della Corte di Cassazione, che riconobbe il risarcimento del danno "'indiretto", cioè quello che si patisce come conseguenza del danno subito in primis da un'altra persona”».

Ferite della mente, non meno gravi di quelle del corpo. Traumi forti e inaspettati, vissuti in solitudine.

Tante storie tristemente simili tra loro, come, ad esempio, continua Turrini, quella della signora che ha visto il marito salire sull'ambulanza con le sue gambe, ma dopo qualche giorno ha ricevuto la telefonata gentile dell'ospedale che ne annunciava la morte: impossibile vestirlo per l'ultima volta, dirgli addio, appunto “come se fosse disperso in guerra”.

Un'esperienza che rischia di essere devastante per chi resta.

Eppure, di norma, il lutto è un fatto della vita con cui ciascuno di noi deve prima o poi confrontarsi.

«Dal punto di vista psicologico, lo definiamo come una perdita. A porre le basi teoriche è stato Freud, nel noto lavoro "Lutto e Melanconia", che resta un caposaldo. Un lutto, a rigore, consiste nella perdita di qualcosa cui si è affettivamente legati. Può essere la perdita del lavoro, la pensione vissuta come smarrimento di un ruolo, perfino la sconfitta della squadra del cuore o del proprio partito politico quale perdita di un ideale. Ovviamente tra i lutti più significativi c'è la perdita di una persona cara. Certo, è inevitabile che qualcuno se ne vada prima di noi, ad esempio i genitori prima dei figli: questo rientra nella storia naturale, nella fisiologia del lutto, che non esclude il dolore, ma con il tempo la sofferenza si smorza, perché lo spirito di vita prevale sul cosiddetto istinto di morte. Quindi il lutto cosiddetto normale non blocca definitivamente la vita di una persona. Ma ci sono situazioni in cui questo processo fisiologico di guarigione si interrompe. E qui entriamo nei lutti patologici”.

Un confine labile: come possiamo accorgerci quando lo superiamo, cioè quando un lutto diventa patologico?

«Il tempo è uno dei termometri che ci permettono di misurare l'elaborazione del lutto. Ad esempio, dobbiamo alzare la guardia quando una persona ci dice che il trascorrere del tempo non l'ha aiutata, anzi si sente sempre peggio. Comunque diciamo che il funzionamento psichico ed emotivo del soggetto che ha un lutto complicato rimane in qualche modo leso e condizionato da questo disturbo, che è una vera e propria malattia. Come tale riconosciuta non solo dal punto di vista clinicol, ma anche dal punto di vista medico legale».

Come una bomba inesplosa che va disinnescata per riprendere a vivere.

«Un rischio oggi attualissimo: con i decessi da Covid-19, infatti, non c'è il cosiddetto"'lutto anticipatorio". Mi spiego. Quando una persona scompare dopo una lunga malattia, per colui che resta è certo doloroso, e doloroso è stato l'accompagnamento verso la fine, ma la morte era prevedibile e attesa, e questo dà modo di prepararsi alla perdita; se la morte, invece, è improvvisa, colui che resta si trova sottoposto a uno stress inaspettato. Come essere travolto da un treno. Quanto più la perdita è imprevista, tanto più aumenta il rischio di complicazione del lutto»

Anche l'assenza di riti condivisi, come ad esempio il funerale, rende più difficile elaborare la perdita?

«Il supporto sociale e la ritualità sono fattori protettivi riconosciuti da tutti gli studi scientifici nell'aiuto all'elaborazione del lutto. Ci sarà un motivo se tutte le culture hanno sempre avuto dei riti funebri. Anche la nostra cultura occidentale, che pur è accelerata e frettolosa, ha una sua ritualità: la funzione religiosa, la camera ardente, la benedizione o il saluto laico, la vestizione del defunto. Poi c'è il supporto sociale, cioè i vicini, gli amici, la comunità, la vicinanza emotiva. Con il Covid-19, invece, affrontiamo la morte senza riti condivisi, in una solitudine che, per chi resta, è acuita dall'isolamento. Come uno tsunami emotivo. Credo che ci saranno molte persone che avranno la necessità di essere aiutate professionalmente».

Quali sono le terapie per favorire l'elaborazione del lutto?

«Ad esempio, i gruppi di auto aiuto, cioè la condivisione di esperienze simili, fattore assolutamente terapeutico, forse più efficace del farmaco. Nel momento in cui questa emergenza finirà, perché spero finirà, bisognerà mettere in campo iniziative organizzate e professionali per le persone che hanno subito questi lutti repentini, senza riti e privi di supporto sociale: penso ad esempio ad un ambulatorio dedicato, all'istituzione di gruppi di auto aiuto coordinati da uno psicologo».

Quella del Covid-19 rischia di essere un'epidemia silenziosa anche dal punto di vista della salute mentale?

«Sì. Aggravata dal fatto che è abbastanza frequente, nel lutto complicato, che la persona che ne soffre non riconosca il proprio stato come una malattia, quindi non chieda aiuto, perché crede che il proprio dolore sia un fatto normale. Eppure è depressa, spesso non riesce a lavorare, a concentrarsi, a godere delle cose della vita, a reinvestire le proprie energie vitali».

E' questa una delle difficoltà che incontrano i terapeuti?

«Purtroppo sì. Occorre una campagna di sensibilizzazione per farlo capire. Non sarà facile. Vorrei che a questo si dedicassero un po' di risorse e di attenzioni, per poter guardare davvero avanti, alla rinascita».