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Testimonianza

Collecchio, il medico sportivo Montani: «La mia battaglia contro il virus»

12 aprile 2020, 05:01

Collecchio, il medico sportivo Montani: «La mia battaglia contro il virus»

COLLECCHIO - Viaggio nel tunnel del coronavirus e ritorno, la testimonianza choc del medico sportivo, Giovanni Montani, ex dirigente medico dell’Ausl di Parma, e attualmente vice presidente della Commissione Medica della Federazione Italiana Sport Invernali, scampato al dramma della malattia.

Giovanni Montani segue, come medico, le atlete della squadra femminile di sci alpino della Nazionale, tra queste, Federica Brignone, campionessa del mondo di sci. La sua voce è flebile, ancora intaccata dallo sforzo per vincere il virus: si trova all’hotel Campus di Collecchio in convalescenza, in attesa di rientrare a casa.

Parla della sua esperienza come di una sfida titanica che è riuscito a vincere. Come si sente? «Sono arrivato oggi pomeriggio (ieri ndr) qui. Mi è sembrato di rinascere. Si tratta comunque di un albergo e non di un ospedale. Mi trovo in un ambiente confortevole, il che aiuta molto, anche da un punto di vista psicologico, ad affrontare la situazione. Certo le regole sono ferree, così come è giusto che sia, ed anche i controlli da parte di Ausl, ma posso dire di essere molto contento». Questo è l’approdo di un incubo che ha preso avvio agli inizi di marzo in Svezia, dove il dottor Montani era andato in trasferta con la Nazionale di sci alpino, ad Åre, vicino al circolo polare artico, per gli allenamenti in vista delle finali previste a metà marzo. «La situazione sembrava sicura – spiega - non erano stati segnalati contagi, né provvedimenti restrittivi, ma alla vigilia della gare, sono apparsi i primi casi e tutto è stato sospeso». Il medico ha quasi certamente contratto il virus nel viaggio di ritorno. Un viaggio che si è trasformato in un calvario a partire dal trasferimento da Åre all’aeroporto più vicino, per arrivare a Stoccolma.«Ho preso un taxi da Åre a Östersund: il conducente ha tossito per 2 ore, lungo gli 85 chilometri di tragitto. In quel momento ho rimpianto di non avere una mascherina a disposizione». Una volta arrivato nella sua abitazione di Ozzano Taro, ha manifestato i primi sintomi. Domenica 22 marzo è stato ricoverato al Maggiore e dopo una settimana è entrato in terapia intensiva. «La prima settimana di degenza respiravo con l’ossigeno, ma non mi bastava, mi sentivo spossato quasi come se la mia persona fosse stata annullata. Non ho mai perso conoscenza, però. Poi è venuto il momento più difficile: quando mi hanno infilato il casco con l’ossigeno puro. Dal quel momento sono riuscito a respirare meglio a fronte di una situazione davvero drammatica da sopportare: le orecchie che fischiano, gli occhi che lacrimano, i peli della barba che si trasformano in spine. L’impressione è quella di essere davvero in un altro mondo, in un’altra dimensione».

Il dottore ce l’ha fatta ed è quasi incredulo nel poter raccontare la sua storia. «Ringrazio il personale dell’ospedale. Mi è stato chiesto di testimoniare la durezza della condizioni di lavoro ed i sacrifici che fanno gli operatori. Nessuno però si lamenta e sono tutti molto motivati. Credo che meritino più di un plauso da parte di tutti noi». G.C.Z.

 

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