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Coronavirus

La cardiologia ai tempi del Covid

12 aprile 2020, 05:04

La cardiologia ai tempi del Covid

MONICA TIEZZI

Sono stati tre i pazienti malati di Covid operati nelle ultime settimane nella Cardiologia interventistica dell'ospedale Maggiore. Interventi che hanno richiesto, spiega Luigi Vignali, responsabile della struttura, «le misure dettate da un protocollo aziendale di sicurezza che si è andato definendo da fine febbraio: vestizione e svestizione dei medici, smaltimento del materiale "sporco", gestione del paziente in sala».

L'ospedale ai tempi del coronavirus è anche questo. Oltre all'emergenza dei contagiati, c'è l'attività che non si deve fermare, ma che lo può fare solo adottando le nuove regole dettate da un periodo di pandemia.

Per la cronaca, i tre interventi sugli uomini colti da infarto (uno ricoverato al Barbieri, trasformato in padiglione Covid, e due positivi in cura a domicilio) sono andati bene. Così come è proseguita senza intoppi, spiega Vignali, tutta l'attività "ordinaria" come «sostituire i pacemaker a fine vita e intervenire sulle aritmie», spiega ancora Vignali.

Un'attività più che mai essenziale in una provincia, come la nostra, dove l'unico grande ospedale universitario per molte specialità è il Maggiore. «La cardiochirurgia di Parma, sede della scuola di specializzazione, resta un riferimento interprovinciale per l'area vasta Emilia Nord: Parma, Piacenza e Reggio Emilia» fa notare Francesco Nicolini, direttore della Cardiochirurgia dell'ospedale Maggiore.

A questo, spiega il direttore della Cardiologia Diego Ardissino, si aggiunge la chiusura delle cardiologie degli ospedali di Vaio e Borgotaro, necessaria per fare spazio all'ondata di malati Covid, che ha reso ancora più vitale l'assistenza garantita «al cuore» dall'ospedale Maggiore.

«L'attività nel nostro reparto è rimasta d'eccellenza anche se la metà degli otto medici del reparto hanno offerto servizio anche nel triage del pronto soccorso - dice Nicolini - In questa emergenza la cardiochirurgia è diventata anche centro cardio-toracico-vascolare, visto che le chirurgie toracica e vascolare hanno dovuto trasformare le loro sale operatorie in terapia intensiva per i malati Covid. Da metà marzo, di concerto con la direzione ospedaliera, le tre nostre tre sale chirurgiche sono servite anche per i pazienti di questi due reparti».

Dei 20 posti letto abitualmente disponibili in Cardiochirurgia, «dieci sono stati destinati ai reparti Covid: struttura, materassi, biancheria - spiega il primario - I pazienti con patologie, ma non in situazioni di urgenza nè emergenza, vengono seguiti al telefono a casa, rimandando gli interventi programmati. Gli interventi al cuore, se possono essere rimandati, in questo momento non sono opportuni perché il 90% viene eseguito in circolazione extracorporea, ossia fermando cuore e polmoni in via temporanea, con strumentazioni che fungono da supporto cardio-polmonare. Uno stress per il polmone, l'organo bersaglio del virus».

Da quando è iniziata l'emergenza, continua Nicolini, sono stati una ventina gli interventi eseguiti: circa un terzo rispetto allo standard.

Fra questi anche una dissezione aortica acuta su una paziente 70enne parmigiana per la quale c'era il dubbio che avesse contratto il coronavirus.

La paziente è giunta in ospedale il 20 marzo. «L'angioTAC ha mostrato una dissezione acuta dell'aorta, una condizione che comporta una mortalità altissima se non trattata subito» dice Nicolini.

L'intervento è durato dalle due di notte alle otto del mattino, in circolazione extracorporea. Prima dell'intervento la paziente è stata sottoposta a tampone la cui risposta (negativa al Covid) è arrivata solo a qualche giorno dall'operazione. Quindi si sono dovute comunque adottare tutte le procedure di sicurezza come per un paziente contagiato.

Timori ad operare in queste condizioni? «No, perché le misure di prevenzione sono adeguate e la motivazione è la stessa. Ma è più faticoso» risponde Nicolini. L'intervento è andato a buon fine, la ripresa prosegue bene.

 

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