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Coronavirus

Terapia intensiva, si comunica coi disegni grazie all'idea della figlia di un medico

12 aprile 2020, 05:06

Terapia intensiva, si comunica coi disegni grazie all'idea della figlia di un medico

Nella terapia intensiva del Maggiore medici e malati comunicano attraverso i disegni colorati realizzati dai figli del personale sanitario. L’idea è nata da Matilde, la figlia quindicenne di Cinzia Fornaciari, anestesista e rianimatore della Terapia Intensiva da otto posti letto dell’Ala Sud dell’ospedale, gestita dai medici della II Anestesia e Rianimazione e dal suo primario, la professoressa Elena Bignami.

«Mamma, ma come fate a parlare ai vostri malati, con tutte quelle tute e le mascherine addosso?» ha chiesto la ragazza. I lunghi giorni di sedazione infatti fanno perdere la memoria e sospendono il tempo. Occorre perciò comunicare, spiegare, chiedere anche ai malati come si sentono, rassicurarli e spiegare che stanno ritornando alla vita. Una sfida spesso non facile; le mascherine, le visiere non permettono di comunicare facilmente; gli sguardi rassicuranti e il pollice alzato per dire «Tutto ok» non bastano. Da qui l’idea di Matilde di realizzare dei piccoli cartelli con uno stile rubato a Keith Haring, colorato e vivace, per poter comunicare: l’omino blu con fazzoletto in mano che spiega ''hai avuto la polmonite'', quattro figure abbracciate che dicono ''la tua famiglia sta bene'', altri disegni accompagnano brevi frasi come: ''hai freddo''; ''hai sete''; ''stai guarendo''; ''hai dolore''.

«La lotta al Coronavirus – spiega Cristiana Madoni, medico anestesista e rianimatore della II Anestesia e Rianimazione - non è solo una lotta contro una malattia che si combatte a colpi di farmaci, di ventilazione invasiva e non, di vaccini (quando sarà disponibile). E’ una lotta contro la impossibilità di comunicare, contro la separazione dagli affetti, contro le distanze, contro la barriera dei Dpi (dispositivi di protezione individuale ndr) che giustamente proteggono, ma creano un isolamento». «Abbiamo le armi dei telefonini – prosegue - poche sere fa, dalla terapia intensiva un paziente ha potuto vedere e ascoltare la compagna attraverso una video chiamata, la voce alta attraverso i caschi per la ventilazione non invasiva (nei padiglioni Covid gli anestesisti della II Anestesia supportano i medici dei reparti per i pazienti più critici, curandoli con tecniche che in molti casi permettono di evitare il ricovero in rianimazione), delle mani intrecciate dei sanitari con tre paia di guanti, che vogliono infondere coraggio e forza a chi non se ne sente più in corpo». Una delle “armi” più potenti del personale sanitario è la propria famiglia: figli come Matilde, che grazie alla curiosità e a quello che racconta la mamma, cercano di dare una mano ai malati; mariti che preparano la cena alle mogli che tornano tardi; genitori anziani, fratelli e sorelle, che preparano torte da portare e condividere con gli altri operatori per addolcire i momenti di stanchezza. La guerra al virus è anche questo: il disegno di un omino giallo che esulta e dice ''stai guarendo'' tra le mani di un medico ''mascherato''; una iniezione di speranza in un malato che si risveglia e finalmente respira di nuovo. L.M.