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Il racconto di chi è guarito dal virus

«Sembrava una influenza. Ma siamo finiti in ospedale»

14 aprile 2020, 05:06

«Sembrava una influenza. Ma siamo finiti in ospedale»

LUCA PELAGATTI

«Pensi sempre che a te non possa succedere. E poi, di colpo, ti scopri debole e malato. Perché può capitare a tutti». E' questa la cosa che sconcerta di più raccogliendo le testimonianze di chi ha incontrato il virus. Prima arriva la sorpresa; poi la paura. E solo dopo, molto dopo, ci si lascia andare al sollievo. Queste sono storie diverse: c'è chi è stato molto male, chi è stato asintomatico, chi è guarito ma ha perso un genitore. Tutti però si sono confrontati con la propria debolezza, imparando che è vero che il virus colpisce gli altri. Ma che gli altri, spesso, siamo noi.

 

 

Vincenzo Delle Cave

«Avevo tosse forte, febbre alta, spossatezza. E questo per più giorni. Così mi sono rivolto al mio medico, alla guardia medica: e tutti mi hanno risposto che era un'influenza normale, che non dovevo agitarmi. Che, con un po' di pazienza, sarei guarito». Vincenzo Delle Cave di Fontevivo, ha 43 anni, adesso sta bene e trova anche la forza di sorridere. «Eravamo intorno al 20 di febbraio, i casi erano ancora pochi. E forse questa è stata la mia fortuna: alla fine, dopo non poche insistenze, dopo avermi anche dato del paranoico mi hanno fatto il tampone. Inutile dirlo: ero positivo».

Prima però della certificazione la solita trafila: tante telefonate a vuoto, tante richieste. E mille porte chiuse in faccia. «Ho ottenuto un po' più di attenzione solo quando il mio collega, con cui ero stato in contatto fino a poco tempo prima, è andato al pronto soccorso con sintomi importanti ed è risultato positivo. Allora anche io sono stato visitato dal medico e testato. Visto il risultato, abbiamo avvisato il sindaco e l'ufficio d'igiene che mi ha iniziato a contattare con frequenza giornaliera. Anche se, più che altro, per chiedermi se potevo aver contagiato qualcuno». Intanto però la febbre non ne voleva sapere di calare così come la tosse non smetteva di scuoterlo.

«Solo dopo due settimane ho iniziato a stare meglio e dopo un po' il tampone ha dato esito negativo: mi hanno detto che mi avrebbero spedito il certificato di avvenuta guarigione. Ma non è mai arrivato. Ma, a questo, punto posso anche aspettare»

 

 

 

Marco

«Sono arrivato in ospedale grazie alla caparbietà di una dottoressa del 118 che è venuta a casa mia e che si è presa a cuore la mia situazione: avevo febbre alta e dolori alle spalle. Lei ha insistito per il ricovero ed io mi sono trovato dentro». Marco («sul nome glissiamo, è meglio») ha una quarantina d'anni e abita a Busseto. E non dimenticherà facilmente quel giorno della metà di marzo. «Mi sono trovato in un reparto affollato e mi hanno fatto il tampone. Alle 2 e trenta di notte, poi, mi sono venuti a prendere e mi hanno portato dove sarei rimasto nei giorni successivi». Dodici giorni di ricovero, sette giorni di febbre alta, l'aiuto di un po' di ossigeno per dare una mano ai polmoni affaticati. «Mi bastava parlare e mi mancava il fiato. Sono stati giorni duri, dolorosi. Anche perché il pensiero corre e ti fai delle domande. Le risposte quasi sempre non sono belle».

Ma il fisico regge e il morale pure. E anche grazie all'eccellente lavoro del personale («Medici e infermieri sono stati splendidi: professionali e molto umani») Marco comincia a stare meglio: «Allora ho iniziato a potermi guardare intorno e ho visto gli altri pazienti vicini a me, il loro dolore, la fatica di quelli costretti al casco per respirare. Intanto io miglioravo. Ma è stata dura».

Adesso Marco è a casa, i due tamponi di rito hanno stabilito che per lui il virus è alle spalle. Ma quei giorni non svaniscono facilmente. «Si guarisce, ma non si dimentica».

 

 

Rosalinda Agnello

 

 

«Io lavoro al centro diurno di Collecchio ed è probabilmente li che sono entrata in contatto con il virus. Stranamente ne sono stata contagiata ma sono rimasta asintomatica. Mia madre, invece, si è ammalata». Ed è, forse, la cosa peggiore: sentirsi responsabili per il dolore di qualcuno che si ama. Ma Rosalinda Agnello, tempra decisa, non si è persa d'animo. «Ho allontanato mio marito ed i miei figli. E ho accudito in ogni modo, nella nostra casa, mia madre che, per di più, aveva delle patologie pregresse».

E' stata una battaglia vissuta insieme: la figlia senza febbre, solo con un po' di mal di gola; la madre con la febbre alta ed una tosse cattiva. Unite nella fatica, con l'affetto, le vitamine e le poche medicine disponibili. «Per giorni mia madre non ha potuto neppure stendersi sul letto, aveva difficoltà a respirare ed io sono rimasta al suo fianco. Volevo controllare le sue condizioni, capire se servisse il ricovero». Per fortuna non ce n'è stato bisogno. Dopo giorni lunghi e notti infinite il tampone ha dato il suo verdetto: negativo. «Adesso anche mia madre sta meglio, sta proseguendo la sua convalescenza. Io per parte mia, invece, ho dato la disponibilità per andare a lavorare nella casa protetta di Traversetolo. Io dovrei essere ormai immune e so che ce n'è molto bisogno». E anche questo è un modo per sconfiggere il virus: aiutando gli altri.

 

 

Cinzia Ablondi

«Per me era un'influenza normale. E di conseguenza mi sono comportata come sempre. In un primo momento pensando: "Passerà"». Cinzia Ablondi ha rispettato prescrizioni e regole. Ma ben presto ha iniziato a capire che qualcosa non andava. E che quell'accidente non ne voleva sapere di lasciarla stare. «Il medico mi ha prescritto un antibiotico ma non miglioravo. Allora è passato ad un farmaco più potente: senza risultato. Quindi mi ha fatto sottoporre ad una lastra: ed è emerso un focolaio». Erano intanto passati dieci giorni e la situazione non migliorava mentre ogni titolo di giornale era dedicato al virus. «A quel punto mia figlia ha chiamato in numero 1500 chiedendo un'ambulanza. Hanno risposto in maniera negativa e mia figlia si è messa ad urlare». E' servito: e con il trasporto al Maggiore è arrivata la procedura ormai codificata: il triage, la lunga attesa, la Tac, il tampone.

E la risposta temuta.

«Sono risultata positiva e mi hanno ricoverata nel reparto Covid. Per dieci giorni sono rimasta li, con l'ossigeno ad aiutare il respiro ed i medici a darmi una mano. Il loro comportamento è stato encomiabile, sia per la competenza che per la capacità di comunicare con noi. E finalmente mi hanno detto quello che speravo: "Può tornare a casa"». Con cautela, senza condividere gli spazi con i familiari: ma a casa. E a quel punto tutto diventa più facile. «Il tampone mi ha dichiarata guarita, ora sto riprendendo le forze. E ormai solo raramente il fiato incespica. Ma ora lo posso dire: il fiatone passerà».

 

 

Andrea

«Io questa storia l'ho vissuta dall'inizio: ero tra coloro che sono andati a Codogno a ballare sul pullman di cui si è molto parlato. Ma non credo di essermi contagiato li». No, il virus Andrea («senza cognome, per favore») lo ha incrociato qualche giorno dopo, un sabato sera, durante un concerto con un amico. «Dopo un po' lui è stato ricoverato e io ho cominciato a notare che non stavo per nulla bene: avevo la febbre, la tosse non accennava a passare. E, visto che ero potenzialmente entrato in contatto con il covid, mi hanno sottoposto al tampone». Il test ha dato l'esito più prevedibile. E Andrea ha iniziato a curarsi in casa, cercando di tenere a bada la febbre, provando a contenere quei dolori che gli toglievano le forze. «I responsabili dell'Ausl mi monitoravano per telefono. E per fortuna il mio fisico ha reagito. Dopo qualche giorno la temperatura è scesa, dopo 23 giorni dal primo esame sono risultato negativo». Tempo di festeggiare, allora? Per nulla. Perché se Andrea ce l'ha fatta per qualcun altro non è stato così. «Mio padre aveva 75 anni, aveva delle altre patologie ed è stato anche lui infettato. Mia moglie lo ha accompagnato in ospedale. E poi non lo abbiamo più visto. Ci hanno avvisato dopo qualche giorno che era morto. Io avrei voluto esserci quando lo hanno inumato. Ma non è stato possibile». E questa, forse, è la morte peggiore.