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Lutto

Addio a Giovanni Bardini, re dei motori fra Londra e Fidenza

14 aprile 2020, 05:07

Addio a Giovanni Bardini, re dei motori fra Londra e Fidenza

Una vita per i motori: a 77 anni se n’è andato Giovanni Bardini, il fondatore della Aylmer Motors, una delle realtà più note e consolidate nel panorama dell’aftermarket riservato all’automotive. Originario di Busseto, Bardini da anni abitava a Fidenza. Poco più di un anno fa gli era stata diagnosticata una grave malattia: ha lottato con coraggio e forza d’animo, fino alla fine. Verso la metà degli anni Sessanta, in Inghilterra, in un quartiere londinese a nord di Piccadilly, Bardini insieme a un socio aveva fondato la Aylmer Motors, con due filiali. Quindi nel 1977 l’azienda era approdata in Italia con l'inaugurazione della sua prima sede in città. L'attività era dedicata esclusivamente al mercato italiano e a partire dagli anni Ottanta era divenuta operativa soprattutto nel settore agonistico dei grandi raid-marathon. Nel corso degli anni Aylmer era diventata il più grande distributore italiano indipendente di ricambi e accessori Land Rover.

E nel 2017 l’azienda emiliana aveva celebrato un importante e prestigioso anniversario, quello dei primi quarant’anni di attività.

Ma Giovanni Bardini era molto conosciuto nel mondo dei motori per avere dapprima gareggiato in Formula 3 e poi per avere partecipato a tanti importanti rally.

Lui stesso elaborava e approntava le auto da competizione. Tra le principali gare effettuate oltre alla Parigi-Dakar del 1983, altre numerose competizioni in Islanda, Marocco, Algeria, Tunisia, Ungheria e Sardegna, dove Bardini aveva ottenuto brillanti risultati confermando la spiccata vocazione agonistica manifestata già da ragazzo quando, poco più che ventenne, aveva investito tutti i suoi risparmi per acquistare la mitica Abarth 1000.

Sul finire degli anni Ottanta, esaurita la fase agonistica, la Aylmer Motors ha concentrato la sua attività nella vendita dei ricambi e accessori, divenendo in pochi anni l’azienda leader del settore. Nel 2000 l’azienda si era trasferita armi e bagagli nell’attuale headquarter di Alseno. Giovanni Bardini ha lasciato i i figli James con Giulia, Justin con Giulia, Nicolò e Gaia.

s.l.

 

 

 

IL RICORDO

VITTORIO TESTA

Ciao Giovanni, non ce l’abbiamo fatta a pranzare tutti insieme con Maurizio Bergonzi e Massimo Bergamaschi, gli amici della stagione felice delle serate ai Due Foscari e delle vacanze a Jesolo e ad Asiago, e delle gite a Bassano del Grappa, a Malcesine. Massimo se n'è andato, ci ha dato buca, come si dice in romanesco, due settimane fa, ed è stata la triste occasione del nostro ultimo contatto. Stamattina mio fratello, Sandro, mi ha folgorato con un messaggio wattsapp.

Con lui avevamo pranzato in uno dei tuoi ristoranti preferiti, da Renato. Tu da sempre tarantolato dal mito della velocità, pilota automobilistico, asso delle Parigi-Dakar, vincitore di gare in giro per il mondo; e lui pilota aeronautico di lungo corso, patito per i motori. Fu un pranzo durante il quale mi guardavate come un simpatico allocco che ancora ritiene un impenetrabile mistero come un motore riesca a far girare le ruote delle macchine. Periodicamente, caro Giovanni, puntuale insorgeva il desiderio di ritrovarci.

Con Maurizio Bergonzi ci siamo riusciti: eri reduce da un intervento chirurgico, fu una serata di felice malinconia tra le brume di Fornio. Era passata una vita dall’epopea del Giovanni elegante e fascinoso scavezzacollo al volante della Jaguar E rosa, macchina da fotoromanzo, oggetto di tua spazientita venerazione: «E’ stupenda. Ma non sta in strada, quando piove a Cortemaggiore incomincia sbandare fin da Busseto».

La velocità. Il tuo Mito. Dice Luca Villani, meccanico d’eccellenza a Parma, dal 1991 "fratello" di Giovanni. «Una delle tante sere passate insieme, ripercorrendo il vissuto, gli faccio i complimenti per avere messo in piedi un’azienda modello. Lui scuote la testa e mi fa: "Io sono soltanto quello che ha fatto il record a Monza con l’Abarth 1000"». Quel tuo bisogno di agonismo esasperato, la pulsione a correre sempre più forte, non era che in minima parte per vanto e belluria giovanile. Era un’esibizione per nascondere la tua vulnerabilità di ragazzo sofferente per il distacco della madre, bellissima donna, diventata soubrette, reincontrata molti anni dopo a Malcesine, la villa sul Garda nella quale avevi ospitato il sottoscritto, Maurizio Bergonzi e Giordano di Parma. E dalla quale eravamo ripartiti su due macchine stracariche di bottiglie di vini e champagne estorti a tua madre con un’affettuosa maestria di tale intensità da ottenere persino l’uso di una Porsche per l’estate. Ricordo il Capodanno ad Asiago e le puntate a Treviso e a Bassano del Grappa dove Eros appostato ti aveva trafitto con lo sguardo della bellissima Gabriella.

Le nozze. Poi Londra, i due figli, la separazione. Il ritorno a Busseto. Ma intanto eravamo diventati grandi, avevamo messo su famiglia. Massimo tutto dedito all’azienda agricola, alla Casa Bianca, luogo di delizie, di feste e di scherzi memorabili. Maurizio odontoiatra a Parma e Busseto. Io a Milano. Ogni tanto si riusciva a sentirci. Un Natale mi avevi consigliato - e te ne sarò sempre grato - di leggere Wodehouse, autore a me sconosciuto. Maurizio aveva accompagnato il padre, il tenorissimo Carlo, che cantava a Londra e riferiva di averti visto in ottima forma insieme a Gabriella. Poi la separazione e l’incontro con Camilla, l’antica fiamma liceale della gioventù in Jaguar E. Sono passati anni, lei è madre di due figli e moglie in un matrimonio esausto. La scintilla scocca di nuovo e lei confida al marito il disagio e la nuova situazione. Chiede il divorzio.

«E accade una cosa bellissima», ricorda Luca Villani: «Il marito acconsente: "Giusto che tu torni insieme a Giovanni, è l’uomo di cui sei sempre stata innamorata anche quando ci siamo sposati"». Camilla dopo nove anni di felicità viene ghermita dal male. Quanta vita, quante storie, quanta amicizia, caro Giovanni. Eravamo venuti a trovarti io e mio fratello, eri ospedale per l’ennesimo guaio. «Stavolta ragazzi non la scappo», dicevi sereno: «Ho vissuto anche troppo. A diciotto anni, dopo un incidente d’auto, mi avevano dato l’estrema unzione. Dopo sessant’anni sono ancora qui. Sandro e Vittorio, grazie dell’amicizia, voglio vedervi sorridere».

È quel che sto facendo, Giovanni, e che abbiamo fatto stamattina io, Sandro e Maurizio al telefono: un sorriso nel ricordarti sorridente amico. Un sorriso scaccia lacrime. Grazie del suggerimento, Giovanni.