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TRAGEDIA SFIORATA

«Un solvente bevuto per sbaglio e mio marito ha rischiato di morire»

17 aprile 2020, 05:03

«Un solvente bevuto per sbaglio e mio marito ha rischiato di morire»

Una storia di superficialità, disattenzione e  in parte condizionata anche dall'emergenza coronavirus. È chi la racconta ad ammettere tutto ciò. Ma è soprattutto la storia di una serie di circostanze bizzarre che avrebbe potuto però trasformarsi in tragedia: una bottiglia contenente del solvente per lavanderia riposto in frigorifero e trangugiata da Francesco (il nome è di fantasia, ndr) come fosse acqua. Perché così sembrava. Poi, la corsa in ospedale, dopo qualche ora passata in casa ad attendere per paura che un ricovero in ospedale potesse diventare rischioso per l'emergenza virus. E il finale da raccontare, perché tutto è andato bene, nonostante la grande paura.

Ma torniamo a quel giorno. Al 9 aprile scorso, quando la moglie di Francesco, Sofia (altro nome di fantasia), approfitta della bella giornata di sole per mettere ordine tra il guardaroba invernale. In particolare, passa i pantaloni pesanti con panno, smacchiatore e percloro. Un'operazione che fa sul balcone, poi decide di lasciare, o per meglio dire è convinta di aver lasciato sul terrazzo smacchiatore e percloro. Sia lei che il marito vanno a dormire verso le 11. «Ero nel pieno del sonno - racconta Sofia - quando mio marito mi sveglia urlando e chiedendo cosa ci fosse dentro la bottiglia dell’acqua che era in frigorifero.

Francesco sembra impazzito: è sicuro di aver ingurgitato qualcosa di velenoso, ma cosa? Io non capisco, sto riemergendo dal sonno, mi sforzo di ricostruire, di ricordare. Sì, certo la bottiglia d’acqua con percloro che avevo usato nel pomeriggio, ma come era finita in frigorifero? La mia testa deve avermi tradita, l'ho messa in frigorifero senza volere, mi dico. Altro che disattenzione, una cosa pazzesca».

È sconvolta, ma cerca di reagire. Sofia e Francesco  si parlano e lei gli dice di bere molta acqua, di metter due dita in gola e cercare di vomitare. Mentre lui segue il consiglio, Sofia guarda su internet se trova qualche suggerimento su come intervenire. Forse vomitare non è stata la mossa corretta, perché potrebbero esserci effetti devastanti su vari organi. Ma ciò che intuiscono tutti e due è che il fattore tempo è determinante.

Bisogna andare subito al Pronto soccorso, ma Francesco rifiuta categoricamente. Non vuole andare all’ospedale, perché teme il contagio da coronavirus. Così, decide di andare a letto, sperando che tutto passi. Sofia lo guarda con attenzione  cercando di capire se sta succedendo qualcosa e gli chiede se sente qualcosa di strano o di diverso. Lui a quel punto ammette di sentirsi poco bene, di sentire un forte ronzio alla testa. Scatta la chiamata al 118. E in pochi minuti arriva l’ambulanza con tre volontari, ma senza un medico: gli operatori misurano temperatura e pressione. Non ci sono particolari problemi, eppure Sofia percepisce che sta avvenendo qualcosa. «Francesco era diventato rigido nei movimenti, si muoveva più lentamente, ma continuava a dire di non voler andare assolutamente in ospedale - racconta Sofia -. A quel punto gli operatori gli hanno fatto firmare una liberatoria e se ne vanno assicurando che, comunque, sarebbero tornati velocemente in caso di bisogno».

Ma Francesco barcolla e Sofia è molto preoccupata. Non fanno in tempo ad arrivare al piano superiore che suonano di nuovo gli operatori del 118. Chiedono di rientrare perché sono stati contattati dal Pronto soccorso che suggeriva di telefonare subito al centro antiveleni di Bergamo. A quell'ora il servizio non è attivo, ma si può telefonare a Pavia, un centro aperto 24 ore su 24. E il medico di turno dice che bisogna andare immediatamente al Pronto soccorso.

Ma Francesco non vuole andare, è terrorizzato dal contagio. Però peggiora a vista d’occhio: lo sguardo sempre più fisso, gli arti sempre più rigidi. Sofia insiste perché gli operatori lo portino immediatamente in ospedale, ma loro rispondono che non possono andare contro la volontà del paziente. E lei, presa dalla disperazione, visto che si stanno perdendo momenti preziosi, urla: «Ma non vi rendete conto che non sta ragionando?». A quel punto Francesco, con parole impastate, insulta la moglie.

Sofia, ormai esasperata, decide di chiamare il loro medico curante, anche se è l'1,30 di notte. Il telefono squilla due, tre, quattro interminabili squilli. Poi il medico risponde e raccomanda di ricoverarlo immediatamente. Sofia passa il cellulare a Francesco in modo che possa sentirlo direttamente: il medico cerca anche di rassicurarlo sulla situazione in ospedale. E comunque, gli dice chiaramente che avendo ingerito un liquido letale, bisogna andare subito in ospedale.

Arriva un'altra ambulanza, con il medico a bordo, che non ha esitazioni a decidere il trasporto in ospedale. Sofia non può assolutamente accompagnarlo: lo vede andare via con un peso nel cuore insostenibile. Alle 2,43 arriva una chiamata dal Pronto soccorso: la dottoressa le fa alcune domande, le chiede più informazioni sul prodotto ingerito, ma lei non sa dare. Sono vari anni che la sua lavanderia le fornisce sfuso il prodotto che lei assurdamente conserva in una bottiglia di vetro da acqua minerale. La dottoressa le dice che comunque ha provveduto a somministrare la terapia che tiene conto del grado di tossicità più elevato. Poi dice di richiamare la mattina dopo, ma aggiunge che la situazione è «drammatica».

Per quattro lunghe ore Sofia ha pensato a tutte le cose più terribili che avrebbero potuto accadere. Un senso di colpa struggente. Una sensazione di impotenza assoluta. Finché alle 7 ha chiamato. Non voleva sentire la voce della dottoressa che l'aveva lasciata in quello stato di assoluto sconforto poche ore prima. Invece ha risposto lei, ma le parole sono state subito rassicuranti. Francesco aveva ripreso conoscenza, parlava e rispondeva a tono. Anche gli esami del sangue erano migliorati. Certo, doveva rimanere fino alle 2 della notte successiva per terminare la terapia.

Ma dopo quella conversazione Sofia è rinata. Ha raccontato ciò che era successo al collaboratore domestico. Voleva commentare quale stupido errore aveva commesso, quale imprudenza lasciare un prodotto tanto pericoloso in un'anonima bottiglia di vetro. Quale assurdità averla riposta in frigorifero. Ma ancora prima che inizi a raccontare cosa era successo a Francesco, l'uomo le dice che in frigorifero l'aveva messa lui. Che aveva trovato la bottiglia sul balcone, dove Sofia l'aveva lasciata la sera prima di fianco agli altri prodotti per smacchiare, e pensando fosse acqua l'aveva messa in frigorifero mentre gli altri prodotti li aveva riportati nel locale lavanderia. «Disattenzione, superficialità, stupidità, fatalità: quello che è certo - sottolinea Sofia - è che i medici sono stati molto competenti e professionali. E che Francesco ce l'ha fatta, senza conseguenze, così come hanno confermato gli esami di controllo successivi».

r.c.

 

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