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CORONAVIRUS

Il team di esperti che spegne il contagio nelle case protette

17 aprile 2020, 05:08

Il team di esperti che spegne il contagio nelle case protette

PIERLUIGI DALLAPINA

Sono un pezzo di ospedale itinerante, che ogni giorno fa tappa in più di una struttura per anziani, per stanare i focolai del contagio e impedire che si trasformino in incendi di vaste proporzioni là dove c'è un'alta concentrazione di pazienti fragili, anzi, fragilissimi. Le case protette sono infatti uno degli ultimi fronti caldi nella lotta al coronavirus (l'altro sono le famiglie) ed è qui che si concentrano gli sforzi delle Umm-Covid, le Unità mobili multidisciplinari composte da tre specialisti - un internista, un infettivologo e un pneumologo affiancati da uno specializzando - pensate per spezzare la catena del contagio nelle case di cura e per trovare la terapia su misura per ognuno. Formate da medici dell'ospedale e dell'Ausl, le unità mobili anti-Covid sono state create a inizio mese e ora ce ne sono in funzione tre.

CONTROLLI A TAPPETO

Il raggio d'azione di queste unità è l'intero territorio provinciale. Non esistono distinzioni di zone o di strutture. Su questo aspetto insiste Ettore Brianti, direttore sanitario dell'Azienda ospedaliera e subcommissario dell'Ausl. «Mettiamo a disposizione del territorio la nostra esperienza sul coronavirus - spiega -. È l'ospedale che esce e mette a disposizione di tutti la sua esperienza. Non abbiamo siglato nessun protocollo con le singole strutture. Stiamo parlando di una procedura interaziendale che va ad offrire aiuto alle diverse segnalazioni che ci arrivano dagli enti gestori, siano questi Asp o cooperative sociali».

SPECIALISTI IN AZIONE

Come spiega Tiziana Meschi, direttore del Dipartimento geriatrico riabilitativo, le unità mobili sono già entrate in 25 strutture. «La nostra opera è valutare i pazienti sia dal punto di vista clinico che ecografico, praticando un'ecografia al torace. L'unità stabilisce una terapia per chi può essere trattato in struttura, ma se il paziente richiede un trattamento ospedaliero lo ricoveriamo direttamente al Barbieri senza farlo passare dal pronto soccorso». Saltare il passaggio del pronto soccorso è un dettaglio fondamentale per ridurre al minimo le possibilità di contagio. «Stiamo parlando di pazienti che hanno dai 70-75 anni a più di cento e a cui siamo particolarmente legati, perché sono quelle persone fragili che curiamo da anni». Non è un caso che le unità mobili Covid siano ispirate a quelle unità mobili multidisciplinari create un anno e mezzo fa per curare gli ospiti delle case protette. «Facciamo un lavoro corale che ha prodotto risultati. Questa è la strada giusta per contenere i focolai», assicura, spiegando poi come si spostano le diverse unità sul territorio. «L'azienda ospedaliera e l'azienda del territorio forniscono elenchi di strutture da valutare e noi siamo disponibili ad andare ovunque ci sia bisogno e ovunque ci chiamino. Di strutture da valutare ce ne sono 135». Una volta esaminati i pazienti l'unità mantiene un filo diretto con le diverse case protette. «Restiamo in contatto per sapere se nei pazienti insorgono condizioni tali da richiedere un ricovero. Una volta esaminate tutte le strutture o resteremo a disposizione per chiamate individuali».

PAZIENTI FRAGILI

«Il paziente più difficile da trattare è quello pluripatologico, perché le terapie sono difficili da praticare a causa del quadro clinico preesistente», spiega Martina Rendo, pneumologa dell'Ausl e veterana delle unità mobili. Ma come assicura Antonio Nouvenne, dirigente medico di medicina interna, «ad ogni paziente viene garantita una terapia veramente personalizzata», poiché costruita grazie ad un lavoro di squadra fra gli specialisti dell'unità e il medico della struttura che conosce l'anziano da più tempo. «Oggi (ieri per chi legge, ndr) siamo stati al Romanini e al Gulli. Abbiamo visitato sei pazienti segnalati dal medico della struttura. Solo ad una persona, a cui è già stato eseguito il tampone ed è in isolamento, è stata riscontrata una interstiziopatia lieve». Oltre alla competenza degli specialisti, ogni unità si muove con un ecografo. «Uno strumento indispensabile - chiarisce Marco Pesci, infettivologo dell'ospedale - per avere informazioni sullo stato polmonare del paziente». Alla competenza deve però essere sempre affiancata la capacità di saper entrare in sintonia con il paziente, come ribadisce Marcello Esposito, 27 anni, specializzando in medicina d'urgenza. «Cerchiamo di tranquillizzare le persone e di trattarle come se fossero nostri pazienti».