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INTERVISTA

Annalisa Sassi (Upi): «Riaprire le imprese per fare ripartire l'economia»

18 aprile 2020, 05:04

Annalisa Sassi (Upi): «Riaprire le imprese per fare ripartire l'economia»

Come sta vivendo personalmente questa tragedia?

«È stato davvero doversi confrontare con l’impensabile, e questo ha aperto ambiti di profonda riflessione. E ancora una volta dover affrontare scenari completamente nuovi. Per me come penso per tutti».

Qual è la sua sensazione su come ha reagito il sistema sanitario di Parma?

«Il sistema sanitario di Parma ha reagito con vigore e con determinazione riuscendo a convertire in tempi rapidissimi interi reparti ed è riuscito a gestire la situazione garantendo sempre assistenza a chi ne aveva bisogno. Davvero un grande grande grazie».

Come valuta l’impegno dei medici, infermieri e operatori in trincea da settimane?

«Il lavoro di medici, infermieri, operatori dell’assistenza sanitaria è stato davvero encomiabile, coraggioso, un esempio di vera solidarietà e partecipazione umana al di la di ogni migliore professionalità. Un grande esempio per tutti noi, che rimarrà dentro di noi. Il nostro grazie più grande. Ma vorrei ringraziare anche tutti coloro che a vario titolo, come le forze dell’ordine, i volontari, gli operatori dei supermercati che, al pari di quelli nelle aziende legate ai servizi essenziali – quali ad esempio l’alimentare, il sanitario – hanno continuato ad operare con grande dedizione e responsabilità per non far mancare i beni essenziali alle comunità. Un grazie anche agli insegnanti delle scuole che stanno portando avanti ogni giorno un lavoro silenzioso per mantenere la didattica dei loro alunni da diversi mesi in casa».

Il cuore di Parma, come sempre, ha risposto. La raccolta fondi promossa da Munus ha superato i due milioni. Le aziende del nostro territorio hanno subito fatto donazioni molto importanti alla sanità del Parmense.

«Parma si dimostra ancora una volta solidale e attenta. L’ospedale per un territorio rappresenta il segno della civiltà e del progresso che si dà una comunità. È nel modo in cui tratta il malato, nelle infrastrutture e nelle professionalità che sono a disposizione che si misura la tutela della persona. Spero che questa attenzione per il nostro ospedale e per le sue professionalità rimanga ancora di più per il futuro. E’ senza dubbio una delle istituzioni più preziose e importanti del nostro territorio».

E’ stato giusto chiudere le aziende, tranne quelle in cui l’attività è considerata indispensabile?

«Ritengo che nell’immediato sia stato giusto chiudere le attività poiché non era chiara la dinamica degli eventi e oggettivamente la distanza sociale è uno degli elementi più determinanti nella possibile risoluzione di questa crisi sanitaria. Oggi ci troviamo in una delle più gravi crisi economiche di sempre, che penso nessuno di noi avrebbe mai immaginato. E penso che siamo entrati in una nuova normalità in cui dobbiamo ragionare convivendo con questo virus e attrezzandoci in un profondo cambiamento delle abitudini dei modelli organizzativi e di lavoro».

Come?

«È necessario dare un’immediata risposta alla ripresa del lavoro. Una gran parte dell’economia del paese si regge sull’impresa, non abbiamo a differenza di altre nazioni ingenti risorse naturali. È l’impresa nelle sue diverse articolazioni la nostra ricchezza. Stiamo lasciando sul campo degli spazi di mercato e non possiamo perdere quote di business in un'economia internazionale e fortemente integrata dove le nostre imprese hanno investito anni di sacrifici per accreditarsi e conquistare il loro spazio. Oggi le nostre imprese stanno perdendo giorno dopo giorno importanti commesse a favore di quelle tedesche, francesi, turche... E quando un cliente è perso sarà molto difficile da recuperare».

Qual è il rischio che corriamo?

«Un’onda di disoccupazione e impoverimento davvero pesante, considerando fin d’ora le proiezioni di riduzione di Pil e quote di mercato a livello internazionale della nostra economia. Il reddito di cittadinanza non potrà mai essere la soluzione definitiva per soddisfare le giuste ambizioni di benessere diffuso, di gusto, qualità, creatività, libertà di una comunità, che hanno sempre caratterizzato il nostro territorio parmense e la nostra regione. Abbiamo sempre perseguito elevati standard di eccellenza, che ci sono riconosciuti nel mondo e sono nel nostro Dna d’impresa. La sperimentazione, la ricerca, l’innovazione, l’eccellente capacità produttiva, la vitalità sui mercati, la spinta a fare sempre di più e meglio».

Quali sono le richieste più frequenti che le arrivano dagli imprenditori – grandi, medi, piccoli – del territorio?

«In questo difficile momento l’imprenditore cerca punti di riferimento per poter programmare e ripartire. Lo stato di incertezza, di stallo, di contraddizione anche rispetto alle differenti applicazioni delle varie ordinanze genera forte disorientamento nelle imprese, mentre la preoccupazione sale giorno dopo giorno. Ciò che è richiesto è la revisione di una burocrazia oggi più che mai lunga e costosa e dell’allineamento delle pratiche e dei parametri alle medie europee. In questi giorni ci siamo raffrontati molto con i sistemi a noi vicini come quelli tedesco, francese, olandese, spagnolo: cerchiamo di analizzarli prendendo il meglio per poi adattarlo a un sistema di valori che ci appartiene e che anche in questa occasione ha messo al centro la persona. Le grandi emergenze del passato ci hanno insegnato che nella scala dei valori dopo la vita, e quindi la salute, c’è sempre il lavoro. È sul lavoro che una comunità trova la forza di ripartire e ricostruire come prima e talvolta meglio di prima».

Il primo passo da compiere è snellire la burocrazia?

«Mi piacerebbe pensare che saremo in grado di semplificare tutti i processi burocratici, rendendoli più vicini alle quotidiane esigenze di vita dei cittadini e delle imprese, così da poterci impegnare in programmi anche di più lungo termine in grado di stimolare dei segnali di una maggiore stabilità del Paese anche e soprattutto nel lungo termine. Voglio portare ad esempio la ricostruzione del ponte Morandi, domandandoci perché il processo con cui è stato gestito non può davvero diventare sistemico per il Paese? Un Paese che tra l’altro ha un bisogno enorme di nuove e moderne infrastrutture. Ritengo che purtroppo dovremo imparare a convivere nel tempo con questa nuova situazione pandemica attuando nuove pratiche di vita e di lavoro che permettano di conciliare economia e salute in sicurezza. Guardiamo però anche gli aspetti positivi, come ad esempio l’aver sperimentato nuove modalità di organizzazione del lavoro a distanza, l’aver trasformato oggetti e processi tecnologici per rispondere a nuove esigenze, alle vendite online e alle consegne dei negozi / ristoranti di prossimità».

Cosa stanno facendo le aziende di Parma per migliorare i livelli di sicurezza contro il rischio di contagio?

«Le nostre aziende che già operano si sono da subito impegnate nel rafforzare i processi organizzativi per adeguarsi agli standard di sicurezza richiesti, dall'uso di dispositivi di protezione collettiva e individuale al distanziamento sociale, dal rafforzamento delle misure di igiene alla sanificazione nei luoghi di lavoro. Molte di queste pratiche sono già patrimonio delle nostre aziende. Vi sono aspetti che devono essere ancora approfonditi e che meritano la nostra massima attenzione sul come attuare buone pratiche negli spostamenti, incentivando ad esempio l’utilizzo dei mezzi di trasporto singoli, quali anche biciclette o scooter. Più si danno suggerimenti alle persone di come gestire buone pratiche nelle varie fasi della giornata più crescerà il livello di sicurezza collettivo della comunità».

I test sierologici sono un'opportunità?

«Sarebbe fondamentale avere la possibilità di eseguire test sierologici in quantità e a prezzi molto contenuti, da poter replicare anche più volte nel tempo affinché si possa avere una mappatura del rischio di contagio e a tutela del singolo e delle persone a lui vicine. Questo permetterebbe un monitoraggio di eventuali mini-focolai, che potrebbero essere circoscritti. Ripeto: bisogna imparare a convivere con questa nuova realtà. Lavoro e sanità possono convivere. Sicuramente è una gestione complessa di una situazione complessa, con aggravi notevoli sui costi delle imprese. Si spera che si sviluppi presto un’industria nazionale sia di dispositivi che di test sierologici a costi molto competitivi, che permetta al sistema economico e sociale di poter gestire le proprie esigenze. Purtroppo non possiamo stare fermi finché arriva il vaccino. Dobbiamo gestire bene la ripartenza e in modo molto molto responsabile per non rendere vano ciò che è stato fatto finora e non dover tornare in una situazione di crisi sanitaria che ha messo a rischio la vita di tante persone. Sarà nella responsabilità delle singole persone gestire buone pratiche di tutela sanitaria nella quotidianità».

Da imprenditrice, quanto difficile immagina che sarà la ripresa?

«La ripresa sarà graduale. Oggi penso che molti miei colleghi abbiano pensieri e preoccupazioni su come troveranno i loro mercati alla ripartenza. Ma sono sicura che forte è la tenacia di volersi riconquistare il proprio spazio».

Le stime del Fondo Monetario internazionale parlano della più grave recessione di sempre e vedono messa particolarmente male l’Italia.

«Prima di parlare di debito dovremmo parlare di come far ripartire le imprese e l’attività economica. Questo è l’aspetto più importante. Il nostro primo pensiero dovrebbe essere la vitalità economica e sociale del paese poiché il debito dovrebbe essere visto come lo strumento transitorio di gestione della contingenza. E ce lo ha detto chiaramente Draghi, che ringrazio per il suo intervento, poiché anche questa volta ha contestualizzato il problema e ci ha dato la giusta indicazione di quella che dovrebbe essere la gestione della finanza pubblica a supporto della comunità. Penso sempre che una società economicamente attiva e vivace debba essere uno dei primi obiettivi di una politica economica nazionale».

10) L’Upi ha scritto giorni fa al Presidente Mattarella e al premier Conte, proponendo una serie di iniziative concrete e di facile attuazione a favore delle imprese e delle famiglie. Avete avuto riscontri?

«Eravamo preoccupati delle dinamiche di fine mese e della situazione di liquidità delle aziende, soprattutto di quelle i cui ricavi erano fermi. Ci sembrava stessimo assistendo a un silenzio e a un ritardo nella gestione del tema del circolante delle aziende. Poi i provvedimenti sono stati presi».

Come valuta le scelte dell’Europa per affrontare la crisi?

«Penso che ci sia stato un certo ritardo nel valutare la situazione che si stava creando. I problemi erano profondamente concreti, ma non altrettanto lo erano la dialettica a livello delle istituzioni europee e le risposte adeguate. Oggettivamente c’è stato un momento di profondo smarrimento. Le persone hanno una vita reale e misurano le istituzioni per le risposte che riescono a dare nell’ambito della loro vita reale e per le quali queste istituzioni sono state create. Quello che ci preoccupa molto è poter comunque far ripartire l’economia e la produzione industriale, altrimenti il nostro livello di vita, i nostri stipendi, le nostre pensioni, il nostro welfare ma anche la nostra possibilità di ricerca e di poterci affacciare al futuro possno essere compromessi. Vorrei che lo avessimo ben presente, oggi c’è in gioco anche il nostro futuro».