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Coronavirus

«Io, neopapà ai tempi della pandemia»

di Andrea Del Bue -

19 aprile 2020, 05:05

«Io, neopapà ai tempi della pandemia»

Andrea Del Bue e Margherita Portelli, entrambi collaboratori della «Gazzetta», lo scorso 14 marzo sono diventati papà e mamma della piccola Anita. Abbiamo chiesto ad Andrea di raccontare cosa abbia significato per lui diventare padre in un momento così particolare come questo e quanto abbiano influito le limitazioni.

 

ANDREA DEL BUE

Anita ha da poco compiuto un mese, ha gli occhi grandi, belli e, soprattutto, sta bene. Di notte dorme, ma non scrivetelo sul giornale, perché è un attimo che tutto cambi. Mi sono domandato che cosa significhi diventare padre ai tempi del coronavirus. Il racconto di buoni amici con figli più grandi e un po’ di immaginazione mi fanno pensare che non mi sia stato tolto nulla. Anzi. Quando tutto comincia è venerdì, mancano pochi minuti alla mezzanotte. Siamo oltre il termine della gravidanza, sappiamo che ogni momento è buono. Il tempo di darsi un bacio, la notte trasloca nel sabato e mi sento subito scuotere. La frase è quella che ho sentito mille volte nei film: «Amore, mi si sono rotte le acque». Penso: «Adesso cosa succede?».

L’immagine di una notte insonne mi sfiora, lo ammetto, ma vola via con la serenità degli sguardi complici e pieni di attesa. Il viaggio in auto verso l’ospedale è breve, in strada c’è il silenzio della notte che ultimamente è anche quello del giorno. Da metà settimana è in atto la chiusura totale.

All’ingresso del reparto, quello che si sapeva: uno sparo del termometro sulla fronte, niente febbre, nessun sintomo, però mamma da una parte e papà ad aspettare. E lì, nella solitudine di una panchina nell’atrio della Maternità, a notte fonda, realizzo che ci siamo. So che potrò entrare in sala parto, mentre per le ultime visite di controllo ho dovuto aspettare fuori.

Rivedo Margherita dopo il tracciato: sta bene e sono iniziate le prime contrazioni. La mettono a letto, le consigliano di dormire. Impossibile, i dolori sono sempre più forti. Allora si va di sotto, a partorire. Saranno le tre. Qui restrizioni non ce ne sono, se non fosse per quella mascherina, che filtrerà tutto, ma non certo le emozioni.

Vedo una donna trasformarsi in montagna, fronteggiare il dolore con una forza che non le avevo mai visto addosso. E tu, quasi papà, cosa fai? Cerco la parola giusta, tento di azzeccare pure il silenzio, faccio da appoggio fisico e morale, ma in fondo servo a poco. Mi limito al privilegio di essere spettatore di una magia. Poi la gioia, quella mai provata, quella delle parole mai udite, una dopo l’altra, con la felicità che cancella in un attimo ogni traccia di sofferenza fisica dal volto di chi mi sta di fronte.

Sono da poco passate le otto ed eccomi papà in tempo di coronavirus.

La prima poppata, il primo cambio pannolino, i primi pianti. Mi perdo in quell’emozione che non lascia spazio a nient’altro. Man mano che passano le ore, comincio a pensare a questo maledetto virus e a come ci condizionerà. Vedo le difficoltà, ma provo a immaginare le opportunità. Durante i due giorni di degenza, posso rimanere solo io: nessun parente può fare visita, per evitare il rischio di contagio. Niente nonni, zii, cugini o amici (ed è un periodo tutto sommato ancora «fortunato», perché nelle settimane a seguire le restrizioni avrebbero limitato anche la presenza dei neopapà in reparto).

Nel corridoio c’è tranquillità: mamme e papà, tante culle, tutti mascherati. Ti rendi facilmente conto di quanto gli occhi possano dire di un’emozione. Lì dentro, mi accorgo che è un mondo fatato; mi divido tra l’ammirazione e la gratitudine, osservo le attenzioni, la sensibilità e la professionalità di medici, ostetriche e infermieri, mi ripeto quanto sono fortunato.

Da fuori, invece, arrivano le notizie di una guerra che non fa sconti. Ogni operatore ha i suoi pensieri: prima di essere professionisti, sono donne e uomini con delle famiglie. Eppure tengono le preoccupazioni per sé, facendo in modo che quel mondo rimanga uno spazio protetto.

Poi arriva il momento di andare a casa.

Io e Margherita pensiamo a difendere la nostra famiglia e prendiamo l’unica decisione possibile: isolarci completamente. Con i giorni che passano scopriamo il lato positivo di questa quarantena che ci impedisce di gioire insieme a famigliari e amici in carne e ossa: ci accorgiamo che possiamo vivere insieme ogni singolo istante di nostra figlia, senza orari, senza appuntamenti. Noi tre e i gatti, in quello che assomiglia molto a un nido. Ci sentiamo padroni del nostro tempo come non lo siamo mai stati, proprio nel momento in cui un altro essere umano dipende completamente da te. Sembra paradossale, eppure è così.

Si sprecano le telefonate, le videochiamate si moltiplicano. Le nonne si avvicinano allo schermo dello smartphone quasi a cercare un contatto fisico, il nonno attacca una foto al frigo per baciare Anita quando passa di lì. Durante il corso preparto, che abbiamo avuto la fortuna di fare regolarmente, guardavo le coppie che non avrebbero avuto l’aiuto dei nonni come fossero dei marziani che dovevano prepararsi a una sfida impossibile. Invece, senza aiuti, si può. La piccola ci viene incontro: è bravissima. Quando subentra un po’ di tristezza per i nonni che ancora non hanno potuto abbracciarla, ci consoliamo immaginando di essere una famiglia che vive in Canada (non so perché in Canada, ma l’abbiamo pensato entrambi) che tornerà a Parma solo tra qualche settimana per far conoscere la piccola ad amici e parenti.

Decidendo di non uscire nemmeno per fare spesa o andare in farmacia, facciamo arrivare tutto a domicilio. Non mancano le sorprese, da e per parenti e amici: una cena, un libro, una vaschetta di gelato. Questo coronavirus in un certo senso sembra aver ridotto le distanze. Lo schermo del telefono pare favorire qualche nuova confidenza, le debolezze non si nascondono più. Tra le cose che non avremmo probabilmente mai scoperto senza questa emergenza c’è quella piccola comunità che è il nostro condominio. Il giardino comune è diventato il luogo prediletto (e unico possibile) per le nostre passeggiate. Una fortuna. Tutti i pomeriggi, un giro dopo l’altro, attorno a questo prato fiorito. Centotrenta passi a giro, c’è pure la tranquillità di contarli.

Dai balconi e dalle finestre, spuntano i vicini incuriositi e le chiacchiere a distanza nascono spontanee. Non possiamo più dire di non conoscere i nostri dirimpettai. Il primo giorno in cui faccio una passeggiata in giardino da solo, mi accorgo che respiro a pieni polmoni e che ho il sorriso sulle labbra, senza apparente motivo. Sono recluso, i miei genitori, i miei fratelli e i miei amici non hanno ancora potuto conoscere Anita, non posso uscire dal cancello di casa, eppure sono felice. Ecco, in definitiva, cosa significa per me diventare padre in tempi di coronavirus.

Nello stesso giorno, poche ore dopo, arriva la notizia di un carissimo collega, un amico (Fabrizio Pelli, una gran bella persona) che viene portato via dal virus. Scendono lacrime, le prime non di gioia. Alla morte non c’è rimedio. Rimane la speranza che questa tragedia globale ci lasci in eredità l’attenzione e la cura per ciò che conta davvero.

Facciamo tantissime foto in questo periodo, per noi e per gli altri. Quando le guardo, non so perché, mi viene da farlo con gli occhi di quando sarò il padre di una donna; un uomo di 70 anni che riguarda gli scatti ritrovati in un cassetto. Così mi vedo papà ai tempi del coronavirus: con il sorriso e la bellezza della gioventù. Circondato da amore e da speranza.