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Carabinieri e polizia

Le forze dell'ordine in prima linea contro il virus

19 aprile 2020, 05:02

Le forze dell'ordine in prima linea contro il virus

GIULIANO ZUCCO Maresciallo ordinario

«Il nostro lavoro di carabinieri è rispondere all'emergenza. Ma quella che stiamo vivendo è un'emergenza mai vista prima». Il maresciallo Giuliano Zucco comanda la stazione di Borgotaro e si rende conto che forse nessuno poteva essere preparato a quanto stava per accadere. Ma sa anche che con l'impegno e la serietà quasi tutte le battaglie si possono affrontare.

«In un primo momento il nostro ruolo è stato quello di informare, di aiutare le persone a capire e a superare lo smarrimento e una certa difficoltà. Ma ben presto abbiamo compreso che serviva anche un intervento concreto. Che occorreva dare una mano ai tanti che ce lo chiedevano». Come i bambini di Borgotaro e Albareto costretti in casa senza nemmeno la consolazione di potersi rifugiare nella rassicurazione di una routine. «Ecco allora che abbiamo raggiunto le scuole chiuse, prelevato libri e quaderni e iniziato a restituirli ai bimbi, alle famiglie. E in cambio abbiamo avuto la soddisfazione impagabile di ricevere i ringraziamenti di bambini e genitori».

Piccole cose? Al contrario: enormi. Perché il virus ha cambiato il mondo. Ma non l'umanità delle persone. «E la gente di queste valli ha tenuto un comportamento esemplare, sempre corretto e collaborativo mentre noi, per parte nostra, abbiamo sempre cercato di essere al loro fianco in ogni esigenza. L'altro giorno, ad esempio, ho accompagnato un'anziana a prendere la pensione: non poteva farlo da sola e la nipote ci ha contattato chiedendo aiuto. E ci siamo attivati subito. Queste sono cose che restano. Cosa ci lascerà alla fine questa epidemia è presto per dirlo. Ma di certo avremo la sensazione di aver aiutato le persone che vivono nella nostra zona».

 

 

 

 

 

FEDERICO MASTORCI Commissario capo

Chi comanda combatte su due fronti: deve dare le indicazioni giuste. Ma anche garantire la sicurezza dei propri uomini. «E questa è una responsabilità che sento in particolare in questo periodo - spiega il commissario capo Federico Mastorci, dirigente delle volanti della questura. «Chi ogni giorno è in strada, chi è chiamato ad intervenire per primo corre più rischi. E io devo fare tutto il possibile perché gli agenti lavorino in sicurezza». Una sfida che fa tremare i polsi ogni giorno. Ma ancora di più quando il nemico è invisibile, pericoloso. E potenzialmente capace di nascondersi ovunque. «Ma tutto in questi giorni è diverso, ogni azione richiede una differente gestione. Certo, noi lavoriamo giorno e notte come sempre. Ma è il modo che è totalmente differente. E di conseguenza l'approccio cambia».

Sempre meno segnalazioni di reati, sempre meno furti o rapine e tante richieste di aiuto in più. Quando l'aiuto non è magari quello che ti aspetti da un poliziotto delle volanti. «Serve empatia, capacità di immedesimarsi nel cittadino spesso smarrito. In particolare nei primi giorni il nostro è stato anche un supporto psicologico, di sostegno emotivo».

Anche se poi quando si ha una divisa addosso occorre anche fermezza, applicare il rigore. «Certo, abbiamo sempre fatto rispettare la legge e continueremo a farlo, anche grazie, ad esempio, all'ottima collaborazione con la polizia locale. Ma quello che caratterizza il periodo in cui viviamo è la grande capacità di mediazione che richiede, la lucida capacità di comprendere in un attimo chi hai di fronte, intuire lo smarrimento dei cittadini che, sorpresi, si rivolgono a noi. E noi dobbiamo sempre fare sentire la nostra presenza».

 

 

 

 

FABIO SALVATORE PAOLUCCI Brigadiere

Neppure duecentocinquanta anime sparse tra le faggete del monte Penna, a una manciata di chilometri dal mare e molto lontano da Parma, dalla pianura. A pensarci sembra che il virus, quassù, non dovrebbe fare paura più di tanto. Ma non è così.

«Sì, perché questa è una piccola comunità, formata per lo più da anziani. - spiega il brigadiere Fabio Salvatore Paolucci, comandante della stazione dei carabinieri di Santa Maria del Taro. - Anziani che si sono sentiti soli, spaventati e smarriti. E che noi abbiamo cercato di aiutare in ogni modo».

Anche ricoprendo ruoli che altrove si pensa non siano scritti nelle consegne di militari col basco e gli anfibi. «Abbiamo aiutato le persone a capire cosa stesse succedendo, ma ci siamo anche attivati perché avessero il cibo, siamo serviti come supporto psicologico ma anche come sostegno per chi, nelle frazioni sperdute, era tagliato fuori». Perché all'isolamento questa gente è abituata da sempre. Ma questa è una paura del tutto nuova. E che paralizza.

«Quando c'è stato il primo caso di un paziente ricoverato la gente si è rintanata in casa, terrorizzata. E noi siamo stati, almeno all'inizio, il primo e per un po' unico punto di riferimento. Siamo stati in carne e ossa quello che altrove sono il web e le notizie. Abbiamo aiutato ad interpretare le ordinanze e dato una mano con alimenti e medicine ma anche regalato un sorriso quando non era facile per nulla farlo. Perché anche questo è il compito che siamo chiamati a svolgere. Abbiamo risposto alla domanda "Cosa devo fare ora?" e abbiamo fatto la nostra parte con impegno. Perché questa situazione è del tutto inattesa e straordinaria ma anche Santa Maria è un posto speciale. E noi ci siamo».

 

 

 

 

 

SERGIO TADDEI Assistente capo

«Questa epidemia è qualcosa di diverso, di mai visto prima, qualcosa che nessuno poteva immaginare». Eppure l'assistente capo Sergio Taddei, in tanti anni di servizio sulle pantere della polizia, potrebbe forse dire di aver visto tutto.

«Ma quando ti trovi a vivere un momento come questo capisci che non è così. E te ne accorgi in maniera concreta incrociando gli occhi delle persone, gli sguardi che ci rivolgono i cittadini che incontriamo ogni giorno. Sono sguardi pieni di una straordinaria umanità, sguardi che emozionano».

Sì, perché la sirena e la divisa oggi hanno un valore diverso. Che il compito di oggi non è più solo quello di bloccare il ladro o fermare chi può fare del male. Perché a fare male, a tutti e non solo a qualcuno, adesso c'è il virus.

«E allora più che mai serve il contatto umano, la parola, il gesto che dà coraggio. Quando qualche giorno fa abbiamo celebrato l'anniversario della polizia è stato ribadito il nostro motto "Esserci sempre". Ecco, quella frase è vera più che mai adesso. È proprio il fatto di esserci, di essere presenti che ci viene richiesto. E poco conta che di fronte abbiamo anziani o bambini».

Perché tutti, ora, vivono al tempo della pandemia. E quindi tutti conoscono la paura. «Non ne siamo esenti neppure noi, è naturale. Ognuno di noi, quando smette la divisa torna ad essere un marito, un padre, un figlio. Io, per esempio, ho la mia famiglia d'origine lontana, a Roma, e ovviamente il pensiero corre a loro, così come penso al mio bambino. Ma poi sai che questo è il tuo lavoro, quello che ami e che hai scelto e che devi fare al meglio. Perché ci sono quegli sguardi a darti ogni volta uno sprone e una energia in più».