Sei in Gweb+

Parma

Pezzella e la quarantena: «Tutto è cambiato da un giorno all'altro»

19 aprile 2020, 05:01

Pezzella e la quarantena: «Tutto è cambiato da un giorno all'altro»

SANDRO PIOVANI

Ventidue anni, 16 presenze e 759 minuti di calcio giocato, in serie A, con la maglia del Parma. Questa la fotografia di Giuseppe Pezzella difensore, calciatore professionista di mestiere. Sotto la maglia però c'è molto di più. Innanzitutto una maturità che non t'aspetti. E quella sensibilità che non appartiene allo stereotipo del calciatore moderno. Ecco perché, con questo giovane calciatore, si può parlare di tutto. Nella sofferenza di questi giorni, trascorsi lontano dal campo e dagli affetti. Lontano da quella socialità come tutti i ragazzi della sua età.

Quanto ti pesa questo periodo di "quarantena"?

«Sicuramente pesa. Certamente è un periodo strano un po' per tutti. Eravamo abituati a passare mezza giornata al campo, tutti insieme. L'allenamento... Adesso invece siamo chiusi in casa, la vita è cambiata».

Come trascorri la giornate?

«Mi piace giocare a carte. E mi piace anche cucinare, ho questa passione. Naturalmente mi alleno, posso farlo benissimo qui da casa perché ho il tapis roulant. Poi un po' di tv e poco altro. Tutto qui».

Quanto ti manca stare insieme ai compagni di squadra, quella socialità che va oltre gli allenamenti?

«Mi manca tantissimo. Perché a Collecchio non facevamo solo gli allenamenti. Stavamo tutti insieme più di mezza giornata, si pranzava insieme, si parlava, si faceva qualche battuta. Insomma ci vedevamo tutti i giorni. E passi da un giorno all'altro dove tutto questo non c'è più. Credo che sia un brutto momento per tutti».

Per uno sportivo poi la salute è una delle componenti fondamentali per la propria professione e forse c'è un timore maggiore di fronte a questa situazione.

«Si è molto brutto. Perché uno sportivo vive molto fuori casa. Siamo abituati a stare in mezzo ai colleghi, in mezzo alla gente. In ogni caso credo che sia brutto per tutti. E in ogni caso credo che questo sia un sacrificio che si possa fare senza problemi. Perché c'è tanta gente che lotta in prima linea, come i medici e gli infermieri e tutti gli addetti alla sanità e quindi per noi è un sacrificio minimo».

A proposito di sacrifici: avete anche rinunciato a una parte dei vostri stipendi. Con che spirito? Cosa ne pensi?

«Abbiamo fatto questa cosa tutti insieme, io e i miei compagni eravamo tutti d'accordo. Lo abbiamo fatto con una sorta di senso civico, di responsabilità. C'è tanta gente in cassa integrazione o peggio c'è gente che ha perso il lavoro. Ci siamo sentiti di fare questa cosa per dimostrare che siamo sensibili a questi problemi».

L'ultima partita vera, col pubblico, senza limitazioni e forse ancora senza preoccupazioni si è giocata il 16 febbraio scorso, a Reggio Emilia contro il Sassuolo. Sono passati più di due mesi...

«Mamma mia... sembra ieri. Il campo manca, manca la partita. Manca tutto. Speriamo di poter rivivere queste emozioni il più presto possibile».

Del resto tutto lo sport si è fermato, dalle Olimpiadi in giù... Come hai vissuto queste notizie?

«Beh è giusto, perché prima di tutto bisogna pensare alla salute e non solo nostra. Vero che siamo sportivi, ma come in tutti i settori bisogna tornare al lavoro come allo sport senza rischi per nessuno».

Comunque peccato, perché piano piano stavi entrando a pieni giri negli schemi del Parma.

«All'inizio in effetti avevo fatto un po' fatica, con i soliti problemi di ambientamento. Direi cose normali. Poi stavo crescendo bene, mi dispiace che si sia fermato tutto. E se si ripartirà ci tengo a finire sempre in crescendo, nel migliore modo possibile».

E con i tuoi compagni che tipo di contatti hai?

«Sì, ci sentiamo. Abbiamo una chat di squadra e ci sentiamo molto spesso. I collegamenti ci sono. E speriamo il prima possibile di riprendere la nostra vita».

A Parma, ai tifosi, cosa vuoi dire in questi momenti?

«Purtroppo ho negli occhi scene di sofferenza, brutte. E vorrei dire che Parma ha dimostrato proprio in questi giorni di sofferenza di essere una grande città. Una città che si è unita, compattata e questo è l'unico modo per uscirne. E questo fa parte dell'indole di questa città».