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CORONAVIRUS

Maurizio Vescovi, medico in prima linea: «Il sistema sanitario ha retto»

20 aprile 2020, 05:05

Maurizio Vescovi, medico in prima linea: «Il sistema sanitario ha retto»

Alle nove passate della sera Maurizio Vescovi, da 42 anni medico di medicina generale, è ancora al suo posto in ambulatorio. «Devo ancora rispondere a tredici o quattordici email di pazienti», spiega dalla sua trincea dove da settimane, come tanti altri colleghi in camice bianco, combatte contro il virus cercando di dare ai propri 1650 assistiti tutto l'aiuto che gli è umanamente possibile garantire.

Come vive questa situazione di emergenza dal punto di vista lavorativo?
Di sicuro sono aumentati di molto i contatti telefonici, per whatsapp, sms ed email, perché c’è una continua necessità di confrontarsi. Abbiamo fatto acquistate a molti pazienti il saturimetro per avere un parametro oggettivo della difficoltà respiratoria. Molti pazienti mi fanno un report quotidiano dei valori di saturazione e temperatura corporea, quindi li teniamo in osservazione, poi naturalmente ci sono in osservazione anche quelli che sono stati dimessi come covid positivi. Molti di noi medici hanno cercato di tenere il più possibile aperti i contatti, perché oltre ai casi da monitorare c’è una quantità di pazienti che vive il disagio di questa situazione di privazione di libertà. Una quota importante di telefonate riguarda la necessità di rassicurazioni per ansia: ci sono pazienti che già sono ansiosi e depressi, ma ce ne sono anche molti che sviluppano sintomi depressivi a causa di questa situazione.

Sta in ambulatorio o fa anche visite a domicilio?
Come tutti i colleghi della Casa della salute Montanara, tutti facciamo orari di ambulatorio allargati, per essere sempre più presenti e dare risposte. Abbiamo cercato di rispondere anche al sabato e alla domenica. Le visite domiciliari si sono molto rarefatte, ma qualche paziente ha avuto bisogno di controlli domiciliari e quindi li ho fatti. Ci terrei a dare un riconoscimento al lavoro svolto dalle infermiere del servizio infermieristico domiciliare del quartiere Montanara, che ci supportato per quello che riguarda la cura dei pazienti.

La questione del rischio per gli operatori sanitari è stata al centro di polemiche.
Credo che si sia data, in modo esemplare, una testimonianza reale di vicinanza. La valutazione del rischio deve sempre esserci, perché non bisogna mai correre rischi irragionevoli. Ma non ho visto persone tirarsi indietro e questo devo dire che è un atteggiamento diffuso. Certo, più in là occorrerà fare una metanalisi dei dati per capire dove avremmo potuto fare meglio, di sicuro anche in termini di protezione dal rischio. Devo dire che è stata un’emergenza che ha preso tutti in contropiede, ma forse fra i vari Paesi l'Italia è quello che ha dato risposte ragionevolmente più pronte.

Lei è fra coloro che in tempi non sospetti avevano intuito che stesse succedendo qualcosa di anomalo.
Avevo rilevato e subito segnalato un picco anomalo di focolai di polmonite che empiricamente avevo registrato nella mia casistica. Mi ero confrontato con le mie colleghe della medicina di base, che mi avevano sostenuto nel ritenere anomalo questo incremento. Anche se questo non vuol dire che fossero necessariamente tutti casi di coronavirus.

La sua vita privata quanto è stata stravolta?
Nel privato la vita di noi medici è stata sconvolta nei tempi e nei ritmi, per via della necessità di essere sempre presenti. Ma ognuno deve fare la sua parte ed era fondamentale che noi medici fossimo sul campo per arginare questa situazione. Nella vita del medico il coronavirus impone attenzioni in casa e con chi gli sta vicino, visto che sappiamo bene che abbiamo molti contatti e che siamo più esposti di altri, per cui abbiamo aumentato le attenzioni verso i nostri familiari più stretti mettendo in atto le protezioni necessarie. Da più di un mese non vedo mia figlia Veronica, i miei due nipotini Pietro e Andrea e mio genero Paolo.

C’è stato un momento in cui ha avuto paura?
Timore sì, paura mai. Timore sì, perché serve a mettere in atto tutte le attenzioni e gli scrupoli per proteggerci; ma paura mai, nel senso che nella nostra professione qualche rischio bisogna correrlo. Non c’è solo il coronavirus: quante volte ho visitato persone a casa con, ad esempio, meningite virale e quindi altamente contagiose. Però non bisogna assumere l’atteggiamento di sfida di chi vuol fare l’eroe. Aveva ragione Brecht: «Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi». Ma è anche vero quello che ha aggiunto qualcun altro: «Però meno male che ci sono popoli che quando hanno bisogno di eroi li trovano». Tutti quelli che in questa emergenza hanno fatto la loro parte e non si sono mai tirati indietro sono stati esemplari.

Il sistema sanitario nel suo complesso ha retto?
Ho visto un sistema sanitario che regge, che non si arrende, non si piega e cerca di trovare le risorse per andare avanti e dare risposte. Questo l’ho sempre visto, a tutti i livelli, dalla sanità territoriale a quella ospedaliera. Questa è stata una sensazione forte che ha dato forza agli operatori e, nonostante tutto, anche una grande fiducia alle persone. C’è stato un senso forte di un sistema che reggeva sulla solidarietà.

C’è un episodio, una storia, un volto che le rimarrà impresso?
Il mese scorso è morto un mio paziente che aveva una malattia neoplastica in stadio avanzato. Mi ha colpito la presenza della moglie e dei figli, che è stata una presenza totalmente incurante di qualsiasi possibilità di contagio: i legami affettivi sono andati molto al di là della paura, hanno sfidato a mani nude il rischio. Questo mi rimarrà.

Di tutta questa situazione cosa ci resterà?
Penso che alla fine torneremo a dare maggiore valore alle cose che davamo per scontate e ad amare quelle piccole cose a cui non davamo l’importanza che invece meritavano. Sul piano clinico, penso di poter dire che in quest’ultimo periodo si sono ridotte fortemente le malattie ipocondriache, che si sono tutte indirizzate sulla paura del covid, che spero spazzi via molte piccole paure che a tante persone rovinavano la vita. Una situazione come questa non solo l’ho mai vissuta, ma non avevo mai nemmeno preso in considerazione che potesse accadere in questi termini. Una cosa che mi ha insegnato è che a volte dobbiamo accettare anche ciò che arriva come un evento imprevisto e imprevedibile che ti cambia le traiettorie della vita. Questi eventi ti fanno capire che noi medici, oltre che esperti di casi clinici, diventiamo conoscitori di biografie umane.

f.ban.