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Intervista

Fontana (Agis): «Il Festival Verdi? Buone possiilità che si faccia»

di Mara Pedrabissi -

04 maggio 2020, 05:01

Fontana (Agis): «Il Festival Verdi? Buone possiilità che si faccia»

Mara Pedrabissi

La fase 2 per lo spettacolo? Potrebbe cominciare dai festival estivi: i prossimi 15 giorni saranno una cartina al tornasole in questo senso, ragiona Carlo Fontana. Pensa a una qualsiasi forma di spettacolo e la trovi nell'Agis, l'associazione che storicamente rappresenta gli imprenditori dell’esercizio cinematografico, delle attività, pubbliche e private, della prosa, della musica, della danza, fino allo spettacolo popolare, il circo o l'arte viaggiante. Presidente Agis, dal 2013, è Carlo Fontana, che a Parma conosciamo "de visu" per i trascorsi al Teatro Regio.

Presidente, come avete vissuto questi due mesi in Agis?
«Abbiamo cercato di tenere una interlocuzione costante con il ministro Franceschini e con la dirigenza. E devo dire che qualche riscontro lo abbiamo avuto: il Fus senza vincoli, la cassa integrazione finalmente estesa anche al mondo dello spettacolo...».

Però parecchi artisti si sono sentiti abbandonati, penso agli appelli di Piero Pelù, al monologo di Stefano Fresi su Instagram...
«E' evidente che gli artisti sono l'anello debole, si sono ritrovati gli impegni cancellati. Purtroppo è stato così in tutto il mondo. Al Covent Garden, mi risulta, hanno pagato il 20% delle recite annullate; altrove hanno riconosciuto economicamente il periodo delle prove. Non dobbiamo pensare alla Netrebko e a Kaufmann ma alle masse di artisti con contratti risicati e il mutuo da pagare».

Oggi parte la fase 2 e, fortunatamente, molte attività possono riprendere, in sicurezza. Non lo spettacolo. Come Agis, la scorsa settimana, avete inviato al governo un vostro piano.
«Non abbiamo indicato alcuna data perché non tocca a noi. Abbiamo elaborato delle linee guida, sentiti i pareri di vari esperti. Al di là delle misure di sicurezza e igiene, della distribuzione a "scacchiera" del pubblico o delle biglietterie online, la prima cosa che serve è un cronoprogramma per la ripresa delle attività, la riapertura degli uffici, il progressivo reimpiego di maestranze e artisti. Possiamo immaginare prima una fase di ripresa per gli spettacoli all'aperto, poi per quelli al chiuso».

Veramente pensa che potremo avere i festival estivi?
«È una domanda che mi hanno già posto. Personalmente non sono né pessimista né ottimista; penso che i prossimi 15 giorni della fase 2 saranno determinanti. Se la curva dei contagi non si impennerà, se tutti continueremo a mantenere l'atteggiamento consapevole fin qui dimostrato, si potrà pensare ai festival estivi. Faccio il tifo perché il 3 giugno possa partire il Festival di Ravenna. Mercoledì abbiamo inviato il nostro documento al Ministero che lo ha sottoposto alla famosa task force, ci attendiamo delle risposte».

A proposito di festival, non le posso non chiedere del nostro Festival Verdi, che lei conosce. Nell'ultima edizione, ha assistito alla «Luisa Miller» nella chiesa-cantiere di San Francesco...
«Considerando che si svolge alla fine di settembre, direi che c'è non la speranza ma la possibilità che si possa fare».

Probabilmente rinunciando al pubblico straniero...
«Su questo non c'è dubbio. Accadrà anche al Rossini Opera Festival che vive di pubblico straniero. Ma considerando che le sale saranno fortemente contingentate, non credo si porrà il problema del riempimento. Si porrà invece il problema del rapporto costo-ricavi».

Ecco. Se ora un biglietto è il costo "x" della recita diviso 800 persone, poi sarà il costo "x" diviso 400? O qualcuno dovrà ripianare la differenza?
«Qualcuno dovrà ripianare la differenza. Abbiamo molto insistito su questo punto con il Ministero: dovrà assicurare un grande supporto, anche economico, nella fase 2, con politiche di prezzi agevolati e campagne di sensibilizzazione perché, evidentemente, i luoghi dello spettacolo saranno percepiti per un po' come non sicuri. Vanno messi in sicurezza e va fatto passare un messaggio adeguato. Altra questione, il pubblico anziano è stato, purtroppo, il più colpito dal virus: bisogna pensare anche a un ricambio, coinvolgere le giovani generazioni».

C'è chi pensa allo streaming. Il ministro Franceschini ha abbozzato l'idea di una sorta di Netflix per il teatro.
«No. Lo spettacolo dal vivo è così da più di 2mila anni, e c'è una ragione. Vive dello scambio tra palcoscenico e platea; per quello non è mai uguale. Paolo Grassi diceva che se fai un colpo di tosse in platea, ti rispondono dal palcoscenico. Ecco, lo streaming è un surrogato. Va bene in un momento di transizione».

E per il cinema, c'è chi sta pensando al ritorno dei drive-in.
«Francamente, penso che questa proposta non abbia le gambe per camminare. Mi spiego: nelle nostre città fa caldo, non si può stare chiusi in macchina, in un piazzale, senza accendere l'aria condizionata... ma allora devi accendere il motore...».

È al suo terzo e - per sua esplicita volontà - ultimo mandato. «In cauda venenum», il veleno stava annidato nel finale...
«Il coronavirus ci mette di fronte una situazione complicata. Proprio ora che Agis era tornata a pesare, come un tempo, nel dialogo istituzionale. Inoltre come già al Regio - e voi lo sapete e l'attuale direttore Meo, con cui ho un ottimo rapporto, me ne dà atto - anche in Agis mi sono trovato a sanare i conti economici, non senza sacrifici. Noto poi che, proprio nell'ultimo periodo, ci sono giunte più richieste di adesioni, perché maggiore è il bisogno di sentirsi protetti e rappresentati. Abbiamo avuto anche richieste da associazioni di artisti, come Assolirica, ma noi rappresentiamo l'impresa. Tuttavia credo che, quando saremo usciti da questo incubo, dovremo pensare una manifestazione da fare insieme a Roma, un "brainstorming" allargato su quello che è stato e su quello che dovrà essere lo spettacolo».