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Amarcord

Quella magica via Trento degli anni '50

11 maggio 2020, 05:03

Quella magica via Trento degli anni '50

CORRADO BARBIERI

C’era tutto in quella via e nelle sue traverse, un mondo più ricco di umanità è impossibile immaginarlo. Ci passavano e vi passano tuttora i treni, e la porta di ingresso di via Trento era il suo cavalcavia, più un monumento, un arco, che un qualsiasi ponte ferroviario. Divideva il quartiere dal resto della città. Là, oltre il cavalcavia, c’era la Periferia, quella vera, tra città e campagna, palestra di vita e fonte di inesauribili sensazioni. La sua caratteristica prima in ordine di importanza era la concentrazione di industrie di ogni tipo, entità che entravano nella vita di ciascun abitante del quartiere attraverso gli odori, pregnanti, acri, pungenti. Subito dopo il cavalcavia, sulla sinistra, il benvenuto veniva dato al passante da un profumo squisito, era la fabbrica di cioccolato dei Banchini. Poco più avanti c’era la Borsari, la storica industria di profumi della città. Chi non li ha conosciuti? Eppure il processo di distillazione emetteva a zaffate un cattivo odore. Passando dall’altro lato della strada c’erano i magazzini di formaggio di Pagani, di Baratta e della Barbieri & C. La fronte di quei magazzini non aveva però l’aspetto di una attività industriale, era sempre una casa o addirittura una villa dall’aspetto classico, borghese, contornata da giardini ben tenuti. Ogni blocco era diviso da stradine strette, un paradiso per i ragazzini che abitavano intorno, la cui attività preferita era il girovagare in bicicletta da una traversa all’altra, perchè spesso in fondo erano comunicanti, creando una sorta di circuito. Erano stradine che a loro volta portavano ad altre industrie: la Scedep che fabbricava scatole per conserve, la Polenghi Lombardo con formaggi teneri e Parmigiano Reggiano. Poi, di fronte, la fabbrica di conserve di pomodoro Boschi, un grande complesso di capannoni che incuteva timore per la presenza di un’altissima e imponente ciminiera con tanto di parafulmine. Anche in questo caso all’entrata vi era un’abitazione, ma non ben rifinita e intonacata, abitata da un’avvenente ragazza dai capelli corvini, Lucetta, che i giovani speravano sempre di incontrare passando lì davanti. Per qualche tempo c’era stata limitrofa anche una fabbrica di gomma, Ventura, che emetteva odori acri e sgradevoli, attraverso un fumo denso e nero. Di fronte a casa mia c’era un casotto di legno, una sorta di negozio/roulotte, al cui interno c’era Gemello (lo chiamavano cosi’ perché aveva un fratello gemello, identico) e in quello spazio, che era tre metri per tre, gestiva la vendita di prodotti di salumeria. Faceva concorrenza al negozio di Giovati, un salumiere a tutti gli effetti, situato in Palazzo Poli, uno degli edifici storici della strada, dalla cui bottega uscivano profumi che stimolavano l’appetito seduta stante, un connubio di profumo dei nostri salumi e di quello dei sottaceti e dei formaggi. Un mix magico ormai scomparso, che a quei tempi faceva pregustare ciò che si sarebbe mangiato a cena, oppure un panino volante dal gusto inarrivabile. Sì, perché allora la fame era qualcosa di sempre presente, di importante, quella dei fanciulli come me data l’età e quella degli operai di tutte quelle aziende perché gli stipendi si aggiravano sulle 35.000 lire al mese e campare era una lotta. All’angolo con via Marmolada c’era il negozio di “mercantino” Mussi, l’unico oggi ancora esistente di quel periodo, sempre affollato e dove molte famiglie potevano acquistare a credito date le difficoltà di quegli anni.

Una sirena al mattino di buon’ora segnalava l'ora di entrata degli operai, quelli dei magazzini sempre in tuta blu e le operaie della Borsari Profumi in grembiule rosa. Tra le varie categorie, quelli che conducevano la vita più dura erano gli operai delle ditte di formaggi: ho sempre pensato che fosse un mestiere non molto dissimile da quello del minatore, tutta la vita a sollevare e maneggiare quelle forme unte, scivolose, che pesavano 35 chili e il cui odore si attaccava ai vestiti, alla pelle, in un'epoca in cui le docce erano un lusso dei borghesi. Tra questi uomini un po' reietti vi era, memorabile, la figura di Secondo: aveva quasi settant’anni, grinzoso, magro ma con i muscoli turgidi di chi solleva pesi ogni giorno. Aveva fatto la prima guerra mondiale e indossava sempre la bustina militare, parlare con lui era una piacere, un filosofo che mai sentii lamentarsi di quella vita.

C’era però qualcuno che precedeva gli operai nell’orario di lavoro e passava dalle case alle 6,30, in bicicletta, gridando nei vari cortili e in quelle piccole traverse ''Gazzetta'', ''Gran Hotel'', ''Anna Bell'', ''Corriere'', ''Corrierinoooo''! Era uno dei due giornalai di via Trento; l’altro, con un negozietto subito prima del cavalcavia ferroviario, teneva ogni ben di Dio per chi aveva la mia età: tutti i fumetti che uscivano, Topolino, Tex, Pecos Bill, Piccolo Sceriffo l’Intrepido, e decine di altri.

Poi, un giorno, ci fu un evento rivoluzionario : comparvero sui banchi delle edicole pacchi di bustine, un po' gonfie, misteriose, se ne compravi un certo numero ti regalavano un album, con gli spazi bianchi. Erano nate le figurine, destinate a polarizzare i desideri di bambini e adolescenti per anni, presi da una sorta di febbre collezionistica, con scambi tra compagni, tra mamme, mentre sui marciapiedi attorno alle scuole in tanti se le giocavano, secondo varie procedure. E, alla sera, ecco il potente odore del barattolo di ''Coccoina'', colla che sapeva di mandorle amare e veniva spalmata nei riquadri dell'album, pronti a ricevere la raccolta.

Era un'epoca davvero sensitiva, perché tutto aveva un odore, un profumo, e le percezioni erano precise, inequivocabili, a partire dalle stagioni. A primavera, le siepi delle ville padronali investivano il passante col profumo inebriante del caprifoglio, ma prima ancora, in marzo, c'era stato il rito delle viole. Le famiglie al sabato e alla domenica inforcavano le biciclette, portandosi dietro i bambini con le loro biciclettine e dirigevano verso i verdissimi argini del Parma, raggiungibili in poco tempo da via Marmolada o da via Cagliari. La campagna allora era veramente dietro l'angolo, quello di via Pasubio, o di via Venezia, con piccoli campi coltivati a frumento o semplicemente ad erba, che quando veniva tagliata spargeva profumo nel quartiere, mischiandosi all’odore dei formaggi e a quello degli scarichi di moto e auto. Sì, perché da via Trento passava ogni genere di veicoli, dai camion alle moto rombanti, con uso frequente del clacson. Non ricordo perç di essere stato svegliato una sola volta! Strombazzavano, rombavano, ma noi bambini eravamo immersi nei nostri sogni, nei giochi del giorno dopo, nelle figurine, nella ricerca degli ambitissimi "sinalcoli", i tappi delle bibite impiegati per una serie di giochi. L’inquinamento? Termine sconosciuto.

L'autunno portava invece profumo di caldarroste, di pattona, di qualche ambulante che si spingeva fino a via Trento, alternandosi ai “magnani“, gli stagnini, e agli arrotini.

Il Natale vedeva puntuale la visita nelle varie aziende dei poveri del quartiere, la cui motivazione si ripeteva ogni anno “...son gnú par via dil bòn’ni fèsti “, in questo modo raccoglievano qualche moneta, ma più spesso qualche prodotto della ditta, come la classica puntina di parmigiano. Il più puntuale era Carlo, un invalido di guerra senza una gamba, che per anni bazzicò via Trento in bicicletta, con la stampella sulla canna.

Il crepuscolo invernale manteneva il suo fascino triste anche in via Trento, da S.Leonardo proveniva una piccola folla che dirigeva in stazione, operai della Bormioli che tornavano ai loro paesi, quasi tutti con una cartella o una valigetta, servita per portare la colazione o i vestiti di ricambio.

Gemello chiudeva il suo botteghino assicurandosi che i lucchetti fossero ben serrati, Mussi era acceso fino a tardi, gli edicolanti sbaraccavano, auto, moto, biciclette rientravano nei portoni e nei cortili. Dopo cena non vedevamo l'ora di andare a letto per leggere i fumetti, quel "continua" che ci aveva lasciati curiosissimi la volta precedente.

I treni frequenti che passavano sferragliando e fischiando sul cavalcavia non solo non ci disturbavano, ma ci tenevano compagnia prima del sonno, una specie di invito ai sogni, a immaginare viaggi chissà dove, come nelle favole, perché quella periferia era in realtà una favola, che avremmo tramandato a chi sarebbe venuto dopo senza poter conoscere quella formidabile essenza di vita.