Sei in Gweb+

CORONAVIRUS

La titolare del Vèdel di Colorno torna in corsia, 30 anni dopo

15 maggio 2020, 05:04

La titolare del Vèdel di Colorno torna in corsia, 30 anni dopo

CRISTIAN CALESTANI

COLORNO Il cellulare che squilla quando è quasi mezzanotte. «Signora, se è ancora disponibile abbiamo bisogno di lei». Da un capo del telefono un operatore dell’ospedale.

LA TELEFONATA
All’altro capo Edgarda Meldi, 48 anni, originaria di Vicomero di Torrile e colornese d’adozione, l’Eddy: la «signora del carrello dei formaggi» del ristorante Al Vèdel di Vedole di Colorno. Quella chiamata arriva ad inizio marzo, nel pieno dell’emergenza Covid. Edgarda - titolo di infermiera professionale ottenuto nel 1990, conservato con cura - solo qualche giorno prima aveva dato la propria disponibilità via mail all’Ausl per essere richiamata in servizio in caso di bisogno.

IN CORSIA
«Le possiamo concedere non più di otto ore per decidere», fanno pressione dall’ospedale. Il tempo di un confronto con i familiari, dai quali riceve pieno appoggio nonostante i timori, legittimi, di tutti i giorni in cui la Bassa si stava scontrando con la ferocia del virus. Poi l’ok. Si torna in corsia all’ospedale di Vaio-Fidenza, 24 anni dopo quella prima esperienza tra il ‘90 ed il ‘96 all’ospedale di Parma. «Stavo bene e ho voluto mettermi a disposizione – racconta Edgarda – nella maniera più semplice e umile. In ventiquattro anni la professione infermieristica è cambiata, io ho voluto dare il mio contributo, perché ho pensato fosse giusto farlo, sulla base delle mie conoscenze. Per molti aspetti la mia è stata soprattutto un’assistenza umanitaria ai malati di Covid».

LO SPAESAMENTO
Lo spaesamento iniziale – di fronte ad una professione sempre più legata a stretto filo con la tecnologia, un tempo meno presente – è stato presto superato. Questo grazie anche al lavoro di équipe con i nuovi colleghi.

IL MESSAGGIO
«Ditemi quello che devo fare e lo farò» il messaggio di Edgarda agli altri infermieri, spesso ragazzi più giovani di lei anche di vent’anni. «Ma lavorare con i giovani non è stato certo un problema - sorride - sono abituata con loro anche in cucina». Per due mesi – complice anche il lockdown della ristorazione che ha azzerato l’attività de Al Vèdel – Edgarda si è recata tutti i giorni da Colorno a Vaio dove ha sostenuto turni anche di dieci-dodici ore.

IL CONTATTO
L’aspetto più emozionante il contatto emotivo con i malati. «Alcune persone sono rimaste ricoverate anche un mese e mezzo e per loro una chiacchiera, una risata o una battuta hanno rappresentato tanto. Con il passare dei giorni, non vedendo il nostro volto perché coperto dai vari dispositivi di sicurezza, imparavano a riconoscerci anche solo dal timbro della voce. In alcuni momenti oltre alle medicine, serviva soprattutto un po’ di affetto». Fondamentale anche cercare di gestire il rapporto con i familiari. Per tanti ricoverati della Bassa – specie di Colorno, Torrile e Sissa – Edgarda è diventata un punto di riferimento anche solo per garantire un cambio di biancheria. «C’è chi ha donato un cellulare - racconta - per consentire ai malati di poter videochiamare i familiari. Io stessa ho recuperato vecchi carica batterie e abiti da regalare alle persone ricoverate che non hanno avuto la possibilità di ricevere la visita di un familiare».

GLI ADDII
Struggente vedere tanta gente andarsene sola, senza la vicinanza dei propri cari. Con il superamento del picco dell’emergenza Edgarda ha terminato il suo incarico in ospedale e si prepara ora a riprendere l’attività al ristorante. Per i due mesi da infermiera riceverà uno stipendio, ma ha già deciso di donare tutto in beneficenza. «L’assunzione, tramite un’agenzia, si è resa necessaria per ragioni assicurative - spiega -, ma il mio mettermi a disposizione è stato del tutto volontario. E così i soldi che riceverò li donerò».

L'APPELLO
Infine un appello a chi, ancora, prende con leggerezza le indicazioni sul distanziamento sociale. «Ci si deve pensare come possibili portatori asintomatici. Per questo è fondamentale usare i dispositivi di sicurezza come le mascherine perché dal virus non ci si deve solo difendere, bisogna evitare anche di poterlo attaccare ad altri».