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Non solo polmoni: il Covid lascia il segno anche sul cuore

15 maggio 2020, 05:07

Non solo polmoni: il Covid lascia il segno anche sul cuore

MONICA TIEZZI

Il Covid-19 lascia il segno anche sul cuore, non solo sui polmoni. Passato lo tsunami negli ospedali italiani, che ha visto medici ed infermieri impegnati principalmente a «dare respiro» ai malati, oggi ci si comincia a chiedere quante delle morti siano da imputare alla polmonite interstiziale scatenata dal Covid-19 e quante invece dai problemi cardiaci innescati dal virus.

EFFETTI SU TUTTI I PAZIENTI
«Tutti i pazienti Covid-19 hanno mostrato problemi al miocardio e al pericardio - spiega Diego Ardissino, direttore della Cardiologia dell'ospedale Maggiore - Non si tratta di una complicanza secondaria alla manifestazione polmonare, ma di un'infiammazione che colpisce direttamente cuore e pericardio, con un conseguente aumento del liquido nel pericardio». Da qui il rischio, spiega Ardissino, di vasculiti, miocarditi, ictus, stroke e aritmie cardiache fatali. Con il Covid, continua il primario, avviene «la profonda attivazione del sistema emocoagulativo con un aumento dell'incidenza delle malattie trombotiche del distretto sia venoso che arterioso». Una formazione di «grumi» di sangue che porta a trombosi ed embolie polmonari.

L'ALLARME TROPONINA
La sofferenza del cuore in tutti i malati di Covid, aggiunge Ardissino, «è segnalata da un aumento del livello di troponina, una proteina delle cellule muscolari del cuore che aiuta l'organo a pompare sangue nell'organismo». Alti livelli nel sangue di troponina (che può aumentare di migliaia di volte rispetto ai valori normali) significa che le cellule sono ammalate e che la membrana non riesce più a trattenere questa proteina. «Un segnale - dice Ardissino - di un danno infiammatorio e un campanello d'allarme per l'infarto del miocardio».

OBESITA' ED IPERTENSIONE
Intanto un dato sembra assodato: sovrappeso ed ipertensione sono rischi aggiuntivi nel Covid-19, perché «la produzione di interleuchine, che scatenano la tempesta infiammatoria nell'infezione da Covid, origina dal tessuto adiposo, e perché gli ipertesi hanno un'alterazione delle proteine del sistema renina-angiotensina che permette al virus di penetrare più facilmente nelle cellule. E' come se le cellule di queste persone avessero tante "serrature" attraverso le quali il Covid può usare le sue chiavi», dice Ardissino.

DANNI TRANSITORI?
In quanti pazienti il Covid-19 porti danni cardiaci gravi o lievi, transitori o permanenti, immediati o a lungo termine stanno cercando di capirlo anche i cardiologi dell'ospedale di Parma. «Stiamo portando avanti studi fisiopatologici - spiega Ardissino - sul meccanismo di attivazione del sistema emocoagulativo nei pazienti Covid in collaborazione con il Centro di gestione terapia anticoagulanti dell'ospedale di Cremona e del Policlinico di Milano».

L'USO DELL'EPARINA
E' partita anche una sperimentazione, approvata dall'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) e proposta da Pierluigi Viale, direttore del reparto infettivi del Sant’Orsola di Bologna, che mira con la somministrazione a dosi medio-alte di eparina, un anticoagulante, a curare eventi trombo-embolici in malati di Covid-19. Ma l'azione del virus sui pazienti contagiati non è il solo modo in cui la pandemia ha «segnato» il cuore. Dati raccolti dalla Società italiana di cardiologia in 54 ospedali nella settimana fra il 12 e il 19 marzo hanno rivelato che la mortalità per infarto a casa è triplicata passando dal 4.1% al 13.7% a causa della mancanza di cure.

«PAURA» DELL'OSPEDALE
Lo conferma anche Luigi Vignali, responsabile della cardiologia interventistica dell'ospedale Maggiore. «I pazienti hanno paura a venire in ospedale e anche oggi, con la curva del contagio in netto calo, chiedono di rimandare visite e controlli - dice Vignali - La pandemia, nella fase del picco, ha costretto a trattare solo le emergenze e le urgenze e a chiudere molte cardiologie, ad esempio a Vaio. La mia interventistica cardiologica, ad esempio, si è ridotta del 40%».

E altrove è andata anche peggio. Negli Stati Uniti si calcola un crollo delle prestazioni cardiologiche e cardiochirurgiche del 57% e a livello mondiale del 50%. Dato che fa temere agli specialisti un'ondata di peggioramento delle patologie cardiologiche nei prossimi mesi.