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CORONAVIRUS

Quarantena con un uomo violento: più difficile chiedere aiuto ma il problema aumenta

15 maggio 2020, 05:02

Quarantena con un uomo violento: più difficile chiedere aiuto ma il problema aumenta

CHIARA CACCIANI

La stessa porta di casa che si è chiusa per lasciare fuori il virus ha tenuto dentro la violenza, lì dove c’era o dove era pronta ad emergere. E lì l’ha blindata: 24 ore su 24, esposta alle tensioni e alle occasioni aumentate di una coabitazione continua e forzata, appesantita da forme di controllo più facili e costanti, gravata dalla difficoltà oggettiva a chiedere aiuto.

Chi lavora sul campo l’aveva previsto subito e le settimane di lockdown hanno portato l’inevitabile conferma: le segnalazioni e le denunce che riguardano la violenza sulle donne sono diminuite ma non c’è nessuno disposto a credere che sia una buona notizia. A dimostrarlo in modo dolorosamente evidente, l’inarrestabilità dei femminicidi a livello nazionale: 11 in nove settimane di quarantena.

«Il problema non si è ridotto, anzi - sottolinea Samuela Frigeri, presidente del Centro antiviolenza di Parma - Per molte vittime di violenza domestica è complicatissimo perché non sono mai sole e spesso non hanno occasioni per uscire di casa e trovare il momento per chiamare e chiedere un supporto. Ed è così che oggi ci arrivano le situazioni giunte al limite, nel momento della deflagrazione perché non c’è la possibilità di gestirle con gradualità. Questa donne non hanno alternativa e devono andarsene di casa urgentemente, spesso insieme ai figli».

Con tutte le difficoltà logistiche portate dal blocco e dalle misure anti-Covid-19: «A volte capitano anche due casi in uno stesso giorno e c’è l’esigenza di trovare nuovi posti fuori dalle nostre case di accoglienza: per la necessità del distanziamento sociale, non posiamo ospitare più persone nella stesse strutture - spiega Frigeri - . E c’è anche il problema di farle arrivare da noi: a volte attiviamo i taxi, altre le forze dell’ordine».

Forze dell’ordine che, di fronte alla situazione e col bagaglio dell’esperienza acquisita, hanno le antenne ben dritte.

«A meno che non siano situazioni già conosciute e monitorate, siamo purtroppo di fronte a un grande sommerso - è convinta la vicequestore Silvia Gentilini - È una gran fatica: quando servirebbe il primo aggancio, la quasi impossibilità delle vittime ad uscire di casa e spostarsi lo rende complicatissimo, ma la certezza è che le violenze domestiche siano inevitabilmente aumentate. Grazie all’introduzione del Codice rosso e alle tante campagne di sensibilizzazione fatte, i casi stavano emergendo con più facilità: l’emergenza sanitaria ha bloccato quasi tutto. Quello che possiamo fare è potenziare gli strumenti a disposizione: la app YouPol, nata per le segnalazioni di episodi di spaccio e di bullismo, è stata arricchita di una sezione ad hoc, con la possibilità di mandare un messaggio direttamente, anche corredato di foto, e rimanendo in anonimato. Arriva alla sala operativa, è immediato e richiede poco impegno». Anche da parte di chi, all’esterno dei muri di quelle case, percepisce che qualcosa non va. «E poi cerchiamo di avere un’attenzione ancora più acuta verso le segnalazioni che potrebbero legarsi a situazioni del genere: quelle che riguardano una lite in famiglia, ad esempio».

«Con le dinamiche familiari peggiorate dall’emergenza Covid, le richieste di intervento per liti nelle abitazioni sono state diverse, con interventi immediati», osserva Lia Russo, vicecomandante della stazione carabinieri di Monticelli e neoincaricata come referente del Comando carabinieri sul tema delle violenze di genere e domestiche.

Il messaggio che in questo momento viene lanciato alle donne vittime di violenze è di approfittare di qualsiasi momento da sole per poter chiamare e chiedere aiuto o consiglio al 1522, il numero nazionale ad hoc, al Centro antiviolenza (0521.238885) o a 112 e 113: che sia fare la spesa o che ci vada lui, che sia andare a buttare i rifiuti o portar fuori il cane, andare a comprare il giornale o andare in farmacia. E poi cancellare le chiamate e la cronologia per evitare che il marito o compagno violento, di solito maniaco del controllo, possa accorgersene.

«Gli operatori della Centrale sono ben preparati a gestire queste richieste e a indirizzarle, a quando si tratta solo di una richiesta di informazioni. Quando invece non ci sono le possibilità di telefonare, o perché non si è sempre in casa con lui o perché lui si è impossessato del cellulare - suggerisce Russo - si può trovare il modo di venire in contatto con un vicino di casa, con un amico, un parente, con il medico di famiglia, il pediatra o con la scuola perché faccia da tramite. Soprattutto in questo momento particolare, gli istituti scolastici, gli insegnanti e i medici sono le figure che riescono a mantenere i contatti, e anche la didattica a distanza si è rivelato uno strumento prezioso. Una delle ultime situazioni di maltrattamenti in famiglia che abbiamo seguito, ci è stata segnalata da una scuola: una bimba di 8 anni ne aveva parlato con le insegnanti».

«Da parte nostra abbiamo mantenuto inalterato l’orario di apertura del Centro, anche se con meno volontarie presenti per mantenere anche tra loro le distanze raccomandate - conclude Frigeri -. Stiamo adottando tecniche di smistamento telefonico per tenere il più possibile libera la linea e la nostra segreteria telefonica ha reperibilità 24 ore su 24: chiediamo alle donne che lasciano un messaggio di darci indicazioni su quando sarà possibile un nuovo contatto». Per esserci e rispondere: sempre.