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CORONAVIRUS

Tra paura e solitudine: storie di chi ce l'ha fatta

18 maggio 2020, 05:07

Tra paura e solitudine: storie di chi ce l'ha fatta

ROBERTO LONGONI

All'inizio, c'è chi li ha presi solo per colpi di tosse. E invece era l'Alien chiamato Covid che bussava nel petto. Ad altri, il contagio si è annunciato con la dissenteria o un gelo nelle ossa resistente perfino alla coperta elettrica. Oppure, quasi giocasse a nascondino, il virus l'ha presa larga e si è manifestato con un forte dolore articolare. C'è anche chi si è ritrovato all'improvviso senza olfatto né gusto, in una campana di vetro dalla quale anche i sapori più forti erano esiliati. E così è rimasto, asintomatico per tutto il resto.

Quale strada abbia percorso la pandemia per giungere fino a loro, alcuni guariti non lo scopriranno mai. Altri, invece, l'hanno saputo fin da subito: il collega, il compagno di ballo... C'è poi chi l'ha visto arrivare, il coronavirus: aveva il volto dei malati portati come un'onda di piena nell'ospedale nel quale lavorava e lavora.

Uno diverso dall'altro. In questa pandemia sembra non esistano regole, ma solo eccezioni. Sono stati dimessi pazienti sulla novantina e ci si è dovuti arrendere di fronte a una giovane vita che si spegneva. Diverse l'una dall'altra anche le storie dei reduci. Ma un filo comune le lega: chi è guarito dal virus, oltre agli anticorpi, porterà per sempre dentro di sé l'impronta di questo incontro troppo ravvicinato.

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SABRINA TERBONATI

Entrambi hanno sconfitto il coronavirus: lui ha perso otto chili, lei ne ha presi tre; lui faceva fatica ad alzarsi, lei a fermarsi. Un vulcano di energia, Sabrina Terbonati, collaboratrice scolastica di 55 anni. Il suo compagno, il 20 febbraio, aveva già la febbre; lei lo seguì pochi giorni dopo. «Ero andata a ballare con le amiche - racconta -. Al rientro avevo un freddo addosso che nemmeno lo scaldotto mi faceva stare meglio. Il giorno dopo avevo la febbre a 38 e mezzo e un mal di testa tremendo. E così anche l'indomani». Sabrina è quasi convinta di essere stata contagiata durante un congresso di ballerini a Milano. «O, ancora più probabile, nel Cremonese». Il momento più duro? «Quando ho avuto la consapevolezza di ciò di cui mi ero ammalata. E la paura aumentava a ogni colpo di tosse». Ma per fortuna sono stati pochi.

Subito, però, è venuta anche la voglia di reagire, oltre che di curarsi. «Devo ringraziare la mia ginecologa, Antonella Nani, che mi è sempre stata accanto. Dalle analisi prescritte da lei è emersa la mia carenza di vitamine, specie la D. Oltre ai farmaci, ho assunto parecchi integratori». Di suo, ha aggiunto una dose di spirito. Sabrina ha impiegato un mese a guarire, poco dopo il compagno. E, nonostante avesse perso il gusto, non ha mai smesso di cucinare; nonostante le facesse male anche la pelle, ha continuato a danzare con la vita. Ha insegnato a cucire alla figlia ventenne, ha dipinto, ha confezionato portafoto e fiori di plastica, in abito da sera ha perfino sfilato, virtualmente, per un concorso di bellezza non ancora concluso. «Ho provato anche a fare ginnastica, ma mi stancavo subito».

Ora ha ripreso anche quella. «Mi sono tornate le energie di prima - assicura -. Sono stata fortunata: conosco tanta gente che non ce l'ha fatta».

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FRANCESCA ZUCCONI

Anche Francesca Zucconi, 41enne impiegata collecchiese, si ritrovò all'improvviso sorda a odori e sapori. Solo che a lei vennero anche febbre, fino a 38 e mezzo, dissenteria, tosse e forti sudorazioni. «Cominciai a stare male il 27 febbraio - ricorda -. Il medico di base e il suo sostituto mi prescrissero tachipirina e cicli di antibiotici. Ma, auscultandomi, fu il medico del 118 a diagnosticarmi una polmonite, nonostante respirassi senza difficoltà». Francesca trascorse una notte al Barbieri. «Erano tutti molto professionali e gentilissimi, nonostante fosse l'inizio dell'emergenza e molte cose ancora non si sapevano», ricorda. Lei sapeva ancora meno, e quel momento, intriso d'incertezza, fu il più pesante. «Avevano detto di una specie di influenza, e io mi ritrovavo ricoverata. Che cosa dovevo pensare? Fu dura anche vedere la febbre risalire, dopo aver smesso l'antibiotico».

Della famiglia Zucconi, il Covid ha risparmiato solo il fratello di Francesca, che abita da solo. «Eppure, viene a casa ogni giorno: contatti con noi ne ha avuti eccome - sottolinea lei -. Papà e mamma, con i quali vivo, invece sono stati male poco dopo di me». Il primo con la polmonite e la febbre fino a 39, è stato a sua volta ricoverato; la madre, invece, ha avuto una tosse molto forte, ma la febbre non altissima.

Francesca è guarita in un paio di settimane, curandosi a casa («L'Ausl mi telefonava ogni tre giorni», ricorda). I due tamponi di metà aprile sono risultati negativi. Ora si è ripresa, grazie anche a massicce dosi di integratori, vitamine e fermenti lattici. «Sono tornata come prima - dice -. Anche se molto è cambiato, a cominciare dalla professione: ora è smart».

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ROBERTO DADOMO

Erano ancora i tempi di quella che si riteneva la «sindrome cinese», quando in tv Roberto Dadomo, 51enne bussetano, manutentore per Rfi, sentì dire che tutti avrebbero preso il coronavirus. Mai si sarebbe immaginato, di lì a poco di andare dal medico per un «mal di collo da matti. Il giorno dopo avevo la febbre a 37,5. Era il mercoledì delle Ceneri; sabato avrei avuto 39,5». Dopo una settimana di antibiotici e tachipirina, il 6 marzo venne ricoverato. A Vaio e poco dopo al Maggiore, agli Infettivi. «Che smarrimento - ricorda -. Arrivi in un ambiente del tutto sconosciuto, e di chi ti visita, bardato com'è, riesci appena a capire se è uomo o donna».

Il Covid, per Dadomo, ha significato una febbre tremenda per dieci giorni, ma mai la tosse. Anche se a respirare a bocca aperta faceva fatica. «Per fortuna - sottolinea - non ho infettato né i miei, con i quali vivo, né la mia compagna. Ero molto preoccupato per loro».

Dimesso dall'ospedale dopo il tampone negativo del 21 marzo, Roberto ha fatto la quarantena in un appartamento della fidanzata. «Fu un altro momento difficile: agli Infettivi ero seguito e controllato, qui dovevo badare a me stesso. È stato come il distacco di un cordone ombelicale: un po' di ansia mi è venuta, ma dopo i primi giorni è andata meglio. Avevo la tv, cucinavo, ordinavo la casa, ho fatto anche un puzzle. Ma mi mancavano tanto le attenzioni riservate ai malati "normali": il tè con i biscotti, la minestrina... E per fortuna sono stati inventati i telefonini». Validi fino a lì contro l'isolamento. «Li spegni, e ti accorgi che non c'è davvero più nessuno».

Abituato a stare tra la gente sia nel tempo libero che sul lavoro («faccio parte di una squadra», spiega), Dadomo ha patito la solitudine come sintomo più pesante del Covid, oltre alla febbre alta. «Quanto siano importanti gli affetti lo sapevo prima e lo so ancora di più ora - assicura -. Questa esperienza non la dimenticherò mai, così come non smetterò di avere la pelle d'oca nel sentire che altri si ammalano. Tra i numeri dei bilanci giornalieri ci sono stato anch'io: so che cosa significhi». Tornato in forze, il reduce dalla battaglia del coronavirus promette di dare il sangue per chi combatte la malattia. In senso letterale. «Sono stato donatore e sono pronto a tornare ad esserlo, nella speranza che il plasma immune possa salvare delle vite. Sono stato aiutato, ora voglio aiutare».

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GIANCARLO MANGÈ

«La pasta con gli asparagi non era la solita, non sapeva di nulla». Era forse la prima volta in vita sua che Giancarlo Mangè, 39 anni, sposato (con una dottoressa), padre di Marta, tre anni e mezzo, e Alberto, due mesi, pronunciava queste parole alla madre, ospite in quei giorni in casa sua. Le telefonò, dopo che la pasta gli era stata lasciata sull'uscio dell'appartamento nel quale si era appena trasferito. Cardiologo a Medicina interna a Vaio, dopo aver messo a letto 16 pazienti Covid in un solo turno di notte, Mangè aveva deciso di non rientrare. «Temevo per i miei. Poteva sembrare eccessivo, lì per lì. Invece, fu una mossa vincente, condivisa anche con mia moglie», commenta. Dopo la pasta insapore, l'indomani mattina, neanche il caffè era il solito. «Pareva acqua sporca». Ma quando non sentì nemmeno il profumo spruzzato sul polso, il medico capì di essere lui il problema. Al day hospital di Otorino di Vaio cominciò subito una cura sperimentale per ritrovare gusti e sapori. Ma il secondo giorno dovette fermarsi; il tampone del 10 marzo era positivo.

Isolato dalla famiglia, lo era già: Mangè dovette allontanarsi anche dal mondo. «Ancora non erano state stabilite le correlazioni tra Covid e anosmia e ageusia. Ma quelli sono gli unici sintomi da me provati, e mi è andata bene - spiega -. Una collega che seguiva i miei stessi letti è tornata a casa pochi giorni fa, dopo l'intubazione e due mesi di terapia intensiva». A Mangè, per guarire, è bastato il tempo. In totale solitudine ha passato i giorni a leggere, a riposare, a informarsi e a fare videochiamate alla famiglia. Senza una linea di febbre. Al secondo tampone, due settimane dopo il primo, è risultato debolmente positivo. «Ma io mi sentivo bene e non vedevo l'ora di tornare in corsia». Il timbro della guarigione venne con il tampone ai primi di aprile.

Il 5, il medico si è presentato a casa, con mascherina e guanti, scusandosi per l'abbraccio controllato. «Marta mi è corsa incontro e mi ha cinto le gambe e poi si è stesa come un cagnolino per farsi coccolare». Un saluto alla moglie e alla madre, un lungo sguardo al secondogenito lasciato quando aveva solo due settimane: quindi, il medico, rientrato in trincea a Vaio, ha proseguito l'isolamento fino al 4 maggio. Solo allora è tornato in famiglia. Con i sensi ritrovati e un conto in sospeso con la pasta con gli asparagi. «Ho recuperato - sorride -. Mia mamma me l'ha riproposta già tre volte. È tornata buona come sempre».

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MARCO DEL BONO

Mentre per molti il contagio resterà un mistero, Marco Del Bono, 46enne operaio di Madregolo, non fumatore, sano come un pesce fino a prima della pandemia, sa bene come sia avvenuto. Rientrato con tosse e febbre il 26 febbraio, il 27 ricevette la telefonata dell'Ausl. «Come si sente?», gli chiese chi stava seguendo un suo collega frequentatore del gruppo di ballerini della famigerata spedizione a Codogno. Malato di coronavirus, il collega aveva fatto il suo nome, ricordando la loro vicinanza al lavoro.

La domanda gli fu posta di nuovo il giorno dopo, quando Del Bono, grazie alla tachipirina, sembrava sfebbrato. «Ma la febbre tornava eccome - ricorda -. Speravo mi facessero il tampone. Invece niente. Così, il pomeriggio del mercoledì seguente andai al triage del Maggiore. E dopo dieci ore d'attesa, eravamo nel pieno boom dell'epidemia, mi fecero la tac: alle 5,30 ero al Barbieri».

Il mattino seguente fu finalmente sottoposto al tampone, mentre cominciava la cura a base di tachipirina in flebo e antibiotici a largo spettro; nel naso le cannule, per contrastare una lieve desaturazione. La diagnosi arrivò sabato, e il giorno dopo Del Bono fu mandato a casa, dove rimase in isolamento nella stanza di uno dei due figli dall'8 marzo al 4 aprile, con il poster del Parma a fargli compagnia. Oltre alla tosse, violenta fino al 23 marzo, non aveva sintomi preoccupanti.

«Per tutto questo tempo - racconta - sono stato come un terzo figlio per mia moglie, a sua volta in quarantena. Le provviste ce le portava la Pedemontana prima e il supermercato poi. Per i pasti, mi bussavano alla porta, dopo aver lasciato il cibo davanti. Un minimo contatto era affidato alle videochiamate». Da una stanza all'altra, vicini e lontanissimi. Lui separato dalla famiglia, a sua volta divisa dal mondo: i Del Bono dovettero perfino affidare i due cani a una pensione.

Passata la tosse da una settimana, Marco si sottopose ai tamponi. «"Se la sente di guidare?", mi chiesero dall'Ausl. Eccome. Che gioia, quei pochi chilometri da Madregolo a Parma, in via Vasari, con tanto di andata e ritorno. E poi il bis il 31 marzo». E che gioia poi per quel doppio esito negativo, lasciapassare per la riunione di famiglia celebrata con una pizza d'asporto. «Le forze, però, non sono del tutto tornate - dice Del Bono -. Non ho mai temuto la fatica, ma al lavoro non ho ancora ripreso i ritmi di prima».

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ROBERTO LONGONI All'inizio, c'è chi li ha presi solo per colpi di tosse. E invece era l'Alien chiamato Covid che bussava nel petto. Ad altri, il contagio si è annunciato con la dissenteria o un gelo nelle ossa resistente perfino alla coperta...

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