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INCHIESTA

Maxi frode: ecco tutti gli indagati. E quel filo rosso con le cosche

19 maggio 2020, 05:08

Maxi frode: ecco tutti gli indagati. E quel filo rosso con le cosche

GEORGIA AZZALI

Alza la mano per salutare giornalisti e fotografi mentre la jeep della Finanza sfila via. Eppure è un viaggio di ritorno, e tutt’altro che gradito. Franco Gigliotti, origini crotonesi, l'uomo della G.F. Nuove Tecnologie, torna in carcere dopo poco più di due anni. Dopo quella mattina di gennaio del 2018 quando a farlo finire dietro le sbarre furono gli investigatori della Dda di Catanzaro. Lo scorso settembre gli è arrivata la mazzata: 10 anni (in primo grado) per associazione mafiosa. Ma nel frattempo il Riesame gli aveva concesso prima i domiciliari e poi la libertà, con il solo divieto di dimora in Calabria. Stavolta le accuse sono altre, però la lista è sterminata: 63 capi d’imputazione contestati per reati fiscali, tra false fatturazioni e indebita compensazione, con tanto di associazione a delinquere. Lui sarebbe stato il regista di una colossale frode fiscale che tra il 2014 e il 2019 avrebbe sfornato 60 milioni di false fatture. E insieme a Franco Gigliotti, 51 anni, sono finiti in carcere il cugino Giuseppe, 32, Pasquale Romeo, 42, nato in Germania ma residente a Parma, il commercialista di Gela, Ennio Di Pietro, 50 anni, Francesco Ingegnoso, 50, anche lui gelese, e Alessandro Vitale, 40, origini reggiane ma con casa a Parma. Ai domiciliari un altro siciliano, Michele Mari, 35 anni. Complessivamente sono 36 gli indagati, per un totale di 123 capi d'imputazione contestati. Il gip Mattia Fiorentini ha dato il via libera anche al sequestro di quasi 12 milioni di euro sui conti delle società coinvolte o, nel caso non fossero trovati i soldi, anche su quelli di vari indagati. «Sigillati» anche 75 immobili e 49 auto. Oltre che a Parma, i sequestri sono scattati a Rimini, Reggio Emilia, Milano, Monza, Lodi, Varese, Torino, Cuneo, La Spezia, Reggio Calabria, Crotone, Caltanissetta, Enna, Agrigento, Taranto, Napoli, Caserta e Cagliari.

Numeri vertiginosi per un'indagine «Work in progress», sulla quale da più di due anni stanno lavorando le Fiamme gialle di Parma, coordinate dal pm Paola Dal Monte. Decine di società, con tanto di cartiere, che facessero da schermo, per poter evadere milioni e mettere a credito altrettanti milioni non dovuti: questo il sistema targato Gigliotti, secondo la procura. Articolato e complesso il «giochino», eppure così ben congegnato, grazie anche a una schiera di prestanome, da girare - almeno fino a ieri - alla perfezione. Due i consorzi finiti nel mirino degli inquirenti: la G.F. Nuove Tecnologie (oggi Steel-Tech di via Monte Sporno) e la I.F.C. Impianti di via Pertini, con le relative società consorziate. Realtà con clienti di alto livello imprenditoriale sia a Parma che nel Reggiano e riconducibili a Gigliotti e Ingegnoso. «In sostanza le società si avvalevano delle fatture emesse dalle cartiere e si appoggiavano al commercialista Di Pietro per le indebite compensazioni, mettendo così da parte ingenti quantità di denaro», sottolinea il procuratore Alfonso D'Avino in videoconferenza.

Erano i due consorzi a metterci la faccia per ottenere dalle aziende i lavori da realizzare, ma poi erano le ditte consorziate, gestite di fatto sempre da Gigliotti e Ingegnoso tramite varie teste di legno, a fare materialmente i lavori, utilizzando operai assunti rispettando le norme e facendo regolari fatture nei confronti dei due consorzi. Fin qui, quindi, tutto lecito. Peccato, però, che immediatamente dopo le società consorziate utilizzassero le fatture fittizie emesse dalle cartiere, guidate da amministratori che sapevano tutto del sistema, per abbattere il reddito imponibile e ottenere consistenti crediti Iva,  compensando indebitamente i debiti tributari, in alcuni casi con crediti fiscali inesistenti per non versare le imposte.

I soldi delle fatture fittizie? Finiti in vari rivoli, ma anche all'estero, soprattutto in Romania, secondo quanto ricostruito dagli investigatori. Per questo, in alcuni casi, è stata anche contestata la transnazionalità dei reati. «Una frode di dimensioni enormi, ma anche un sistema illecito - sottolinea Gianluca De Benedictis, comandante provinciale della Finanza - che crea una concorrenza sleale sul mercato, perché i prezzi applicati potevano essere decisamente più bassi».

Scatole vuote, le 18 cartiere, eppure in grado di produrre milioni di fatture inesistenti, ma «le indagini hanno fatto emergere anche oltre 3 milioni e mezzo di crediti fittizi utilizzati in compensazione», sottolinea Andrea Magliozzi, comandante del Nucleo di polizia economico-finanziaria. Perché la prima regola era: intascare dribblando il fisco.