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Commercio

Primo giorno di Fase 2, Parma rialza le serrande

19 maggio 2020, 05:02

Primo giorno di Fase 2, Parma rialza le serrande

ROBERTO LONGONI

Risollevarsi, riaprire, riapparecchiare tavoli, banchi e scaffali. E beato chi ancora ha la serranda da alzare con sforzo di braccia e di schiena: mai come ora questa è una mossa liberatoria. Si stacca la saracinesca dalla polvere della strada e si mandano a quel paese ruggine e mesi di attesa. La prigionia da Covid ha fatto scoprire la poetica dei piccoli gesti. E così un espresso al banco diventa un «piacere da pelle d'oca», come si è sentito dire Ismael Saccani, titolare del Caffè De Rossi di via Garibaldi, da un cliente stanco della tazzulella fatta in casa. O un miraggio per il quale presentarsi alle 6,55, davanti al Lino's Coffee di via Sauro. «Già - racconta Angelo De Rinaldis -, il Ghido, Alessandro Ghidini il cerimoniere del Comune, è venuto 5 minuti in anticipo sull'apertura e si è fatto le foto con la tazzina in mano. Ha immortalato il rito». Dopo aver assistito a un altro rito: quello dell'alzaserranda da parte di De Rinaldis. «Stamane (ieri, ndr) è stata una sensazione unica».

Addio (si spera per sempre) agli arresti ai domiciliari, con la finestra della tv spalancata su bilanci e prospettive del disastro, la testa intossicata dalle domande. L'importante è iniziare. Muoversi e fare. Ad alcuni, come a Grazia Reina del Gallo d'oro di borgo della Salina è bastato un cliente ai tavoli, uno solo («L'abbiamo ipercoccolato» sorride lei) per rimettere in moto fornelli e servizio e sentirsi vivi nella Fase 2. Oltre a quelle per la salute e l'economia ci sono le preoccupazioni per la tenuta psicologica. L'inerzia sa di depressione. La gente davanti a vetrine di nuovo illuminate, per la città è come una medicina collettiva.

In centro è un gran vagare. Non proprio quello dei giorni normali, ma è già qualcosa. Non c'è più bisogno di farsi giustificare dal cane, di misurare i metri dal portone o di puntare a una farmacia o a un negozio di generi di prima necessità. Si va, non importa dove, quasi fluttuanti. Sarà per l'affanno provocato dalle mascherine (ci si è messo anche il caldo ora), ma gli sguardi di chi misura la ritrovata libertà appaiono spersi. La sberla è stata da piegare le ginocchia: ha lasciato storditi, e non sapere se altre seguiranno fa procedere guardinghi. Manca il solito rumore di fondo, la voce della città è come attutita da migliaia di mascherine sovrapposte.

Ma c'è anche chi non le indossa, le mascherine. Per scelta («È peggio respirare sempre la tua stessa aria» diceva qualcuno in Piazza) o per distrazione o per evitare il fastidio. Per non parlare di quelli che il dispositivo lo tengono sotto il naso o sul mento o a mo' di collare. Un ragazzo in Oltretorrente lo sfoggiava sul gomito, tra un tatuaggio e l'altro.

Che serva o meno, la mascherina rappresenta comunque una barriera psicologica tra se stessi e l'altrui droplet, onnipresente nei pensieri collettivi ormai. Chi è a volto scoperto rimedia sguardi di disapprovazione. O rimbrotti ad alta voce. Come quello lanciato da una donna a sua volta apostrofata da un colpo di clacson in via D'Azeglio. Lei, alla vista di un ventenne che le si faceva incontro smascherato, è scesa all'improvviso dal marciapiede per distanziarsi del metro accademico, rischiando di finire sotto il bus proveniente alle proprie spalle. Il ragazzo ha preso su dalla donna a sua volta ripresa dalla strombazzata dell'autista. Pochi metri, e lei ha sibilato il suo «su, la mascherina dovete tenerla su» a tre ragazze intente a parlottare sedute davanti a una vetrina. Colte in flagrante, loro hanno obbedito.

E chissà che cosa ha trattenuto la combattiva signora dall'andare a riprendere i sei che bivaccavano sul lato occidentale dell'Annunciata: troppo concentrate sulla birra, le loro bocche apparivano allergiche a qualsiasi cosa che potesse mettersi tra loro e la bottiglia. Dopo un'esitazione, la donna s'è incamminata sul ponte di Mezzo, per poi attraversare a metà di via Mazzini. Forse doveva proprio andare dall'altra parte della strada. O forse ha voluto evitare il capannello di autisti della Tep fermo sotto i portici. Loro, il metro di distanza l'uno dall'altro, lo stavano rispettando: ma passarci in mezzo avrebbe fatto suonare una serie di allarmi mentali. Ormai in giro si va così, ognuno sotto un'invisibile campana, governati dalla geometria. Mascherati e pronti a cambiare strada o a trattenere il respiro.

 

ROBERTO LONGONI Risollevarsi, riaprire, riapparecchiare tavoli, banchi e scaffali. E beato chi ancora ha la serranda da alzare con sforzo di braccia e di schiena: mai come ora questa è una mossa liberatoria. Si stacca la saracinesca dalla polvere...

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