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Coronavirus

Gli infermieri: «Gli ultimi abbracci ai pazienti»

24 maggio 2020, 05:05

Gli infermieri: «Gli ultimi abbracci ai pazienti»

ROBERTO LONGONI

Chi aveva appeso il camice è tornato sui propri passi e ha indossato lo scafandro anticovid. Chi era ancora all'università ha fatto un balzo in avanti: laurea e prima linea. «Ma solo se con esperienza di ambulanza». Era marzo, il pianto collettivo delle sirene scandiva le ore: dalla Bassa all'Appennino lo stesso paesaggio della sofferenza. Presto, anche chi soccorre ha lanciato l'Sos. «Ogni associazione chiedeva aiuto: era fondamentale il professionista» ricorda Luciano Notarpietro, coordinatore dell'omonimo studio infermieristico con sede a Basilicanova. Così, il suo team, che in tempo di pace gestisce le postazioni 118 di Langhirano, Calestano e San Secondo (prive dell'infermiere dell'Asl), si è impegnato in 14 postazioni. Raddoppiato l'organico, quadruplicati gli sforzi. «Oltre a me e alla responsabile amministrativa Elisa Zanettini, siamo arrivati a venti infermieri. I turni? Erano drammaticamente serrati, i riposi un miraggio». Può confermare Simone Sciacca, infermiere militare operativo dalla firma del contratto: dormiva nelle sedi delle associazioni in cui prestava servizio e si comprava i cambi della biancheria. Nella sua Bologna è tornato dopo tre settimane serratissime.

«I turni - sorride Notarpietro - erano organizzati da Elisa, titolare dell'Antica drogheria di via Farini, tra un cliente e l'altro. E da me alla fine di servizi massacranti. Avere un paese scoperto, sarebbe stato una tragedia. Ma è andata bene, non so come». Quarantun anni, laurea a Parma, master a Milano in Gestione e coordinamento del personale sanitario, Notarpietro è anche infermiere militare e socio di Airmedical, specializzata in voli sanitari (durante la pandemia ha recuperato connazionali malati in Africa). Soccorrere il prossimo è il suo mestiere. Ma qui si è entrati nella corsia dell'oltre: a livello professionale e umano. «L'emergenza è un fuoco» ammette lui. Sei dove si strazia il cuore e non vorresti essere altrove. Come quella sera a Fornovo, nella casa di un 90enne in condizioni disperate. La moglie consegnò ai soccorritori un pigiama inscatolato, tenuto in serbo per la prova più dura. Un bacio sulla fronte al marito fu il suo addio silenzioso. «Tre giorni dopo, il nome del signore era nelle ultime pagine della Gazzetta».

Al cospetto della morte, tempo e gesti assumono valori diversi. «Lei ha un'umanità rara» si è sentita dire Giulia Laratta, per il ritardo con il quale ha chiuso il portellone dell'ambulanza per permettere l'ultimo saluto. «Questa frase mi ha tolto di dosso la stanchezza di giorni». Come l'sms «Siete dei grandi» ricevuto da Carlo D'Agostino, per aver subito chiesto un trasporto, dopo quello appena concluso. Per strumenti di lavoro il termometro, il saturimetro, la maschera dell'ossigeno. E l'attenzione. Anche quella del silenzio o delle piccola bugie. Matteo Chini al Pronto soccorso ha finto di dover misurare la febbre alla donna appena ricoverata. «Così, l'ho voltata al passaggio di due barelle con il lenzuolo fino sopra le teste». A lui è rimasto il magone. Che a volte veniva anche dopo il servizio. «I pazienti avevano parametri vitali non compromessi - ricorda Emanuele Busi - e tre giorni dopo leggevi i loro nomi tra i necrologi. E tu eri lì a chiederti come fare di più». Sarebbero serviti miracoli. Come fermare il tempo, quando «dall'ambulanza i pazienti guardavano per l'ultima volta i familiari» ricorda Greta Maldini. Eppure, a coppie insieme da una vita bastava uno sguardo per risposarsi. «A osservarli, mi sudavano gli occhi. E non per la visiera» dice Rita Perteghella. Beatrice Pinotti ha calmato un anziano con una richiesta impossibile. «Tranquillo: appena starà meglio ci porta tutti a prendere una birra» gli ha detto. Lui chiedeva aria, ma ha abbozzato un sorriso.

Agli infermieri è toccato anche soccorrere dalla solitudine. «Una 60enne - racconta Alice Casoli - temeva di morire sola, senza il marito. Ha pianto per tutto il tragitto, mentre le tenevo la mano. In Pronto soccorso, l'ho abbracciata. L'ultimo abbraccio: è morta giorni dopo». Martina Marchesini ha rivisto gli occhi del nonno in quelli di un anziano che aveva chiesto aiuto al 118. «Positivo, malato di Parkinson e senza nessuno con lui di notte - ricorda -. Mi sarei fermata io, se non fosse stato per gli altri servizi». Tutto troppo intenso, per mantenere distanze di sicurezza. Gaya De Luca ha nascosto le lacrime dietro gli occhiali protettivi. «In ambulanza - ricorda - una nonna mi implorava, perché la portassimo dal nipote che non vedeva da mesi». È guarita. «E io ho capito che a volte il cuore vince su tutto».

Il cuore che riaccende fiamme mai spente. Riccardo Lanzi, operatore del 118 fino a 17 anni fa, è uscito dal proprio laboratorio di artigiano, per mettere a disposizione la sua carica di professionalità e umanità. «Qualche ora alla settimana continuerà a stare con noi» sorride Notarpietro. E così un'ex collega tornata al suo fianco: Rita Perteghella, in pensione dallo scorso anno. «Sono orgogliosissimo di tutti: ho sempre ricevuto dei sì - sottolinea Notarpietro -. Ringrazio anche tutte le associazioni, con i volontari mossi dall'amore per il prossimo. Ci hanno fatto sentire a casa, facendoci trovare da lavarci, da mangiare, le divise pulite». E poi i cittadini che hanno esposto le bandiere per qualcosa in più di una partita. E i Boys con il loro striscione «Un grazie non basta: siete l'orgoglio parmigiano» affisso davanti al Pronto soccorso. «Ci sono state donate tute dai carrozzieri, cibo dai ristoranti, merendine, colombe e uova di Pasqua. Le nonne ci hanno preparato torte su torte. Avrò preso almeno 4 chili».

 

ROBERTO LONGONI Chi aveva appeso il camice è tornato sui propri passi e ha indossato lo scafandro anticovid. Chi era ancora all'università ha fatto un balzo in avanti: laurea e prima linea. «Ma solo se con esperienza di ambulanza». Era marzo,...

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