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Coronavirus

Una vita insieme, poi il virus si è portato via i due fratelli inseparabili

25 maggio 2020, 05:07

Una vita insieme, poi il virus si è portato via i due fratelli inseparabili

ISABELLA SPAGNOLI

Dopo aver trascorso tutta la vita sostenendosi a vicenda, in un cammino che non aveva risparmiato colpi a entrambi, hanno lasciato questo mondo a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Quasi a non voler rimanere soli neppure durante l’ultimo viaggio. Per mano, ogni giorno, nella loro realtà fatta di piccoli riti, i fratelli Valerio e Carlo Grossi di 72 e 61 anni, hanno lasciato vincere la «partita» al Covid, a patto che non risparmiasse nessuno dei due.

Saliti insieme sull’ambulanza, l’11 marzo, non sono mai più tornati nella loro casetta di via Affanni, dove hanno sempre abitato insieme. Valerio e Carlo sono morti a dieci giorni di distanza uno dall'altro. La loro scomparsa è stata annunciata ai famigliari da un’infermiera che, conoscendo la storia dei due fratelli, non è riuscita a tenere a freno le lacrime. «Per entrambi il calvario è iniziato con i classici sintomi del coronavirus - spiega il fratello Francesco -. Prima un po’ di stanchezza, dolori ai muscoli, poi la febbre, la tosse e infine la mancanza di respiro. Carlo e Valerio sono stati portati urgentemente all’ospedale e ricoverati rispettivamente al padiglione Barbieri e al secondo piano dell’Ortopedia». Un calvario fatto di settimane trascorse nei letti di ospedale senza poter comunicare con la famiglia (che quotidianamente veniva informata dai medici sulle loro condizioni che erano sempre più gravi) e neppure tra di loro, che non avevano mai passato un giorno della loro vita divisi. Nessuno dei due era sposato, e Valerio, dalla morte della loro mamma, si era preso cura completamente del fratello che, oltre ad avere seri problemi di salute, era cieco da ormai 13 anni. Li si vedeva passeggiare per il quartiere San Leonardo sotto braccio, sempre sorridenti, disponibili a fare quattro chiacchiere con chi incontravano per strada. «Era un piacere vederli insieme: erano il classico esempio di amore fraterno», spiega un residente del quartiere.

Il mercoledì e il sabato si concedevano una lunga passeggiata fino in piazza Ghiaia. Andavano al mercato per incontrare qualche amico e per sgranchire un po’ i muscoli. «Erano inseparabili – continua Francesco -. Valerio, che aveva lavorato nei campi con i genitori e successivamente fu assunto in una stamperia, ha dedicato tutta la sua vita a Carlo, che è sempre stato il più sfortunato, senza mai lamentarsi, felice di potergli essere utile. Carlo aveva trovato posto come invalido nella ditta Ocme fino a quando la vista glielo aveva permesso, poi è rimasto a casa».

Valerio era nato a San Ruffino, mentre Carlo a Casale di Felino. Si erano trasferiti a Moletolo nel 1962 e in via Affanni negli anni '90. «Sono stati degli zii magnifici: mi hanno aiutato a crescere le mie due figlie e i miei tre nipoti di 11, 8 e 4 anni - spiega il fratello -. Quando io lavoravo, venivano a prendere i nipoti in negozio e se ne occupavano con amore. Quando è morto Carlo, la mia nipotina di 11 anni, ha detto: "Non dobbiamo preoccuparci: zio Valerio non l’avrebbe mai lasciato solo, se l’è venuto a prendere". Voglio credere che sia così».