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CORONAVIRUS

Gli «investigatori» del contagio: 75mila telefonate per dare la caccia al virus

29 maggio 2020, 05:08

Gli «investigatori» del contagio: 75mila telefonate per dare la caccia al virus

PIERLUIGI DALLAPINA

Il primo caso su cui si sono messi al lavoro gli «investigatori» dell'Ausl è stato quello della coppia dei due cinesi positivi al coronavirus passati da Parma. Era fine gennaio. Da quel momento si è scatenato l'inferno che tutti abbiamo vissuto: divieti di movimento sempre più stringenti, ospedali al collasso e la pandemia che sembrava fuori controllo. In tutto questo marasma c'è stato chi è rimasto incollato al telefono per dare la caccia al virus e spezzare la catena del contagio. Si tratta della task force messa in piedi dall'Ausl con il compito di telefonare a tutti i positivi per interrogarli su dove sono stati e chi hanno visto. Dopo aver tracciato tutti i loro movimenti e aver ricostruito la serie degli incontri, ecco partire la raffica di telefonate a tutte le persone con cui il malato ha avuto contatti stretti. «Da quando abbiamo iniziato a chiamare, avremo fatto in totale 75mila telefonate. Fino ad oggi abbiamo seguito 3.558 casi (cioè positivi al virus, ndr) e 8.867 loro contatti, cioè persone messe in quarantena», rivela Silvia Paglioli, direttore del Servizio di igiene e sanità pubblica, ripercorrendo l'incubo degli ultimi mesi chiusa, insieme ad una cinquantina di altri componenti della task force, negli uffici dell'Ausl, in via Vasari. «Abbiamo invaso tutti gli spazi dell'Igiene pubblica». La task force telefonica è composta da una cinquantina di persone: all'inizio vi lavorava tutto il dipartimento di Sanità pubblica, ma con il montare dell'emergenza è stata rinforzata da personale amministrativo, tecnici della prevenzione e anche da esperti che si occupano di alimentazione. Insomma, tutti hanno dato una mano.

LA PRIMA INDAGINE
«Mi ricordo la nostra prima inchiesta, è stata sui due turisti cinesi, una donna di 64 anni e un uomo di 65, passati da Parma e poi trovati positivi al virus. Fu un'indagine difficile perché non ci fu possibile parlare con i due, in quanto ricoverati allo Spallanzani di Roma. Ma siamo riusciti ugualmente a parlare con i due alberghi in cui avevano soggiornato, con il ristorante in cui avevano cenato e con il taxista che li aveva trasportati dal primo al secondo hotel».

BALLERINI A CODOGNO
Ma è con il caso della trasferta in una discoteca di Codogno, da parte dei frequentatori di una scuola di ballo, che è iniziato il super lavoro per gli «investigatori». «Abbiamo faticato a ricostruire la catena dei contatti, perché chi era andato a Codogno aveva continuato a frequentare i corsi di ballo, incontrando quindi altre persone. Va ricordato che in quel periodo, a febbraio, non era ancora entrato in vigore il lockdown, quindi, per ogni positivo abbiamo dovuto telefonare a tante altre persone. Per alcuni finiti in quarantena siamo stati costretti a fare anche una sessantina di telefonate». Con il dilagare dell'epidemia e con i primi provvedimenti di chiusura, gli «investigatori» hanno visto calare il numero delle chiamate per ripercorrere la filiera dei contatti visti da ogni positivo. «Grazie al lockdown la cerchia dei contatti stretti si è ridotta ai familiari e ai colleghi di lavoro. Quindi, per ogni caso infetto siamo arrivati a fare non più di una decina di telefonate». Peccato che a marzo siano aumentati rapidissimamente anche i contagiati. «Durante il picco ci siamo trovati a gestire 150 casi al giorno», dove per casi si intendono i positivi al Covid.

RAFFICA DI DOMANDE
Il lavoro della task force anticontagio dell'Ausl è stato svolto al telefono. Non appena ricevuto il referto di positività di una persona, scattava la telefonata per capire dove era stata e chi aveva visto nelle ultime 48 ore. «Ci si fa raccontare cosa ha fatto e chi ha incontrato», spiega Paglioli. A quel punto venivano chiamati anche quelli che sono definiti contatti stretti, cioè altre persone con cui il positivo aveva parlato per più di un quarto d'ora, stando a meno di due metri di distanza e ovviamente senza indossare la mascherina. «Per il caso positivo veniva predisposto il regime di isolamento domiciliare, mentre i contatti stretti venivano sottoposti a quarantena e questo significa che per 14 giorni non dovevano incontrare nessuno». Gli «investigatori» avevano, anzi hanno, dato che sono ancora al lavoro, un altro compito chiave: dire alle persone quando e dove presentarsi per fare il tampone o avvisarle che gli operatori sanitari sarebbero andati ad eseguire il tampone a domicilio.

COMPITO DIFFICILE
«Marzo è stato un mese senza luce», confessa. Non sempre le telefonate degli «investigatori» trovavano qualcuno pronto a rispondere. «Abbiamo dovuto risolvere anche alcune situazioni di irreperibilità. Stiamo parlando di una quindicina di persone. Per alcuni abbiamo chiesto la collaborazione delle forze dell'ordine. A volte abbiamo chiamato anche persone ricoverate che non avevano la forza per parlare». Le telefonate più difficili erano però quelle rivolte a chi ancora stava piangendo la morte di un familiare. «Qualcuno avrebbe anche potuto infastidirsi a causa delle numerose domande che gli venivano rivolte in un momento così difficile, ma per fortuna le persone sono state collaborative. Hanno capito che stavamo cercando di frenare l'epidemia».

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